NOTE AL CAPITOLO SECONDO.

[8]. Nel 1645 la corte generale del Massachusetts condannava un mercante di schiavi, che aveva rapito dei negri sulle coste d'Africa, a restituirli alla loro contrada nativa; e su questo fatto aggiunto ad una falsa interpretazione d'una clausola del codice del 1641 alcuni storici, troppo zelanti difensori degli antichi Puritani, si basarono per negare la schiavitù nella colonia: ma questo fatto è perfettamente consono al codice del 1641, nel quale veniva permesso solo l'acquisto legale dei negri e punito invece di morte il furto di uomini; contraddizione del resto patente, giacchè i legislatori sapevano bene che il furto nella più parte dei casi era l'origine prima di quella proprietà umana, di cui permettevano l'acquisto legale ai coloni (Cfr. Mondaini, La questione dei Negri nella storia e nella società nord-americana, Torino, Bocca 1898).

[9]. Parola d'origine incerta, con cui si designano in genere gli Anglo-Americani, in ispecie i neoinglesi; pare fosse in origine il soprannome algonchino dei primi coloni.

CAPITOLO III L'aristocrazia fondiaria nelle colonie meridionali.

§ 1. Virginia — § 2. Maryland — § 3. Caroline — § 4. Georgia — § 5. La società meridionale: suoi elementi e sua coesione.

§ 1. Virginia. — Una chiesa rovinata ed un paesello chiamato Jamestown indicano oggi il luogo, dove il 13 maggio 1607 sbarcavano dalle tre navi mandate dalla compagnia di Londra i 105 emigranti iniziatori della colonizzazione inglese nell'«Antico Dominio».

Erano essi avventurieri della peggior specie, la maggior parte gentlemen andati in rovina, qualche antico recluso, qualche raro mercante, e più raro operaio, tutta gente attirata nel Nuovo Mondo chi dall'ingordigia dell'oro, chi dall'illusione puerile di trovarvi una ricca esistenza senza faticare, chi dalla speranza di arrivare al Pacifico, creduto molto vicino alla costa atlantica: comandava quest'accozzaglia irrequieta e turbolenta, animata da desideri insoddisfatti, non sorretta da alcun ideale, il bravo capitano Newport; ma chi esercitava su tutti la maggiore influenza per l'ingegno, l'energia, la sagacia e sovratutto la conoscenza profonda delle cose e degli uomini, era il capitano Giovanni Smith, la cui vita venturosa dal giorno in cui a 13 anni vendeva i libri di scuola per far danari e poter così mettersi in mare, alla sua prigionia in mezzo ai Turchi, al suo imbarco per l'America, era stata tutta un romanzo, di cui l'approdo nella Virginia non doveva segnare l'ultima pagina. A rendere ancora più vivo il contrasto collo sbarco dei Pellegrini, il paese, dove approdavano questi avventurieri, era tale per clima e per suolo da sembrare in quel maggio ridente un paradiso, di cui lo Smith poteva scrivere «che il cielo e la terra non eransi mai trovati così bene d'accordo nel formare un luogo tanto adatto all'abitazione dell'uomo».

La terra li invitava fertilissima ad un lavoro fecondo, garanzia d'un lieto avvenire; ma non per questo avevano essi lasciato il paese nativo: chi si dava alla ricerca dell'oro, chi del Pacifico, supposto in comunicazione con la baia di Chesapeake; mentre la delusione più amara, l'apatia, l'anarchia s'impadronivano dello stabilimento, specie dopo la partenza del Newport, e gli stenti e la malaria riducevano già nell'autunno alla metà i malaugurati coloni. Li salvava da un'ecatombe completa la fermezza e l'abilità del capitano Smith, l'unico che in una sana concezione coloniale trovasse i requisiti indispensabili a ben superare la prima prova: lungi dal cercare un oro chimerico, egli s'industriava a procurarsi i mezzi primi di vita per sè e la colonia, stringendo cogli indigeni ostili tali rapporti d'amicizia da averne spontaneamente maïs e cacciagione, mentre insegnava egli stesso ai compagni ad abbattere gli alberi ed a costruirsi delle rudimentali capanne. Poi nell'inverno iniziava un viaggio di ardita esplorazione nella baia di Chesapeake, risalendo alcuni dei fiumi sboccanti in essa: preso dagli Indiani ed ammazzatigli i compagni, egli riusciva con le sue risorse a meravigliare e divertire quegli uomini primitivi, sfuggendo così a certa morte non solo ma accaparrando anche amici preziosi alla nascente colonia, ch'egli al ritorno trovava però ridotta ad una quarantina d'uomini miseri e scoraggiati.

