L'anno stesso dell'arrivo il Penn convocava un'assemblea generale dei coloni, ma il popolo invece preferiva inviare dei rappresentanti, i quali in tre giorni compilavano in Chester un primo abbozzo di legislazione provvisoria improntata ai principi dei quaccheri: libertà assoluta di coscienza, perfetta eguaglianza giuridica, riposo settimanale, suffragio universale, approvazione del popolo per le imposte, abolizione della pena di morte in tutti i casi eccetto l'assassinio, soppressione del giuramento nei processi, il matrimonio puro contratto civile, abolizione delle decime, proibizione d'ogni divertimento sensuale, mascherate, balli, spettacoli, combattimenti di tori ecc., ne erano le principali disposizioni. Si dava quindi mano fra lo Schuylkill e la Delaware, su una lingua di terra per bellezza, salubrità e posizione geografica quanto mai adatta, alla fondazione di Filadelfia, la città «rustica e verdeggiante» come la ideava il fondatore, la città «dell'amore fraterno» che nella vita tranquilla ed operosa delle case nascoste fra i giardini ed i parchi non doveva smentire il suo nome. L'anno dopo nella capitale nascente, composta ancora di poche capanne, si riuniva la prima legislatura provinciale, costituita di 9 rappresentanti per ciascuna delle 6 contee, e fra i tronchi d'alberi abbattuti della foresta redigeva e datava da Filadelfia, in segno d'augurio, la «carta di libertà» della Pennsylvania.

Nel presentare ad essa il piano di governo, redatto in Inghilterra, il proprietario diceva: «voi potete emendarlo, cambiarlo o farvi delle aggiunte; io sono disposto a fondare tutte le istituzioni che possono contribuire alla vostra felicità». Dal pieno accordo tra le due parti uscì una costituzione; che, se ne eccettui la carica ereditaria del proprietario, faceva della Pennsylvania una perfetta democrazia rappresentativa: dal diritto di veto riservato al proprietario in fuori, ogni altro potere era lasciato al popolo, che non solo eleggeva esso il corpo legislativo ma anche, direttamente o indirettamente, nominava tutti i funzionari del potere esecutivo e perfino del giudiziario. Il Penn a differenza di lord Baltimore non voleva il menomo diritto d'imposta in compenso della sua proprietà e delle spese sostenute per la colonia, rifiutando anzi la rendita che la provincia gli offriva con tale intendimento, contento delle vaste terre riservatesi quale proprietà personale. «Splendida cosa!, diceva Federico di Prussia un secolo dopo, nel leggere l'organizzazione della Pennsylvania; tutto ciò sarebbe perfetto se potesse sussistere!»

Le istituzioni democratiche, grazie agli elementi della popolazione ed alle condizioni del suolo, rimasero salde in Pennsylvania, come rimasero inalterati verso di essa i sensi del suo fondatore, il quale, nonostante la rovina del patrimonio speso nella colonia e la conseguente prigionia per debiti, ancora otto anni prima di morire scriveva ai coloni: «se nei rapporti che esistono fra noi, il popolo ha bisogno di qualche cosa da parte mia, che possa renderlo più felice, io sono dispostissimo ad accordargliela». Così pure si conservarono buone nei primi tempi le relazioni tra gli Indiani e gli Amici, per quanto sia pura leggenda che i Quaccheri non abbiano mai avuto molestia dai Pelli-Rosse. Quello che non rimaneva, nè poteva rimaner saldo era la sovranità del proprietario ereditario. Quando il re quacchero, gettate le basi materiali e morali della colonia, s'era imbarcato nel 1684 per l'Europa, lasciando alla libertà la cura di svilupparsi da sè, l'addio dei coloni era stato commovente e sincero: egli però aveva lasciato nel governo della colonia due elementi incompatibili fra loro, la democrazia da lui fondata e la sovranità feudale cui non aveva rinunciato. Il Penn infatti non solo si era riservato delle porzioni considerevoli di territorio come proprietà privata, ma anche un diritto esclusivo di preempzione del suolo, che egli solo poteva comperare dagli indigeni per cedere poi mediante canoni ai coloni. La Pennsylvania attaccò subito il diritto feudale del suo proprietario, esigendo che la rendita proveniente da tali canoni fosse almeno in parte destinata a coprire le spese pubbliche. Le agitazioni e le scissure arrivarono anzi al punto che la Pennsylvania veniva tolta al Penn dal governo inglese e vi si inviava nel 1693 un governatore; ma il Penn poco dopo veniva reintegrato nei suoi diritti ed in un secondo viaggio in America poteva nel 1699 ristabilire la calma nella colonia. Moriva egli nel 1718 dopo una triste vecchiaia, afflitta da malattie, da prigionia pei debiti contratti a vantaggio della colonia, da altre avversità ancora, compenso ben doloroso ad una esistenza tutta spesa, nonostante l'aspro giudizio del Macaulay, che lo accusa di subdolo papismo, al culto ed al trionfo della verità e dell'umanità.

