§ 4. Gli Indiani. — Gli Indiani appartengono a quella razza americana, che per la struttura somatica e pel tipo linguistico polisintetico presenta qualche lontanissima analogia colla razza mongolica, pure rimanendo una famiglia a sè, diversa da tutte le altre. Prima della scoperta europea gli Indiani degli Stati Uniti attuali s'aggiravano, secondo i calcoli[5] più fondati, intorno al milione, di cui un 180.000 soltanto all'est del Mississippi, ripartiti in una infinità di tribù, che oggi dopo tre secoli e più di colonizzazione bianca con relativa distruzione di alcune fra esse, migrazione o spezzamento di altre, riesce ben difficile localizzare con precisa esattezza.
Le affinità linguistiche nondimeno hanno permesso al Buschmann di riunire in gruppi queste tribù, ciascuna delle quali aveva propria parlata, raggruppamento su cui il grande antropologo Waitz basò la sua classificazione.
Nel sec. XVIII noi troviamo in tutto l'estremo est, dalla Nuova Scozia alla Carolina settentrionale, gli Algonkini, divisi in un'infinità di tribù; all'ovest di essi, nel New-York centrale e settentrionale, presso i Grandi Laghi, gli Irochesi, tra i quali i Seneka i Kayuga gli Onondaghi gli Oneida e i Mohawki formavano la fortissima lega delle Cinque nazioni, cui s'aggiunse più tardi come sesta la tribù dei Tuscarora, lega in guerra perpetua cogli Huroni, tribù pur essi della stessa stirpe; nella parte sud-est degli Stati Uniti attuali, gli Appalachiani, tra cui famosi per bravura i Cherochesi nella valle delle Tennessee, i Natchez sul basso Mississippi, i Seminoli nella Florida; di là dal Mississippi, nelle praterie, i Dakota e i Sioux, divisi essi pure in molteplici tribù, ed ancora più all'ovest negli altipiani occidentali una serie di tribù, appartenenti a quel gruppo dei Kenai estesisi per successive migrazioni dall'Alaska al Golfo del Messico.
Per quanto varie di lingua di sede di origine di grado di civiltà, belligere le une e cacciatrici, pacifiche ed agricole le altre, queste tribù presentano pur sempre qualche cosa di comune che permette di parlare di un tipo fisico e sociale indiano. Brachicefalo il capo, color di rame la pelle, prominenti gli zigomi, piccoli e neri gli occhi, ispidi i capelli, l'Indiano era generalmente inferiore al bianco per forza muscolare, infinitamente superiore per forza di resistenza: agilissimo, svelto poteva percorrere in un giorno solo settanta od ottanta miglia; figlio della natura, dei cui fenomeni era osservatore finissimo, percepiva i suoni più lontani e notava i segni meno appariscenti in quei boschi, ch'egli sapeva per quanto folti attraversare in linea retta, prendendo a guida l'aspetto della borraccine e la scorza degli alberi; grave e dignitoso nelle assemblee, vivace ne era il parlare e nella sua semplicità altamente poetico; valorosissimo in guerra combatteva con disperato coraggio, mostrandosi altrettanto crudele e spietato coi nemici quanto era paziente nel sopportare se vinto la prigionia o i tormenti senza un lamento; vendicativo per eccellenza quando si teneva offeso, ricordava ed era grato dei benefici ricevuti; attivo, instancabile, animato da vero furore in guerra nella caccia nella danza, le occupazioni preferite, era neghittoso in tutto il resto, lasciando alla donna il lavoro quotidiano per abbandonarsi bene spesso a fantastiche contemplazioni; vivo sopra tutto in lui il bisogno dell'aria aperta, radicato quell'istinto della vita nomade che la necessità economica di sempre nuove caccie, di sempre nuove boscaglie da ardere aveva istillato e mantenuto.
Le superstizioni del totemismo erano in fondo la religione degl'indiani, ma ad esse congiungevano l'idea vaga della divinità e dell'immortalità, non senza un principio di giustizia retributiva nell'altra vita, riservante pei buoni ricchissime caccie.
