§ 3. Le Caroline. — Se il Maryland uscì dalle viscere, può dirsi, dell'Antico Dominio, da figli di questo ricevette i primi stabili colonizzatori il paese chiamato già nel secolo precedente Carolina dagli ugonotti francesi del Ribault, i quali dal nome in fuori null'altro vi avevano lasciato di duraturo dopo lo scempio fattone dagli Spagnuoli. Già dal 1622 degli intraprendenti Virginiani facevano una prima ricognizione nel paese al sud del fiume Chowan, e dal 1642 in poi si ripetevano con insistenza sempre maggiore incursioni ed esplorazioni nel territorio compreso tra il capo Hatteras ed il capo Fear col fine di colonizzarlo, tentativi incoraggiati dalla legislatura virginiana mediante vaste concessioni di terre.

A questa spontanea immigrazione dovevano loro vita i primi stabilimenti sul fiume Albemarle; mentre 160 miglia a sud-ovest di questo, sulla costa del capo Fear, sbarcavano a fondarvi una piccola colonia di pastori, su un suolo fattosi loro cedere dagli indigeni, degli arditi emigranti della Nuova Inghilterra: ad essi venivano ad aggiungersi subito dopo dei piantatori delle Barbados, desiderosi di fondare uno stabilimento proprio, e la nuova colonia prendeva un certo sviluppo sino a contare già nel 1666 un ottocento abitanti. Oltre ai Virginiani, agli emigranti della Nuova Inghilterra ed a quelli delle Barbados vantavano diritti su questo territorio gli Spagnuoli, che dalla loro fortezza di Sant'Agostino nella Florida potevano illudersi di possedere un paese bagnato di sangue castigliano e macchiato vergognosamente di sangue francese ma non fecondato del loro sudore. Ad una terra però, che per la sua posizione subtropicale prometteva le derrate più preziose, avevano già rivolto i cupidi sguardi dei rapaci cortigiani di Carlo II; e questi munifico come al solito, senza punto curarsi nonchè degli altri pretendenti della stessa concessione fatta già dal padre Carlo I nel 1629 a sir Roberto Heath ed eredi, concedeva nel 1663 ad otto nobili inglesi, che l'avevano chiesta di nome «per la propagazione del Vangelo», di fatto per accrescere la loro fortuna, la provincia della Carolina, il territorio cioè compreso fra il 36º grado di lat. ed il fiume S. Matteo: due anni dopo, nel 1665, una nuova carta ne ampliava ancor più i confini, per includervi dentro i nuovi stabilimenti d'origine virginiana, dandole per limite il 36º 30′ parallelo al nord, il 29º al sud, l'Atlantico all'est, il Pacifico all'ovest!

Lo storico Clarendon, avido per quanto sagace ministro, il generale Monk già compensato dei suoi servigi col titolo di duca d'Albemarle, lord Craven vecchio soldato, lord Ashley Cooper più tardi conte di Shaftesbury, sir Giovanni Colleton, lord Giovanni Berkeley, il fratello sir Guglielmo, governatore della Virginia, e sir Giorgio Carteret diventavano così proprietari e sovrani immediati d'un paese, che doveva abbracciare i futuri stati della Carolina settentrionale, della Carolina meridionale, Georgia, Tennessee, Alabama, Mississippi, Louisiana, Arkansas, gran parte della Florida e del Missouri, quasi tutto il Texas e porzione notevole del Messico!

