§ 2. Maryland. — Come il Massachusetts nel Nord, così la Virginia nel Sud fu per ragioni cronologiche e più ancora sociali la madre d'un gruppo di colonie, affini per clima, per suolo, per ordinamento politico. Prima tra queste fu il Maryland[11] uscito può dirsi dalle sue viscere, giacchè il territorio, che sotto tal nome venne ad aggiungersi quale colonia autonoma all'Antico Dominio, era compreso nei limiti assegnati alla Virginia nella seconda sua carta (1609). Un inglese intraprendente e risoluto, mandato in America nel 1621 dalla compagnia di Londra per costruire la carta del paese e diventato in seguito membro del consiglio virginiano, Guglielmo Clayborne, aveva esplorato il paese al nord del Potomac, avviato il primo commercio in pelli cogli indigeni, creato per esercitarlo una compagnia munita di regia patente ed infine fondati alcuni stabilimenti sull'isola di Kant, nel cuore della futura colonia, e presso la foce della Susquehannah; quando il cattolico sir Giorgio Calvert, lord di Baltimore, che, partecipe fin da giovine dell'entusiasmo generale per le piantagioni americane, aveva tentato senza successo di fondarne una in Terra Nuova, gettava gli occhi sulla Virginia come paese più adatto ai suoi disegni. Vi si recava infatti personalmente per dar corpo ai suoi sogni, ma l'intolleranza religiosa gli faceva capire subito che a lui, convertito nel 1624 al cattolicesimo, mal sarebbe stato possibile fondare pacificamente una colonia in terra di episcopali. Egli si rivolgeva allora direttamente al re, di cui nonostante la conversione aveva conservato il favore per le doti eminenti, i servigi prestati, la moderazione, il credito ampio presso tutti i partiti; ed una carta gli concedeva come proprietà privata assoluta e trasmissibile quel paese di là dal Potomac, su cui già fissavano cupido l'occhio e Francesi ed Olandesi e Svedesi: così nel 1632 veniva staccata dalla Virginia e costituita in provincia autonoma col nome di Maryland, in onore della regina inglese, il paese dal 40º grado di latitudine al Potomac e dalle sorgenti di questo all'Atlantico.
Accanto ai diritti del proprietario, cui la corona cedeva ogni sua prerogativa, salvo il giuramento di fedeltà, l'omaggio di due freccie indiane all'anno, ed il tributo d'un quinto dell'oro e dell'argento da scavare, questa carta contrariamente alle altre garantiva sufficienti libertà ai coloni, stabilendo non solo che l'autorità del proprietario non potesse estendersi sulla vita, sulla libertà, sui beni di alcun emigrante, ma che i coloni partecipassero essi stessi alla legislazione della provincia, che nessun statuto fosse valido senza l'approvazione della maggioranza degli uomini liberi o dei loro deputati. Il governo rappresentativo andava così indissolubilmente attaccato alla carta fondamentale del Maryland, la quale per di più, riconoscendo religione del paese il cristianesimo in generale e non già una data confessione di esso, assicurava l'eguaglianza religiosa come quella civile e faceva della nuova colonia un asilo, che lo spirito illuminato del saggio e buono colonizzatore voleva rifugio sicuro ai dissenzienti religiosi d'ogni chiesa cristiana, ai perseguitati «papisti» in prima linea.
