Senonchè il metodo adottato di confidare la soprintendenza degli affari americani ad un «ufficio del commercio e delle piantagioni» (Board of Commissioners for Trade and Plantations), che non aveva nè voto deliberativo in seno al gabinetto nè accesso presso il re, lungi dal fissare una volta per sempre quei rapporti politici tra le colonie americane e l'Inghilterra, sia col re sia col parlamento, che sin dal principio erano stati vaghi e mal definiti, tendeva ad aumentare la confusione, a complicare la situazione. L'ufficio infatti redigeva delle istruzioni senza poterle metter in vigore; prendeva conoscenza di tutti gli incidenti e poteva far delle inchieste, dare delle informazioni o degli avvisi, ma non aveva autorità di formulare una decisione definitiva, perchè il potere esecutivo in quanto concerneva le colonie era riservato al segretario di Stato posto alla testa del dipartimento del Sud, cui spettava la direzione di tutti i rapporti colla penisola spagnuola e la Francia. L'ufficio del commercio, organizzato in sulle prime col fine di ristorare il commercio e di incoraggiare le pescherie della metropoli, si vedeva perciò obbligato d'intendere i lamenti degli ufficiali del potere esecutivo in America, di loro comunicare le istruzioni, di raccogliere e di esaminare tutti gli atti delle legislature coloniali, ma non aveva in definitiva alcuna responsabilità quanto al sistema di politica, che poteva esser adottato per l'America. In seguito a questa debolezza congenita i lords del commercio erano sempre disposti ad impazientirsi alle minime contraddizioni; si sentivano facilmente contrariati ad ogni disobbedienza ai loro ordini; e non erano che troppo portati a consigliare i mezzi più rigorosi di coercizione, sapendo troppo bene che la loro vivacità si sarebbe tradotta nei documenti ufficiali per poco che essa eccitasse l'orgoglio o svegliasse il sentimento del ministro responsabile, della corona e del parlamento.
Per quanto però sottoposte tutte col tempo ad uno stesso e quasi uniforme controllo politico, l'amministrazione delle singole colonie aveva continuato ad essere affatto separata. Fuvvi, è vero, un momento che l'Inghilterra meditò l'unificazione di esse in un solo e vero dominio nord-americano; e ciò, come vedemmo, ai tempi di Giacomo II, quando l'Andros, venuto nel 1674 come governatore di New York, si recava nel 1686 in Boston quale governatore di tutte le colonie nordiche, tentativo che la rivoluzione del 1688 mandava a vuoto: ma, se ne eccettui questo tentativo di abrogare le carte di alcune colonie coll'intento di porle sotto una sola amministrazione, non fu fatto alcun altro sforzo dalla metropoli verso la centralizzazione dei governi locali. La tendenza fu piuttosto a mantenere delle barriere fra essi, per quanto il sistema di alienarli l'uno all'altro non sia stato portato dalla corona inglese al punto, cui ispirò ad esempio la sua politica la Spagna nel Sud-America.