Il loro diritto di proprietà dovea essere illimitato e la loro autorità sovrana assoluta, non essendosi il re riservato che una sterile sovranità; ma ai coloni era nella carta garantita, cosa allora notevole, piena libertà di coscienza e riservata, cosa non meno importante, una certa partecipazione alla legislazione locale, cui doveano concorrere le assemblee dei liberi proprietari. Uno splendido impero feudale ricco di tutti i prodotti dei tropici già balenava alla mente dei proprietari, i quali incaricavano di redigerne una costituzione, una costituzione perfetta, degna di attraversare i secoli, il più capace ed attivo della compagnia, quel Shaftesbury ch'era il rappresentante più genuino e cosciente dell'aristocrazia territoriale inglese, il campione più formidabile delle sue libertà, vale a dire dei suoi privilegi, da lui scambiati con la stessa grandezza e prosperità della nazione, e si trovava allora all'apogeo della vita, in tutta la maturità del suo genio speculatore, della sua eloquenza, della sua ambizione. Spirito penetrante, costui aveva scoperto i tesori d'intelligenza d'un filosofo ancora sconosciuto, Giovanni Locke, entusiasta pur esso di quelli che si chiamavano i «principi inglesi», convinto lui pure esser l'aristocrazia il baluardo più sicuro contro ogni dispotismo monarchico come oclocratico, l'aveva fatto suo amico e lo prendeva ora a consigliere e collaboratore nella grande opera.

Quale legislazione dovessero dare alla Carolina il futuro prototipo della rivoluzione del 1688, il conservatore geniale in cui sembrava incarnarsi tutta la classe aristocratica e rivivere tanti secoli di lotta a difesa del privilegio, ed il filosofo che nella rigidezza del suo sistema, tutto cervello e niente cuore, definiva con brutale sincerità il potere politico «il diritto di fare le leggi per regolare e conservare la proprietà», è facile immaginarlo: ne saltò fuori un sistema politico nonchè ridicolo inattuabile, date le condizioni reali del paese cui doveva applicarsi! Il governo doveva risieder nelle mani d'un'aristocrazia territoriale, alla cui testa stavano gli otto proprietari presieduti dal più anziano, intitolato Palatino. Il paese dovea dividersi in contee di 480.000 acri[12], divisa ciascuna in cinque parti, di cui una proprietà inalienabile dei proprietari, una patrimonio inalienabile ed indivisibile della nobiltà, costituita d'un langravio o conte e di due cacicchi o baroni, e tre infine riservate al popolo o possedute da signori feudali insieme col potere giudiziario: grado e feudo erano ereditabili ma inalienabili. Al di sotto della feudalità una classe ristretta di piccoli agricoltori; più sotto ancora una di servi della gleba, provvisti dietro annuo compenso di 10 acri di terreno e non solo privati d'ogni diritto politico ma attaccati al suolo, essi ed i loro figli, di generazione in generazione; all'ultimo grado infine di abbiezione una classe di schiavi negri, su cui era riservata al padrone autorità e potere assoluto.

Il potere esecutivo e giudiziario sarebbe spettato ai proprietari, che l'avrebbero esercitato mediante una gerarchia di funzionari, Palatino, cancelliere, giudice supremo, connestabile, ammiraglio, tesoriere, gran maggiordomo, ciambellano, coadiuvati ciascuno dalla loro corte scelta tra i langravi, i cacicchi, i popolani liberi: proprietari o loro deputati, funzionari e rispettive corti doveano costituire il Gran consiglio. Il potere legislativo sarebbe affidato ad un parlamento composto di quattro stati, dei proprietari o loro deputati, dei langravi, dei cacicchi, dei comuni o rappresentanza di liberi possidenti per i quali occorreva un possesso di 50 iugeri per l'elettorato e di 500 per l'eleggibilità: per maggior garanzia però le proposte di legge doveano partire dal Gran consiglio, ogni stato poteva opporvi il suo veto nel caso di incostituzionalità, ed infine i proprietari si riservavano il diritto di rigettare gli atti del Parlamento!

