La introduzione della proprietà privata del suolo, di cui ad ogni singolo colono venivano assegnati alcuni acri almeno per proprio uso e consumo, avvantaggiava di molto le condizioni degli emigranti e della colonia stessa, migliorando il lavoro fatto fino allora di malavoglia; mentre una terza patente, la quale trasferiva tutti i poteri dal consiglio coloniale all'intera compagnia, se non migliorava per nulla lo stato politico dei coloni, veniva per lo meno a trasformare nel 1612 in senso democratico la corporazione, facendo delle sedute di questa un teatro di ardite discussioni non inutili per l'avvenire degli stessi coloni. Anche le relazioni colle tribù indigene, a qualcuna delle quali gli emigranti avevano preso non solo le terre ma le stesse capanne ed i magri depositi di viveri, si facevano molto più cordiali e rassicuranti, dopo specialmente il primo matrimonio anglo-indiano suggerito al giovane Rolfe da misticismo religioso.
La colonia, che nel 1612 contava già 100 abitanti, andava sviluppandosi, e nuovi stabilimenti si fondavano grazie specialmente alle leggi territoriali, che l'energico governatore Dale vi andava introducendo con grande vantaggio della cultura. Per esse l'assetto della proprietà variava coll'origine dei coloni: quelli inviati e mantenuti a spese della compagnia ne rimanevano servi e, quantunque ottenessero in proprietà individuale tre acri di terra, dovevano lavorare per essa 11 mesi all'anno, riservandone uno per sè, condizione questa però rappresentata da un numero sempre minore di persone, che si riducevano nel 1617 a sole 54, donne e fanciulli compresi: quelli non mantenuti dalla compagnia divenivano livellari, dovendo come tali pagare al deposito comune un tributo annuo di due staia e mezzo di grano e consacrare alla compagnia un mese all'anno di lavoro, esclusa l'epoca della mietitura e della semina: quelli venuti del tutto a proprie spese ricevevano cento acri di terra, limitati più tardi a 50 subito e 50 dopo la coltivazione dei primi: chi sborsava 12 sterline e mezza otteneva ugualmente 100 acri di terra subito ed altri 100 in seguito: proibita infine una proprietà d'oltre 2000 acri nelle mani d'un solo individuo. E mentre tali leggi permettevano il costituirsi d'una vigorosa proprietà fondiaria, s'introduceva nella Virginia e vi attecchiva splendidamente una cultura tanto ricca, da imprimere alla colonia uno slancio neppure supposto. L'oro era stato una chimera, il costoso tabacco una realtà: il partito dei cercatori d'oro era ormai tramontato; ed i campi, i giardini, le piazze pubbliche, le vie stesse di Jamestown si coprivano di tabacco, mentre i coloni si disperdevano su un'area sempre più vasta, trascurando nella smania del guadagno la stessa sicurezza personale.
Il tabacco risvegliava tutte le energie degli abitanti, diventando ad un tempo il pegno della durata della colonia ed il prodotto pressochè esclusivo di essa; la popolazione grazie ad esso cresceva, prosperava, cominciava a sentire per un processo storico inevitabile i primi desideri di libertà: come sempre, dal miglioramento delle condizioni economiche si svolgeva, quale superbo riflesso ideale, la vita politica. Le estorsioni e il dispotismo del violento e truce governatore Argall sollevavano le proteste dei coloni, e l'amministrazione dell'ottimo Yeardley, destinato a succedergli, apriva per essi una nuova era. L'autorità del governatore veniva limitata da un consiglio locale, ed i coloni erano ammessi alla formazione delle leggi: nel mese di giugno del 1619 si radunava in Jamestown la prima assemblea coloniale della Virginia, composta del governatore, del consiglio coloniale allora nominato e di due rappresentanti per ciascuno degli undici borghi esistenti. Era il primo corpo rappresentativo, che si riunisse nell'emisfero occidentale; era l'aurora luminosa della libertà americana. Coloro, che fino allora avevano dipeso dal beneplacito d'un governatore, reclamavano i loro privilegi di cittadini inglesi e domandavano un codice basato sulle leggi inglesi.
