Gli Spagnuoli. — Più fortunati dei loro confratelli, ma non destinati a raccogliere nella parte settentrionale del nuovo continente gli allori grondanti sangue della parte centrale e meridionale, furono gli Spagnuoli, quantunque abbiano fondato nel Nord-America la prima stabile colonia e vi si siano mantenuti fino al secolo XIX. Un anno prima infatti che Vasco Nuñez de Balboa, superato l'istmo di Darien, rivelasse all'Europa il Grande Oceano, constatando così l'esistenza indiscutibile d'un nuovo continente, quando già i viaggi di Colombo, Alonso Hojeda, Vicente Yanez Pinzon, Diego de Lepe, Pietro Alvarez Cabral, Diego di Nicuesa hanno scoperto ed esplorato buona parte dell'America centrale e meridionale; gli Spagnuoli sbarcavano nel 1512, il giorno della Pasqua di Rose, a quella penisola che appunto per ciò fu detta Florida. Venivano essi da Porto-Rico e li guidava il vecchio Ponce de Leon, già governatore di quell'isola, uno dei più intraprendenti e feroci avventurieri coloniali, il quale aveva armato a proprie spese tre bastimenti per conquistarsi un regno e ritrovare ad un tempo quella fonte di eterna giovinezza, che la leggenda affermava esistere in quei paraggi.

La superstiziosa speranza rimase naturalmente delusa, nè più soddisfatta fu quella di grandi tesori auriferi, ch'era stata tra i moventi primi della conquista: Ponce de Leon ottenne dal Re di Spagna il governo della Florida col patto di colonizzarla, ma tale opera incontrò le più vive difficoltà da parte degl'indigeni maltrattati dai conquistatori; e lo stesso Ponce de Leon, ferito mortalmente dagl'Indiani nel 1521 in una seconda spedizione, andava a morire a Cuba, non lasciando d'immortale, egli che aveva aspirato all'immortalità materiale, che il nome, strettamente legato alla conquista spagnuola della Florida. Nè maggior fortuna ebbero gli altri avventurieri spagnuoli, sbarcati colà per appagare insaziabile sete di guadagno, massimo fra tutti quel Ferdinando de Soto il quale, geloso dei bottini peruviani di Pizzarro, di cui era stato compagno, navigava da Cuba alla volta della Florida nel 1539 alla testa d'oltre 600 spagnuoli armati pomposamente e pieni di entusiasmo, caccia febbrile ai vantati tesori auriferi del paese più che conquista territoriale, spedizione disastrosa condotta per anni fra stenti ed ostacoli insormontabili, impresa in cui religione superstizione avidità orgoglio e tenacia indomabile s'uniscono insieme a darci uno dei quadri più smaglianti dello spirito di avventura dell'epoca, uno dei tipi più genuini di avventuriero spagnuolo: guidato dalla febbre dell'oro attraverso il continente, il De Soto non vi trovava e scopriva che la sua tomba, il grande fiume Mississippi da lui risalito fino al Missouri; e la sua salma, in esso gettata dai superstiti nel 1542, pareva quasi consacrare alla conquista spagnuola l'intera vallata del gran fiume.

Diversi i moventi ma triste del pari era nel 1549 la fine del domenicano Cancello, invano recatosi nella Florida per convertirvi gli indigeni: pareva che la morte medesima stesse a guardia della penisola infausta contro l'orgoglio castigliano, che vittorioso in ogni parte altrove non riusciva qui a conquistare un paese imbevuto ormai di tanto sangue d'hidalghi e tanto calorosamente agognato.

All'orgoglio castigliano non tarda anzi a contrastare il passo quello della nazione rivale, la Francia. Una colonia ugonotta, guidata da un ardito navigatore di Dieppe, Giovanni Ribault, intraprende l'opera ideata dall'ammiraglio Coligny, che sognava di fondare in America un impero francese protestante quale rifugio dei perseguitati ugonotti, sbarcando nel 1562 alla Florida: Forte Carlo fu detta la colonia e Carolina il paese, in onore di Carlo IX.

La fame e gli stenti fecero naufragare l'impresa, che fu ripigliata con più fervore all'arrivo di una nuova comitiva di emigrati ugonotti nel 1564 sotto il comando del Laudonniere, e parve dover riuscire al ritorno del Ribault sbarcato con granaglie strumenti e coloni. La classe inferiore dei coloni si componeva di spregevoli avventurieri, i quali fecero della colonia regalata alla madrepatria dalla fede e dall'entusiasmo un nido di pirati, che gabellavano per patriottismo la preda delle navi spagnuole.

