CAPITOLO V Solidarietà coloniale e rapporti con la madrepatria.

§ 1. Isolamento delle singole colonie e forze destinate a fonderle insieme — § 2. Politica economica della madrepatria — § 3. Maturità delle colonie per l'indipendenza.

§ 1. Isolamento delle singole colonie e forze destinate a fonderle insieme. — Le grandi braccia della civiltà attuale, la locomotiva, il telegrafo, la stampa quotidiana, la navigazione a vapore, che oggi legano una popolazione di 80 milioni, sparsa sulla metà d'un continente in una sola nazione, l'anglo-americana, erano sconosciute o quasi alle tredici colonie disperse nel secolo XVIII lungo la costa atlantica del Nord-America senz'altro legame che quello della comune dipendenza dall'Inghilterra. I mezzi di comunicazione e trasporto fra le colonie erano assai primitivi. Le strade erano rare, spesso rotte, in molti punti, in vicinanza delle città specialmente, quasi impraticabili pel fango. Occorrevano sette giorni per andar in diligenza da Philadelphia a Pittsburgh, quattro da Boston a New York, tre da New York a Philadelphia: nel 1766 parve cosa miracolosa il fare in due giorni questo viaggio, tanto che la diligenza ad esso destinata fa detta «la macchina volante». Dov'era possibile, il viaggio si faceva per acqua, affidandosi al vento, ragione per cui lo stesso viaggio ora si faceva in due giorni ora in due settimane. Il servizio postale era perciò inadeguato e lento quanto mai: talora in inverno una lettera impiegava settimane per andare da Philadelphia nella Virginia. Occorrevano decine e decine di giorni perchè le notizie attraversassero l'Atlantico, un tre settimane circa perchè un'idea attraversasse tutte le colonie. Pochi i giornali, senza importanza le loro notizie, limitata per forza ad una piccola area la loro circolazione. Si è calcolato che il contenuto di tutti i 43 giornali, esistenti all'epoca della Rivoluzione, non avrebbe riempito dieci pagine dell'attuale New York Herald: le notizie erano tanto scarse, che durante la stessa guerra d'indipendenza il «Massachusetts Spy» per mancanza di novità pubblicava successivamente l'intera «History of America» del Robertson. Questo stato materiale di cose sarebbe bastato da sè solo a condannare le singole colonie a quell'isolamento, che è il fatto caratteristico della vita americana dell'epoca, quand'anche cento altre ragioni non avessero a ciò cooperato.

Origini, nazionalità, religione, suolo, clima, forme sociali e politiche erano diverse, si può dire, da colonia a colonia: nessun principio di coesione in sulle prime, nessun centro di vita comune fra queste provincie, che si guardavano con occhio diffidente quando non geloso, che sembravano riprodurre tutti i dissensi religiosi e politici della madrepatria, che avevano in una parola una coscienza così aliena da ogni simpatia intercoloniale, così spiccatamente individuale, che oggi mal saprebbe concepirla nonchè un europeo un americano degli stessi Stati Uniti. Nessuna meraviglia pertanto che il dotto svedese Peter Kalm, viaggiando per le colonie dal 1748 al 1751, rimanesse meravigliato dell'isolamento di ciascuna nelle leggi, nella moneta, nei piani militari, negli usi sociali; nessun miracolo se, nonchè nella nota letteraria diversa da regione a regione, nella stessa lingua, affetta da un arresto di sviluppo in confronto di quella della madrepatria, si fossero affermate tali differenze che Beniamino Franklin nel 1752 poteva dire che ogni colonia aveva «alcune espressioni peculiari, famigliari alla sua popolazione ma straniere ed inintelligibili alle altre».

Se però l'isolamento è il fatto più appariscente di questa società coloniale, di cui ogni singola unità sembra tener nelle proprie mani il destino che essa crede di elaborare a modo proprio e nel proprio interesse esclusivo, in cui la vita si svolge in tanti teatri separati quante sono, può dirsi, le provincie; la tendenza alla comunanza, la solidarietà, è invece la risultante ultima delle forze, le quali la agitano, colmando lentamente l'abisso che la divide in tanti mondi nonchè separati discordi, stringendo fra questi i legami indissolubili della futura nazionalità.