A dispetto però di qualunque precauzione dell'Inghilterra, le relazioni degli stabilimenti nord-americani andavano irresistibilmente portandoli ad una più stretta amicizia. Le colonie specialmente affini per condizioni di vita, per clima, per suolo, per origine etnica, per aspirazioni e bisogni di difesa, per costituzione sociale formavano, nonostante la separazione politica, dei gruppi, di cui l'egemonia materiale e morale spettava alla colonia più antica o più florida, a quella che nei suoi caratteri e nel suo sviluppo sintetizzava, a dir così, l'intero gruppo: le colonie non si dividevano solo geograficamente, ma anche socialmente in settentrionali, centrali e meridionali, tre società di cui Massachusetts, Virginia e New York erano, come vedemmo, i centri storici oltrecchè naturali. Nella mancanza d'una densità di popolazione sufficiente a sviluppare con la forza di coesione sociale una comune coscienza, altre cause avevano sopperito a ciò: nella prima la stretta disciplina religiosa; nella seconda l'organizzazione sociale fortemente gerarchica; nella terza la facilità per quanto relativa delle comunicazioni. L'affinità anzi s'era mutata in certi casi ed in certi momenti in vera e propria lega, com'era stato delle «colonie unite della Nuova Inghilterra» nel 1643: tale confederazione, che, nell'assenza di qualsiasi rappresentanza della metropoli, aveva presentato lo spettacolo d'un potere sovrano indipendente, aveva mostrato col fatto ai coloni la forza effettiva dell'unione e lasciato ai posteri un esempio da imitare quando che fosse. Dove poi l'affinità di vita veniva a mancare, subentrava fra le colonie un altro legame, che la stessa metropoli andava ciecamente creando tra esse, un legame più forte d'ogni altro, più pericoloso per il dominio della madrepatria, la solidarietà cioè degli interessi economici, violati tutti, nel nord come nel centro come nel sud, dalla politica economica dell'Inghilterra verso le sue colonie. Le basi di questa si confondevano, può dirsi, colla stessa concezione coloniale, prevalente in Europa dal XVI al XVIII secolo, per la quale le dipendenze erano riguardate solo come sorgenti di provviste, come mercati privilegiati della madrepatria: nessuna meraviglia quindi che l'egoismo più brutale presieda a questa politica, che l'Inghilterra, pur essendo prodiga di libertà civile e religiosa ai coloni americani, sia loro tanto avara di libertà economica da inceppare sin dagli inizii a suo esclusivo vantaggio lo svolgimento della loro vita materiale.
§ 2. Politica economica della madrepatria. — Già all'origine dell'espansione inglese oltre l'Atlantico Enrico VII, conscio dei vantaggi che potevano risultare da un monopolio coloniale, pur accordando i più ampi privilegi agli avventurieri che facevano vela pel Nuovo Mondo, aveva stipulato che l'Inghilterra sarebbe stato il deposito esclusivo dei prodotti del commercio di quelle contrade. Gli sconfortanti risultati dei tentativi coloniali del secolo XVI avevano fatto abbandonare ai re inglesi tale clausola nelle patenti successive; ma, non appena nel secolo seguente la colonizzazione si presentò sotto buoni auspicii, si tornò pure a manifestare lo spirito di sfruttamento coloniale. La Virginia promette una produzione di tabacco inesauribile, ed ecco l'articolo ricchissimo diventare oggetto precipuo della politica inglese a danno dei coloni. Nel 1619 Giacomo I, che già nel 1604 aveva trovato nella sua antipatia per l'uso del tabacco un motivo sufficiente per colpirne fortemente il consumo, impone sulla vendita di esso in Inghilterra una imposta esorbitante e con nuovi decreti vieta di coltivarlo in Inghilterra, per assicurarsi i lauti proventi dell'importazione di esso. Carlo I cerca egli pure durante tutto il suo regno di fare del tabacco una sorgente di lucro per la corona, dichiarando apertamente che «sua volontà e suo beneplacito erano di riservarsi per lui solo il diritto di comperare prima d'ogni altro tutto il tabacco» delle colonie inglesi: solo la fermezza dei Virginiani e più ancora il disinteresse del popolo inglese per un monopolio, inteso ad esclusivo vantaggio del re, fecero naufragare tali disegni, contrari del pari alla prosperità dei coloni ed allo spirito d'intrapresa dei mercanti inglesi. Ma, quando il re, per riuscire nei suoi piani, immaginò l'espediente di proibire ai vascelli, carichi di mercanzie delle colonie, di far vela dalla Virginia per altri porti che non fossero gli inglesi, tale sistema trionfò come quello che, proibendo in ultima analisi ogni commercio coloniale per opera di navi straniere, non otteneva il solo risultato di sacrificare i diritti dei coloni alla corona inglese ma riusciva ad identificare gli interessi dei mercanti inglesi con quelli del governo, coalizione destinata ad opprimere i piantatori americani ancor troppo deboli per reagire efficacemente.