Ma ecco alla sua volta ridestarsi contro questi eretici francesi il fanatismo coloniale e religioso spagnuolo nel feroce capitano Pedro Melendez de Aviles, il quale ottiene da Filippo II la carica di governatore della Florida con tutti i vantaggi relativi al patto di conquistarla in tre anni, ridurla al cattolicesimo mediante l'introduzione di preti e gesuiti, e colonizzarla: abituato alle stragi ed ai saccheggi, il restauratore del dominio spagnuolo e della chiesa cattolica nella Florida assale e massacra senza ombra di scrupolo i coloni francesi e prende possesso in nome del re di Spagna di tutta l'America settentrionale, procedendo subito alla fondazione di Sant'Agostino, la più antica città degli Stati Uniti attuali.

Il governo francese non si mosse per vendicare i coloni massacrati e la Spagna grazie al delitto del Melendez rimase signora incontrastata di questi territori, non ostante il tentativo fatto nel 1568 dal coraggioso guascone Domenico de Gourgues di vendicare col massacro di coloni spagnuoli quello dei suoi compatriotti.

Nonchè però crearvi una civiltà nuova, la Spagna era incapace di colonizzare in modo duraturo un lembo solo del vastissimo paese, che nelle carte spagnuole dell'epoca ad essa è assegnato col nome generico di Florida, dal Golfo del Messico al Canadà. Anche in questo, come in altri campi della sua attività, il carattere di quella nazione offriva un singolare miscuglio d'ingorda avidità e di fanatismo religioso: navigando alla volta dell'Occidente i suoi eroi, pieni ancora dello spirito cavalleresco e dell'entusiasmo della crociata secolare contro i Mori, credevano in buona fede di muovere ad una nuova crociata, in cui la più brillante fortuna sarebbe stato il premio immediato della loro pietà. Miniere d'oro e di argento inesauribili, fiumi dalle sabbie preziose, provincie ed imperi da guadagnare in poche settimane colla punta della spada, città dai templi e dai palazzi d'oro da saccheggiare, popolazioni deboli ma ricchissime da convertire alla fede ed asservire alla corona cattolica, ecco quanto sognavano questi avventurieri nella loro esaltata fantasia, ecco quanto loro mostravano coll'esempio i più fortunati, i Pizzarro ed i Cortez. Non eccesso di popolazione in patria, non bisogni commerciali od industriali, non idealità religiose politiche o morali spingevano verso il nuovo mondo questi fanatici d'oro di gloria militare e di conquista, i quali la propria esaltazione ed ambizione non i destini di un popolo portavano seco: ben potevano essi mantenersi nelle Indie Occidentali, nel Messico, nell'America meridionale, dove l'oro la fertilità straordinaria del suolo lo sfruttamento spietato degli indigeni e ben presto dei Negri appagava immediatamente la loro ingordigia; ma non già in un paese, dove solo una lotta senza tregua contro la natura e gli indigeni avrebbe strappato al suolo le ricchezze inesauste, dove la fortuna sarebbe stata premio del lavoro non già della semplice conquista.

Ponce de Leon, de Soto, Melendez e simili avventurieri coloniali, per quanto esuberanti di vita, erano rappresentanti troppo genuini della loro stirpe per dar vita ad una civiltà nuova, che avrebbe dovuto basarsi su principi diametralmente opposti a quelli della società spagnuola dell'epoca.

I Francesi. — Più atti senza confronto degli Spagnuoli a colonizzare tali paesi sarebbero stati per le loro condizioni sociali e psicologiche i Francesi, se il loro governo distolto dalle lotte religiose e politiche, che ardevano in patria, non avesse lasciato miseramente svanire l'occasione, come vedemmo, di fondare nella parte meridionale del Nord-America un immenso impero coloniale. Più fortunati invece riuscirono essi nella parte settentrionale, dove dall'esplorazione del golfo di San Lorenzo, per opera di Dionigi d'Honfleur nel 1506, è un succedersi per tutto il secolo XVI di viaggi e scoperte dovute alla loro intraprendenza, al loro amor proprio nazionale.