Giorgio Calvert moriva nello stesso anno 1632 prima di poter realizzare il bel sogno, ma il figlio Cecilio col patrimonio ed il grado ereditava pure le idee del padre e s'accingeva a compierne i disegni in America, fondandovi con spese ingenti una colonia rimasta poi per parecchie generazioni alla sua famiglia. Nel 1633 suo fratello Leonardo Calvert conduceva sull'«Arca e Colomba» un duecento emigranti, che fondavano l'anno dopo un primo stabilimento non lungi dalla confluenza della St. Mary col Potomac, su un territorio coltivato, che gli indigeni disposti già prima ad emigrare regalavano dietro compenso di tela, coltelli, penne ed altro. Tutto sembrava cospirare alla fortuna d'un paese prediletto dalla natura: dolcezza di clima, fertilità di suolo, tolleranza religiosa, munificenza del proprietario, attaccamento devoto al suo liberale governo da parte dei coloni garantivano un prospero svolgimento a quella colonia, la quale in sei mesi fece più progressi della Virginia in molti anni, senza conoscerne le ansie ed i stenti dei primi tempi. Subordinata ad un capo ereditario, la sua popolazione non dimostrava meno per questo la coscienza profonda della propria missione, l'attitudine straordinaria al selfgovernment: sin dalle prime sessioni l'assemblea popolare, composta di tutti gli uomini liberi, rivelava lo spirito del popolo nascente, formulando una dichiarazione di diritti, che, mentre riconosceva l'obbligo di fedeltà al re e garantiva le prerogative di lord Baltimore, confermava agli abitanti tutte le libertà godute in pratica dagli Inglesi: si stabiliva un sistema di governo rappresentativo, in cui erano attribuite all'assemblea generale tutti quasi i poteri spettanti in Inghilterra alla camera dei Comuni. I torbidi sollevati in seguito dalle pretese del Clayborne sul territorio, pretese sostenute anche ma invano a mano armata e con effusione di sangue, la lotta fra cattolici e puritani, i quali combattendo durante il protettorato del Cromwell il diritto del proprietario volevano togliere agli avversari la stessa libertà di religione, lungi dal far naufragare le franchigie degli abitanti, le consolidarono ancor più dando alla libertà salde radici negli animi: i suoi abitanti amavano la libertà anche se turbolenta, ed in essa cercavano gli eterni rimedi dei mali passeggeri da essa prodotti.
E l'attaccamento alla libertà si manifesta più vivo che mai nei rapporti della colonia col suo proprietario. Mentre qui infatti, come nelle altre colonie di proprietari, la potenza del popolo non correva nessun rischio da parte della corona, che non si era riservata altro diritto se non di annullare le leggi che fossero contrarie a quelle dell'Inghilterra, altra ingerenza che quella di imporre gli ufficiali delle dogane e delle corti dell'ammiragliato, essa veniva ristretta dall'autorità del proprietario. Questi invero s'era riservato un triplice veto sulle decisioni dell'assemblea, veto da esercitarsi dal suo consiglio, dal suo luogotenente o da lui stesso; istituiva le corti di giustizia e ne designava i membri; nominava tutti i funzionari della colonia e delle singole contee; possedeva in proprietà assoluta le terre ancora vacanti e ricavava un tributo dalle altre, tenendo così la popolazione intera come sua livellaria non solo ma ottenendo anche ad ogni concessione nel dominio inculto una cauzione in denaro, e traendo altri proventi di origine feudale o giudiziaria o commerciale.
Più ostico poi d'ogni altro riusciva ai coloni il potere del proprietario di imporre esso e riscuotere le imposte nelle contee. A cancellare tale odiosa prerogativa, negli ultimi anni di vita di Cecilio Calvert si concludeva tra il proprietario ed i rappresentanti del popolo una serie di patti costituenti un compromesso, conosciuto col nome di «atto di riconoscenza», in virtù del quale il potere del primo di levare imposte fu ristretto, applicandosi in compenso un dazio di esportazione sul tabacco, il cui provento dovea per metà esser consacrato alle spese della colonia, per metà costituire la rendita del proprietario. Con ciò però l'assemblea si privava del principale suo strumento per imporsi al proprietario, al governatore ed agli altri funzionari, i quali non dovevano più aspettare da essa anno per anno l'assegnamento delle somme occorrenti. La successione di Carlo Calvert al padre, morto nel 1675, dava un forte colpo all'autorità del proprietario, basata sul rispetto e la riconoscenza, ma contraria allo spirito democratico della colonia, presso cui la rivolta di Bacone trovava un'eco profonda di simpatia.