Col succedersi anzitutto delle generazioni i coloni erano andati perdendo a poco a poco il ricordo della patria individuale, mentre l'incrocio fra essi aveva creato, nelle sedi più antiche in ispecie, un tipo nuovo, distinto da quello della metropoli, un tipo che le ragioni ideali come gli interessi materiali rendevano più attaccato al proprio paese che a quello degli antenati. Alla formazione di questo tipo, che non è più inglese od olandese o svedese, ma può dirsi già americano per le caratteristiche comuni a tutte le colonie da esso presentato, aveva contribuito l'ambiente fisico. Il cielo abitualmente sereno e luminoso in gran parte del paese, l'aria secca ed elettrica, i grandi squilibri di temperatura massima e minima, cause tutte che oggi ancora trasformano in poche generazioni gli immigranti in un tipo unico, l'anglo-americano, avvicinandoli non già ai progenitori ma all'elemento autoctono primitivo, all'indiano, coll'appiattirne i piedi e le mani, coll'incavarne le orbite, col renderne più scura la pelle, collo svilupparne le apofisi ossee, coll'esaltarne infine l'attività nervosa e produrre in essi una capacità di resistenza superiore a quella degli altri popoli, lavoravano anche allora alla formazione d'un tipo affine con risultati tanto più rapidi d'oggi quanto minore e più omogenea dell'attuale era l'immigrazione. Aggiungasi quella fisionomia comune a tutti i coloni, che viene dall'affinità morale dei loro progenitori: diversi per razza, per religione, per lingua, i pionieri di quella società erano tutti fratelli nel vigore della volontà, nello spirito d'avventura, nella indomata energia; li avesse tratti sulla sponda americana dell'Atlantico l'amore alla libertà, la passione del nuovo, il desiderio della ricchezza, erano pur sempre, salvo poche eccezioni, il fior fiore dell'energia europea.

D'altra parte l'elemento inglese predominante aveva finito coll'assorbire gli altri, fondendoli nella grande massa anglosassone, cosicchè tutte le colonie si trovavano avvinte ormai dal grande legame d'una lingua e d'una civiltà comune. Al nord-est ed al sud infatti del dominio coloniale s'erano creati due forti nuclei sociali, adatti ad esercitare il loro influsso su tutto il paese. Nella Virginia la casta aristocratica dei piantatori, nel Massachusetts la forte organizzazione delle chiese congregazionaliste, che facevano una cosa sola con lo stato, avevano inquadrato, a dir così, gli uomini in società compatte, dotate d'una forza d'espansione capace di assimilare a sè gran parte dell'intero dominio anglicizzandolo: la Virginia invia coloni in tutto il Sud, le genti della Nuova Inghilterra non cessano d'affluire nelle provincie dell'Ovest e dello stesso Sud. Più forte poi di questo cemento etnico era quello dato da una coscienza comune, basata su idee radicate in tutte le colonie, più ancora che dalla comune loro discendenza dall'Inghilterra. L'intervento del popolo negli affari pubblici, il voto libero dell'imposta, la responsabilità degli agenti del potere, la libertà individuale, il giudizio per giuria erano principii, che per avere loro radice nella tradizione inveterata di libertà civile, compendiata nelle garanzie della common law inglese, erano sacri per tutte le colonie; come in tutte esisteva, sotto una forma od un'altra, un governo locale, per cui ognuna in maggiore o minor grado faceva ed eseguiva da sè le proprie leggi, una autonomia municipale, per cui ogni comunità amministrava da sè i propri affari.