Ritornava è vero ben presto il Newport con altri 120 emigranti; ma l'arrivo di costoro, in gran parte sullo stampo dei primi, non migliorava per nulla lo stato delle cose: il loro aiuto si riduceva a sterrare, lavare ed epurare una terra brillante dei dintorni, scambiata per oro dall'accesa fantasia degli orefici venuti a tal fine in America. Lo stesso Newport, deluso nella speranza di trovare il Pacifico di là dalle cateratte del fiume James, se ne tornava in Inghilterra con un vascello carico di terra senza valore; mentre lo Smith, disgustato di tanta follia, ripigliava i suoi viaggi di esplorazione, risalendo per lungo tratto il Potomac ed il Susquehannah, e costruendo una carta di quelle sconosciute regioni. Ritornato nello stabilimento, veniva nominato nel 1609 presidente del consiglio coloniale; e la sua energica amministrazione incominciava a far rifiorire l'ordine ed il lavoro, quando il Newport entrava nel fiume con un secondo rinforzo di settanta emigranti. Erano anche questi però della stessa risma degli altri, benchè, buon preludio, vi si trovassero anche due donne; tanto che lo Smith era obbligato a scrivere in Inghilterra: «se organizzate una nuova spedizione vi scongiuro di non inviarci che una trentina di falegnami, agricoltori, giardinieri, pescatori, fabbri, manuali, e gente capace di sradicar alberi, piuttosto che delle migliaia d'individui simili a quelli che abbiamo già».

La compagnia di Londra però era in un ordine di idee ben diverse da quelle del bravo organizzatore coloniale; essa, stanca di spender senza guadagnare un quattrino, illusa di poter col colpo di bacchetta magica dei suoi ordini trasformare la terra in oro, dischiudere il continente, far risuscitare i morti, esigeva che si mandasse un mucchio d'oro, o che si scoprisse un passaggio certo al mare del Sud, od almeno si ritrovasse uno dei compatriotti perduti della spedizione del Raleigh, pena in caso diverso l'abbandono della colonia al suo destino. Lo Smith per tutta risposta si dava con più ardore ad organizzare la demoralizzata colonia, costringendo tutti gli immigranti, i gentlemen della city non meno degli altri, a lavorare sei ore al giorno, giacchè era sua massima «chi non lavora non mangia». Anche l'opinione pubblica inglese cominciò a sospettare che la delusione delle speranze dorate non dovesse forse ascriversi se non ad una politica troppo impaziente di immediati profitti; cosicchè l'entusiasmo coloniale lungi dall'affievolirsi s'accrebbe, la compagnia della Virginia s'arricchiva di nuovi capitali e di nuovi soci, ed otteneva per di più nel 1607 una seconda patente, che le attribuiva molte prerogative prima riservate al re. Per essa il consiglio coloniale residente in Inghilterra doveva d'allora in poi venire eletto dai soci, essere indipendente dal monarca nell'esercizio del potere legislativo ed amministrativo, e venir rappresentato nella colonia da un governatore di sua fiducia. Lord De la Warr o Delaware fu nominato governatore a vita e capitano generale della Virginia, alla cui volta lo precedevano suoi rappresentati seguiti da centinaia d'emigranti. Lo Smith, esautorato, incapace di tener a freno il riottoso elemento, era costretto per salvare la sua stessa vita a riparare nel 1609 in Inghilterra. Mancato lui, la fame e le malattie facevano strage nella colonia, che in sei mesi vedeva ridotti da 490 a 60 i suoi abitanti: maledicendo il lor fato, i superstiti abbandonavano Jamestown, di cui senza l'energia del Gates rappresentante del Delaware avrebbero perfino bruciate le costruzioni, per ritornarsene in Inghilterra, quando alla foce del James incontravano il governatore, che arrivava con nuovi coloni e ricche provvigioni. Tornarono indietro e le sorti della Virginia non corsero d'allora in poi altro pericolo capitale, nonostante le immancabili difficoltà straordinarie dei primi anni: le cure di lord Delaware, l'energia del successore sir Tommaso Dale, che ricorreva alla legge marziale, e l'abilità infine del Gates ne assicuravano l'avvenire.