Il Lungo Parlamento si mostrò più giusto; giacchè, pur cercando nel 1647 di assicurare alla marina inglese il trasporto dei prodotti delle colonie, richiedeva il libero consenso di queste, riconoscendo così per compenso il diritto nelle assemblee coloniali di regolare i proprî interessi economici. Ai porti virginiani soltanto e come semplice arma di guerra contro una colonia, rimasta fedele alla monarchia, si vietava nel 1650 ogni commercio con navi straniere; ma coll'adesione della Virginia alla Repubblica, mentre le si garantivano tutte le libertà dei cittadini inglesi nati liberi, le veniva concessa pure libertà di commercio, nonostante l'uscita nel frattempo del famoso «atto di navigazione».
Nell'ideare infatti questo sistema, il quale, riserbando ai vascelli inglesi il trasporto delle derrate, preparava in sostanza il monopolio inglese del commercio coloniale, il Cromwell non era mosso da fini di lucro a danno delle colonie ma dal fermo proposito di assicurare al proprio paese la superiorità marittima di fronte a quei successi olandesi, di cui il Protettore era tanto geloso. La libertà commerciale aveva fatto la grandezza marinara dell'Olanda. Mentre le grandi nazioni navigatrici dell'età prima delle scoperte, la Spagna ed il Portogallo, coi loro torbidi sogni di monopolio del commercio mondiale, con le loro stolte proibizioni agli stranieri di esercitare il commercio nelle loro colonie, con le infami confische, le prigionie e le scomuniche contro i trasgressori di esse, non avevano fatto altro che rivoltare il senso morale degli altri popoli contro le ingiuste ed esorbitanti pretese ed alimentare il contrabbando, la pirateria, il saccheggio dei loro stabilimenti, la cattura o l'affondamento dei loro galeoni d'oro; l'Olanda, rivendicando ed in teoria per bocca di Ugo Grozio ed in pratica con la resistenza il principio della libertà dei mari contro queste mostruose usurpazioni dell'Oceano e dei venti, contrarie affatto ad ogni senso di giustizia naturale come ad ogni sviluppo della civiltà, s'era conquistata con la concorrenza commerciale la superiorità marittima su tutte le nazioni, aveva accaparrato nelle sue mani il commercio mondiale nonchè quello coloniale. La piccola nazione, sorta da poco a vita indipendente, non aveva battuto solo i suoi dominatori, la grande Spagna sui cui domini il sole mai tramontava, ma tutte le altre nazioni marinare d'Europa: nella stessa Inghilterra l'arte delle costruzioni navali ormai deperiva, mentre marinai inglesi s'ingaggiavano sui bastimenti olandesi che s'affollavano nei porti dell'isola. Geloso di tanta potenza ed infiammato della nobile ambizione di assicurare al proprio paese il primato sui mari, il Protettore emanava il suo atto di navigazione, pel quale il commercio dell'Inghilterra con le sue colonie come col resto del mondo doveva praticarsi solo da vascelli costrutti nel paese stesso e montati principalmente da inglesi; mentre gli stranieri non potevano importare in Inghilterra che i prodotti delle loro rispettive contrade o quelli, di cui queste erano il deposito riconosciuto.