La libertà ed il selfgovernment, ecco il talismano capace di fondere armoniosamente tutte le differenze etniche, suscitando nel paese una vita politica più cara agli emigranti della loro lingua materna, dei loro ricordi, della loro parentela. Olandesi, Francesi, Svedesi e Tedeschi rinunziavano alle loro rispettive nazionalità per reclamare i diritti di cittadini inglesi. Unico elemento tradizionale importato dall'Europa nel nuovo mondo, la Common Law inglese dava alla libertà americana un passato immemorabile; unico patrimonio storico comune, essa faceva dell'ideale politico comune una parvenza lontana di patriottismo. La costituzione civile e politica della madrepatria era oggetto di venerazione per tutte quante le colonie, le quali non vedevano nella propria se non una copia migliorata dell'inglese, come quella che rinchiudeva privilegi addizionali, di cui non godeva la massa del popolo in Inghilterra. Le franchigie elettorali vi erano infatti più equamente ripartite, non essendovi l'anomalia di città prive di rappresentanza e di borghi pressochè scomparsi largamente rappresentati; l'assemblea si eleggeva in generale annualmente, e l'epoca di convocazione ne era fissata da una legge fondamentale; la lista civile in tutte le colonie, salvo una, si votava anno per anno, e per maggior sicurezza contro le malversazioni e le dilapidazioni insieme coll'impiego del denaro si notava pure la retribuzione degli agenti chiamati a dirigere le spese; le libertà municipali erano più indipendenti e più estese; in nessuna colonia vi era corte ecclesiastica e nella più parte di esse non vi era chiesa stabilita nè giuramento religioso per entrare negli uffici pubblici; il villanaggio e la servitù dei bianchi più non esistevano; permesso a tutti i cittadini il porto d'armi e dovere civico degli ascritti alla milizia l'esercitarsi in esse.

Tanta libertà civile, tanto sviluppo di democrazia facevano così sorelle le colonie in quello spirito di indipendenza, che tutte le animava nei loro rapporti con la madrepatria; la strenua lotta per la difesa della carta, su cui riposavano le sue libertà, combattuta ad intervalli dal Massachusetts dal 1638 al 1685, fino al giorno in cui gli veniva tolta con la violenza dal governo inglese, non è un caso isolato ma un semplice episodio di quella gagliardia spiegata sempre da tutte le colonie regie, a carta o di proprietari, democratiche od aristocratiche a vantaggio della loro autonomia locale.

Trascurate dal governo inglese, finchè povere ed oscure, le colonie nord-americane divenute prospere e ricche avevano attirato sopra di sè l'attenzione della madrepatria; l'ingerenza di questa era aumentata, gli statuti coloniali erano diventati sempre più uniformi, il tipo infine della colonia regia aveva terminato col prevalere. In essa la corona designava con scrittura privata il governatore ed una specie di gabinetto consultivo o consiglio, il quale formava come la camera alta della legislatura, mentre il popolo eleggeva la camera bassa: i giudici di pace e gli ufficiali della milizia erano nominati dal governatore e dal consiglio, dal governatore o dal re i giudici provinciali, che conservavano la loro carica secondo il beneplacito del monarca; quanto alle corti di ammiragliato, i lords dell'ammiragliato vi nominavano un giudice, un cancelliere ed un maresciallo; i commissari delle dogane facevano scegliere dei controllori e collettori, di cui ve n'era uno in ogni porto considerevole. Anche le altre colonie però, sia quelle corporative a carta, sia quelle stesse di proprietari, dove originariamente la corona inglese non era rappresentata che dalle corti di ammiragliato e dai commissari di dogana, dopo la rivoluzione del 1688, col manifestarsi della tendenza a restringere il potere dei proprietari, col prevalere della dottrina che si potevano concedere i territori ma che l'autorità amministrativa doveva esserne riservata alla corona, erano state sottoposte a forza di modificazioni delle carte o delle primitive concessioni, o in un modo diretto o indiretto, al controllo del governo inglese. Ciò avveniva specialmente per l'amministrazione della giustizia, riguardo alla quale la corona non solo aveva ottenuto la facoltà di nominare i giudici in quasi tutte le colonie, ma coll'imporre a tutte il diritto negli abitanti di appellarsi in Inghilterra, aveva fatto di questa il tribunale d'ultima istanza di tutte le contestazioni sollevate in America.