Ad evitare allora che il dissidio ormai manifesto scoppiasse in aperta rivolta, il nuovo lord proprietario limitava arbitrariamente nel 1681 il suffragio, restringendolo agli uomini liberi possessori d'un feudo di 50 acri od aventi una fortuna personale di 40 sterline. Ma al principio della sovranità popolare si intrecciava allora il fanatismo religioso: il protestantesimo si trasformava, come altrove, in setta politica, e l'opposizione a lord Baltimore come sovrano feudale fece causa comune col fanatismo degli anglicani, i quali ricevuti nella colonia sul piede della più completa eguaglianza, coi cattolici volevano monopolizzare per sè la libertà di coscienza e di culto.
Nel 1689, approfittando del trionfo di Guglielmo e Maria, il partito protestante si impadroniva del governo, che nel 1691 veniva sottratto del tutto al proprietario colla revoca della sua carta e la trasformazione del Maryland in colonia della corona: l'episcopato diventato religione predominante confiscava la libertà religiosa dei cattolici in una colonia fondata da cattolici, in un paese dove gli stessi papisti avevano dato esempio allora sublime di tolleranza! Solo quando il figlio del proprietario, Benedetto Calvert, si convertiva alla chiesa anglicana, i Baltimore venivano ristabiliti nel loro diritto di proprietà sulla colonia, nel 1715.
Le dissensioni intestine e le vicende esterne non avevano impedito intanto lo sviluppo progressivo del paese: il Maryland divenuto ricco e fiorente annoverava già nel 1660 un 12.000 persone; al 1688 un 25.000 circa; nel 1754 quasi 150.000 di cui oltre 40.000 schiavi negri. Come la Virginia anche il Maryland era una colonia di piantatori, di cui il tabacco costituiva il prodotto principale, la servitù temporanea dei servi e la schiavitù a vita dei negri la forma di lavoro predominante, il monopolio economico della madre patria incarnato negli atti di navigazione il cancro roditore: qui pure gli abitanti erano dispersi in mezzo ai boschi e lungo i fiumi; rarissime e tali di nome più che di fatto le città, che invano la legislatura dei primi tempi aveva perfino cercato di creare con decreti; un piccolo mondo a sè ogni piantagione; trascurata affatto l'istruzione popolare. Tabacco e schiavitù avevano plasmato insomma nel Maryland una società non molto dissimile nelle linee generali da quelle della Virginia.
Ben più della carta fondamentale del Maryland, che aveva concesso al proprietario il diritto di creare nella colonia tutta una gerarchia feudale, ben più di questo principio feudale che, dove morto dove morente nel suo paese di origine, non avrebbe potuto certo ringiovanire trapiantato sul vergine suolo, la grande proprietà fondiaria, determinata dal genere delle culture, e la schiavitù dei negri creavano anche nel Maryland, come già in Virginia, come in tutte le altre colonie meridionali, una potente aristocrazia, anacronismo imposto dal clima, dal suolo, dal momento storico all'egalitaria società anglo-americana.
Accanto al tabacco però andava qui sviluppandosi anche qualche altra cultura, tra cui principalissima quella del lino e della canapa con le industrie tessili relative; cosicchè il Maryland coi suoi lavoratori bianchi più numerosi non offrirà l'uniformità di vita economica e sociale della Virginia: posto al confine tra le colonie meridionali e le centrali, esso parteciperà fino ad un certo punto della vita di queste oltrecchè di quelle. Dove invece clima e suolo cospireranno insieme a portare alle ultime conseguenze il sistema sociale basato sul latifondo e sulla schiavitù, sarà nelle colonie poste a mezzogiorno della Virginia, nella parte bassa cioè delle Caroline, nella Georgia, e più tardi nell'ulteriore sud.