Tale atto diretto contro il commercio degli Olandesi, dovendo servire soltanto a proteggere la marina mercantile dell'Inghilterra, non conteneva perciò alcuna clausola relativa ad un monopolio coloniale o particolarmente sfavorevole ad alcuna colonia d'America: di per sè esso non ledeva in nulla la Virginia o la Nuova Inghilterra; Cromwell non voleva intralciare lo sviluppo economico della Virginia, del Maryland, della Nuova Inghilterra, ma soltanto fare dell'Inghilterra il deposito commerciale del mondo, donde la cessione ch'egli si fa fare di Dunkerque ed altri porti francesi, donde la conquista della Giammaica ed il tentativo infruttuoso su Hispaniola, donde la lotta vittoriosa coll'Olanda, donde le trattative con la Svezia nel segreto intendimento di assicurarsi i porti principali del Baltico. Ormai però l'abbrivo era dato: l'opera politica di Cromwell, innalzata sull'arena, crollava collo sparire del suo genio dalla scena politica del mondo; ma l'opera sua economica, consacrata nell'Atto di navigazione, continuava ricca dei maggiori risultati. La protezione della marina inglese, una volta stabilita in modo permanente, diveniva una base essenziale della politica commerciale dell'Inghilterra: i mercanti inglesi domanderanno nuovi incoraggiamenti, per quanto meno giustificati, insisteranno per ottenere il monopolio assoluto del commercio con le colonie, e, divenuti ormai una potenza, lo otterranno da quel Parlamento, di cui essi dispongono. Ed ecco infatti che il «Parlamento-convenzione», subito dopo la restaurazione degli Stuart, rinnovando l'atto di navigazione del 1651, lo modificava in modo che da semplice misura, intesa ad assicurare alla marina inglese il commercio dei porti inglesi, diventava strumento di monopolio del commercio coloniale, sacrificando agli interessi della madrepatria i diritti naturali dei coloni: una clausola infatti diceva «alcuna mercanzia non sarà importata nelle piantagioni se non da vascelli inglesi, montati da un equipaggio inglese, sotto pena di confisca».
I bastimenti stranieri si vedevano chiusi così i porti delle colonie, le quali venivano spogliate ancor più risolutamente dei benefici della libera concorrenza colla disposizione, che solo i nativi del paese od i naturalizzati potessero divenire mercanti o fattori nelle piantagioni inglesi. Nè basta ancora. Si stabiliva che i prodotti specifici delle colonie americane, come zucchero, tabacco, indaco, cotone, legno tintorio, ecc., tutta roba che non poteva far concorrenza ai prodotti inglesi, non potessero esser esportati se non alla volta dei paesi dipendenti dalla corona inglese, sotto pena di confisca; mentre le mercanzie, che i mercanti inglesi non trovavano conveniente comperare, potevano esser imbarcate pei mercati stranieri, quanto più lontani tanto meglio per evitare maggiormente la concorrenza con le merci inglesi: una clausola del nuovo atto di navigazione assegnava a tal fine ai coloni i porti situati al sud del capo Finistère. A misura poi che nuovi articoli della prima categoria appariranno in America, la lista ne sarà regolarmente aumentata.
Gli armatori ed i commercianti inglesi non tardano però ad accorgersi che i guadagni alle spalle dei coloni sono suscettibili di ben maggiori aumenti; ed ecco nel 1663 una nuova legge proibire l'importazione nelle piantagioni delle merci europee, che non fossero trasportate su vascelli inglesi provenienti direttamente dall'Inghilterra. La madrepatria non s'accontentava così di essere semplicemente il deposito dei prodotti più ricchi delle sue colonie ma anche delle forniture da far loro, ed i coloni erano costretti a comperare da essa non solo gli articoli commerciali inglesi ma anche quelli degli altri paesi. Nelle colonie stesse però s'annidava un nemico, di cui l'avidità mercantile della madrepatria cominciava a concepire i più esagerati timori: lo sviluppo marittimo della N. Inghilterra, la quale esercitava un proficuo commercio con le colonie meridionali, turbava i sonni degli armatori di Bristol, di Liverpool, di Londra, ed il Parlamento mosso a pietà dei loro lagni si decideva nel 1672 ad interdire ai commercianti della N. Inghilterra di far concorrenza agli Inglesi in quel campo, ostacolando così con divieti e diritti doganali il libero traffico fra le stesse colonie.
Tutte queste però non erano che disposizioni isolate, non erano che l'avviamento ad un vero e proprio sistema di monopolio coloniale: questo doveva essere l'effetto dell'onnipotenza del Parlamento, creata dalla rivoluzione inglese del 1688.