Due anni dopo nel luglio 1621, la compagnia di Londra, la quale democratizzata dall'ultima carta aveva rivendicato i suoi diritti, nominando a tesoriere il conte di Southampton contrariamente ai desideri del re, ed aveva pensato sul serio ad assicurare i benefici della libertà alla colonia, dava a questa una costituzione scritta modellata su quella inglese e destinata a diventare con poche varianti il modello dei sistemi introdotti più tardi nelle altre provincie regie. Un governatore nominato dalla compagnia, un consiglio locale permanente pure da essa nominato, un'assemblea generale da riunirsi tutti gli anni, composta del consiglio e di due deputati per ogni piantagione scelti dagli abitanti; piena autorità legislativa all'assemblea, salvo il veto del governatore e la ratifica della compagnia; ratifica degli ordini della compagnia da parte dell'assemblea per entrare in vigore; conformità delle corti di giustizia alle leggi ed alla procedura inglese: tale nelle sue linee generali questa costituzione, per la quale i coloni, cessando di essere i servi d'una corporazione mercantile, diventavano liberi cittadini. Fu questa la base sulla quale la Virginia innalzò l'edificio delle sue libertà, l'atto, che fece dello stabilimento nascente un semenzaio di uomini liberi.
Nè l'influenza sua si limitò alla Virginia, ma si estese a tutto il Sud: quando nuove colonie si formarono, i loro proprietari non poterono sperare d'attirarvi degli emigranti se non accordando loro franchigie non meno ampie di quelle concesse alla rivale Virginia.
Nel 1625 la compagnia, lacerata da interne fazioni, odiata da re Giacomo «quale scuola d'un parlamento sedizioso», com'ebbe a definirne le sedute un inviato spagnuolo, veniva sciolta, e, revocatane la patente, la Virginia diventava una colonia regia; ma ciò non portava alcun mutamento immediato nel governo interno e nelle franchigie della colonia. Nè il successore Carlo I, pure cercando di ritrarre dal monopolio del tabacco il maggior vantaggio possibile, attentò alla libertà della Virginia, la quale abitata da episcopali rimase altrettanto fedele a lui quanto attaccata alla sua effettiva indipendenza, che potè conservare anche durante il protettorato di Cromwell, pure assoggettandosi all'«atto di navigazione».
Nata dalla prosperità, la libertà diveniva di questa alla sua volta la fonte maggiore: nascevano per essa i motivi d'attaccamento al suolo, e la Virginia, i cui coloni erano immigrati coll'intenzione di farvi fortuna non già di stabilirvisi definitivamente, vedeva ormai sbarcare migliaia d'emigranti, che coll'aratro iniziavano la conquista della terra e col matrimonio il suo popolamento, accasandosi con donne fatte venire appositamente dall'Inghilterra dietro un compenso in tabacco pagato alla compagnia: nei soli tre anni dal 1619 al 1621 ben 3500 persone si dirigevano alla sua volta: nel 1648 gli abitanti salivano a 20.000.
I coloni erano andati disperdendosi lungo il fiume James e verso il Potomac, dovunque la ricchezza del terreno permettesse di coltivare il tabacco con successo: gli stessi luoghi più solitari e più esposti quindi alle ostilità degli indigeni non erano stati dimenticati, perchè in essi minore era la concorrenza per l'appropriazione della terra. Gl'indigeni, privati del loro suolo, incapaci per la debolezza e scarsità loro (un 8000 circa verso il 1620 in un territorio di 8000 miglia2) di scacciare in guerra aperta gli usurpatori, avevano covato in segreto il loro odio ed organizzato un complotto, che nel 1622 era scoppiato in un feroce macello, in cui sarebbero periti ben più dei 347 bianchi massacrati se Jamestown e gli stabilimenti vicini non fossero stati preavvertiti da un indiano convertito. Da allora in poi i coloni non ebbero più ritegno e, mentre si intraprendevano tratto tratto spedizioni di sterminio contro gli indigeni, se ne occupavano senza il minimo scrupolo i campi ed i villaggi, situati nelle migliori posizioni, in riva alle acque più limpide e sulle terre più fertili.