Tutte le chiese venivano tollerate in questa costituzione col patto però che riconoscessero l'esistenza di Dio, l'obbligo del servizio divino, la necessità del giuramento, e che nelle loro adunanze non si attaccasse il governo e l'ordine costituito: una sola religione vera ed ortodossa veniva riconosciuta, l'anglicana, proclamata contrariamente al desiderio del Locke religione nazionale nella Carolina. Interesse dei proprietari, desiderio di fondare un governo di pieno aggradimento della corona, timore d'una potente democrazia erano i moventi di questa costituzione modello, per la quale tutto doveva cristallizzarsi, tutto venire minutamente regolato, non solo la stampa sottomessa alla sorveglianza d'una corte aristocratica ma perfino i gusti delle donne e dei fanciulli, che cadevano sotto il controllo d'una corte speciale, cui spettava tra le altre conoscere «delle cerimonie e delle genealogie, dei divertimenti e delle mode»!

Carolina Settentrionale. — Mentre politica e filosofia stendevano sulla carta dei piani mirabolanti di legislazione grettamente aristocratica, farneticando di palatini e langravi, di baroni e feudatari, di ammiragli e corti araldiche da introdurre fra povere capanne disperse nel deserto e pei boschi della Carolina; gli abitanti della parte settentrionale di questa, porgendo ascolto soltanto alla voce della natura, ispirandosi semplicemente ai loro bisogni ed alle loro condizioni reali, si davano un ordinamento certo meno smagliante ma senza confronto più sapiente: un governatore di piena fiducia, un consiglio di dodici membri, di cui sei eletti dai proprietari e sei dall'assemblea, un'assemblea composta del governatore, del consiglio e di dodici delegati dei liberi possidenti, ecco il governo semplicissimo, ma rispondente al suo fine, di Albemarle, il primo nucleo della futura Carolina del Nord. Le leggi emanate da questo governo locale convenivano in tutto e per tutto alla rozza società agricola del paese, lasciavano ad essa piena libertà di coscienza, accordavano piena garanzia contro ogni tassa non votata dalla legislatura coloniale, ne assicuravano lo svolgimento colla legge sui debiti, per cui nessuno poteva durante cinque anni venir perseguitato per debiti contratti fuori della colonia, colla parificazione del matrimonio ad un puro e semplice contratto civile davanti ad un magistrato e a due testimoni, coll'esenzione da ogni imposta per un anno ai nuovi coloni, cui dopo due anni di residenza si assegnavano terre in proprietà.

Queste leggi corrispondenti ai bisogni del paese venivano confermate nel 1670, ratificate di nuovo nel 1715 e restavano in vigore per più d'un mezzo secolo nella parte settentrionale della Carolina; mentre la legislazione del Locke rimaneva lettera morta, nonostante i tentativi ripetuti di applicazione, che a nulla riuscivano se non a produrre malcontento ed anarchia nel paese, tratto tratto veniva modificata tra l'indifferenza generale, e nel 1698 terminava coll'esser abolita quasi tutta anche formalmente, riducendosi il potere dei proprietari alla scelta del governatore. La realtà aveva, come sempre, trionfato sui piani chimerici di assetti sociali: le condizioni territoriali da una parte, dall'altra l'amore innato pel selfgovernment, più ancora l'olimpico disprezzo per ogni autorità esteriore in uomini quivi riparati in cerca di fortuna, l'avevano vinta sui sogni dei dottrinari.

Se v'era infatti paese nord-americano, dove tutto favorisse la più sconfinata indipendenza, questo era appunto la parte settentrionale della Carolina. Cattivi i porti e pressochè impossibile quindi ogni sviluppo commerciale, impraticabili le foreste, ghiaioso e sterile il suolo, occupato inoltre per tratti vastissimi da paludi: la popolazione era composta di emigranti riottosi ad ogni freno, spesso violenti, energici sempre, i quali, incoraggiati dalla legislazione della colonia, capitavano lì da ogni parte, dalla Virginia come dalla Nuova Inghilterra, dalle Barbados come dall'Europa: erano avventurieri, che cercavano vita e libertà, erano quackeri o «rinnegati» che sfuggivano la persecuzione religiosa.