«I nostri bambini non hanno peccato; quando muoiono, dove vanno?» chiedeva un indigeno a John Eliot, l'apostolo degli Indiani del Massachusetts. Credevano in un Grande Spirito, di cui era simbolo il sole, ed a questo in mancanza di templi rendevano omaggio all'aria aperta, accendendo in suo onore dei grandi fuochi, intorno ai quali cantavano e danzavano con immane frastuono; un culto superstizioso tributavano pure ad animali, che rappresentavano gli altri spiriti secondari dispensatori dei beni e dei mali o simbolizzavano quel clan di cui costituivano ad un tempo e l'otem[6] od insegna tatuata ed il nume tutelare: tali ad esempio il lupo, il cervo, la tartaruga, il castoro, l'orso, l'airone, il falco. Il grande problema dell'origine del male s'affacciava in modo rudimentale alla loro mente: «perchè Dio non ha dato un buon cuore a tutti gli uomini?» chiedeva un indiano all'Eliot; ed un altro: «poichè Dio è onnipotente, perchè non uccide il diavolo che ha reso sì cattivi gli uomini?». La natura tutta del resto era oggetto di adorazione per l'Indiano ai cui occhi ed i venti e le stelle e le acque, come canta il Longfellow nel suo «Hiawatha», erano animati non meno degli animali e degli uomini. Nello stesso senso del sopranaturale sviluppatissimo in loro trovavano origine i magi ed i sacerdoti dotati di miracolosi poteri.
Primitiva era la loro organizzazione politica e sociale, basata la prima sul legame gentilizio anzichè territoriale, la seconda sull'uniformità di condizioni e funzioni degli individui. Si dividevano in tribù e queste alla loro volta in clans o genti legate insieme dal vincolo della comune discendenza: alla testa dei clans vi era uno o più capi detti sachem, uomini di regola ma talora anche donne: ogni villaggio costituiva uno stato indipendente, una piccola democrazia, a cui erano ignote generalmente e schiavitù e caste privilegiate. Come presso gli antichi Germani, in cui tutti erano uguali, i capi dovevano la lor elezione alla stima personale, ispirata dal loro valore, e duravano in carica finchè sapevano mantenersi tale stima: in guerra essi stimolavano colla voce sonora i commilitoni, in pace trattavano coi sachem degli altri clans gli affari generali della tribù. Il grado più alto di sviluppo politico, se così può chiamarsi, di questa razza era dato dalle confederazioni fra le varie tribù, più famosa di tutte quella già ricordata delle Cinque nazioni irochesi, retta da una specie di consiglio federale di 50 capi alla cui testa stavano due comandanti supremi.
Come l'autorità nell'opinione, così la legge risiedeva nell'uso e nella tradizione orale: i loro concetti giuridici erano ancora allo stato embrionale: la vendetta del sangue il modo più comune di punire le offese. Proprietà collettiva era la maggior parte del suolo, sia coltivato che lasciato ad uso di caccia; ma dalla proprietà collettiva s'era svolta e viveva accanto ad essa una proprietà privata, il cui concetto era altrettanto rigido in seno alla tribù quanto elastico nei rapporti con le altre tribù. La famiglia era generalmente su base monogamica, ma anche la poligamia era permessa: frequentissimo perciò il divorzio per le più futili ragioni, schiava dell'uomo la donna.
Non conoscevano linguaggio scritto ma coi segni tracciati sulle roccie e sugli alberi comunicavano fra loro benissimo: i loro annali erano dei segni simbolici semplicissimi incisi sugli alberi, dopo averne tolta la corteccia più esterna, dei canti guerreschi, delle cinture di wampun o chicchi forati fatti colle conchiglie; a queste affidavano pure per anni ed anni la memoria dei trattati, cui mantenevano fede incrollabile. Non conoscevano moneta, in cui vece servivansi dei wampun, uso imitato dagli stessi coloni bianchi nei primi tempi.
Abitavano ora isolati in capanne dette wigwams, costruite di pelli e di scorza d'albero, ora raccolti in parecchie famiglie in ricoveri assai ampi costrutti di scorza e di pali; vivevano dei prodotti della caccia e della pesca, di maiz, di bacche; usavano il tabacco ma non conoscevano bevande inebrianti; costruivano insieme coi rozzi utensili d'uso più comune, come stuoie di vimini, mortai di legno, vasi di terra, ami d'osso e reti di canapa, degli ingegnosi arnesi imitati poi dagli stessi coloni, come i patini da neve e le canoe. I patini, con cui scivolando sulla neve riuscivano a raggiungere alla corsa lo stesso cervo ed il daino, consistevano in un ramo d'acero, curvato nel mezzo finchè le due estremità si riunivano in punta, e riempito nel vuoto con una rete fatta di pelle di cervo cui s'attaccava con corregge il piede coperto soltanto da un leggiero moccason o pianella: ogni tribù aveva uno stampo diverso di patini. La canoa consisteva in una corteccia di betulla bianca, che si sbucciava tutta intera dall'albero, distesa sopra una leggerissima ossatura di cedro bianco, cucita ad essa con radici di cedro e spalmata al di fuori d'una pece ricavata dalla gomma degli alberi: erano imbarcazioni dalla forma svelta ed elegante, che contenevano al massimo 10 o 12 uomini, e pescando pochissimo scivolavano rapidamente sulle acque meno profonde.