Il paese invitava all'agricoltura in tutti i modi con la fertilità del suolo, coll'abbondanza dei fiumi, che dagli Allegany al mare costituivano ottime vie naturali pel trasporto delle merci, colla mitezza del clima; la terra si estendeva libera davanti agli emigranti e ad essa si chiedeva più che grano, la cui coltivazione da qualche governatore fu imposta perfino sotto ammende penali, tabacco, vale a dire un prodotto idoneo quanto mai al grande commercio. Nel 1621 un'altra coltivazione dello stesso genere vi si era introdotta, il cotone, benchè la grande era cotonifera dovesse iniziarsi quasi due secoli dopo. La richiesta continua di tabacco importava seco un allargamento sempre maggiore della coltivazione e con esso l'ampliamento delle proprietà individuali, il costituirsi cioè del latifondo, imposto dalla cultura esauriente del tabacco, cui necessitano sempre nuovi terreni, e reso possibile dalla sconfinata estensione di terre disponibili. La stessa esistenza però d'una terra libera e fertilissima minacciava di rendere pressochè inutile al proprietario l'ampiezza di terre messe a sua disposizione, sottraendogli le braccia necessarie al lavoro: egli non può trattenere ai suoi servigi il libero lavoratore, che trova nelle terre inoccupate un fondo suo proprio e nella feracità di esso la possibilità di coltivarlo quasi senza capitale, mentre l'abbondanza di selvaggina lo dispensa da un'anteriore accumulazione di sussistenza. Si ricorre, è vero, alla servitù del bianco, ma l'offerta di braccia è pur sempre troppo inferiore al bisogno, mentre non c'è da contare sulla scarsa e fiera popolazione indigena per coltivare le terre. Ed allora, determinata dalla necessità sociale di instaurare una forma di lavoro corrispondente ai bisogni dell'agricoltura ed all'avidità dei latifondisti, prende piede sul libero suolo della Virginia un'istituzione nefanda, che giunta ormai al suo tramonto in Europa era sorta a vita nuova e più tenace nelle colonie americane, quella schiavitù, che i coloni vedevano applicata con successo da un secolo nei vicini possedimenti spagnoli ed incoraggiata dalla stessa madrepatria, dove il governo nel 1618 concedeva a sir Roberto Rick un privilegio speciale pel trasporto di negri nelle colonie inglesi e nel 1631 autorizzava ad esso una compagnia appositamente istituita.
Nel 1619[10] era approdato a Jamestown per difetto di provvigioni un vascello negriero olandese, ed i coloni ne avevano comperato di buon grado il carico umano, lieti di aver trovato una sorgente inesauribile di braccia schiave, di lavoratori su cui la terra libera non avrebbe esercitato alcun influsso. Si ebbe così fin d'allora di fatto se non di diritto la schiavitù negra, benchè solo nel 1662 essa riceva la sua sanzione giuridica in un atto statutario, che la riconosceva legale e la rendeva ereditaria, basandola sulla vecchia massima «partus sequitur ventrem». La popolazione negra, il che vale a dire schiava, si diffonderà però lentamente nella colonia: nel 1622 v'erano solo 22 negri, nel 1634 solo 300; ma coll'estendersi della coltura a nuove terre, coll'aumento della popolazione bianca e della ricchezza del paese cresce rapidamente anche il numero dei negri, i quali nel 1671 saranno già 2000, 23.000 nel 1715 di fronte a 72.000 bianchi, nel 1754 non meno di 116.000 di fronte a 168.000 bianchi.