La lotta tra democrazia e sovranità feudale, mantenuta dentro certi limiti durante la vita del Penn dalla gratitudine dei coloni, avrà libero corso dopo la sua morte, e la storia politica del paese non sarà altro che una sequela di contestazioni, destinate a risolversi nella più completa indipendenza popolare. Nel secolo XVIII infatti la Pennsylvania apparteneva solo di nome ai proprietari ed all'Inghilterra: in essa il popolo era divenuto più che in ogni altra colonia padrone di se stesso. La sua legislatura, non composta che di una sola branca, aveva un'esistenza affatto indipendente; si convocava e si scioglieva da se stessa senza bisogno d'alcun intervento estraneo: il diritto di veto negato per lunga consuetudine nonchè al consiglio, eletto dai proprietari, ai proprietari stessi, e riservato solo al governatore luogotenente, era reso nella pratica illusorio per la dipendenza strettissima del governatore dall'assemblea, la quale anno per anno votava il suo trattamento: la nomina dei giudici, negata ai proprietari, era riserbata anch'essa al luogotenente, e tali giudici per di più dipendevano essi pure dall'assemblea pei loro emolumenti: le imposte erano votate dall'assemblea e da essa percepite col mezzo di commissari provinciali: ai proprietari era lasciato solo il controllo sull'ufficio delle terre, ma a bilanciarne l'influenza politica l'assemblea da parte sua esercitava la più stretta sorveglianza sull'ufficio dei prestiti e della carta monetata. A tanta libertà politica corrispondeva l'affrancamento completo del pensiero, garantito dalla legge. Grazie ad esso la stampa poteva svolgere tutta la sua efficacia sull'opinione pubblica e nelle mani del Franklin diventare uno strumento prezioso di libertà per l'intero paese.

Un'altra cosa poi oltre alla sovranità del proprietario doveva eclissarsi col tempo, il quaccherismo cioè nelle sue applicazioni alla vita quotidiana. La schiavitù dei Negri anzitutto prese piede anche nel suolo colonizzato dai quaccheri, nonostante le loro teorie umanitarie contrarie ad ogni differenza di casta e di razza. Essa s'introduce del pari nella Pennsylvania, nonostante gli sforzi in contrario del Penn, il cui primo atto in proposito obbligava ad affrancare i negri dopo 14 anni, e nel Delaware, nonostante i buoni propositi della comunità svedese dei tempi di Gustavo Adolfo, nonostante che gli Amici colà venuti di Germania proclamassero ancora una volta che non era permesso a cristiani comperare o tenere negri schiavi, nonostante il messaggio di Giorgio Fox ai fratelli del Delaware «che la vostra luce rischiari gli Indiani, i negri ed i bianchi», nonostante infine l'apostolato sublime dell'antischiavista John Woolman nel sec. 18º. Se la linea Mason e Dixon, così detta dal nome dei due commissari che nel 1761 la tracciavano, dopo quasi un secolo di contestazioni fra il Penn ed il Baltimore ed i rispettivi eredi, separando il Maryland dalla Pennsylvania, diventerà nel sec. 19º la linea di divisione fra stati liberi e stati a schiavi, ciò dipenderà anche qui ben più che dalla filantropia dei quaccheri da ragioni di clima, di suolo, di culture.

Nè solo la schiavitù dei negri, ma il complesso tutto della vita sociale andrà allontanandosi ogni giorno più dalla rigidità quacchera, possibile in una setta non già in una società, con lo sviluppo d'una florida vita economica, dovuta alla fertilità del suolo e più tardi alle ricchezze minerarie, carbone, ferro, petrolio, del sottosuolo, con l'aumento rapido della popolazione, che, valutata ad un 12.000 anime tra Pennsylvania e Delaware presi insieme nel 1688, saliva a 176.000, di cui 11.000 negri, verso il 1754. Di questi coloni, i quali dall'Inghilterra, dalla Scozia e dalla Germania immigravano nella Pennsylvania, ben pochi rimanevano fedeli alle costumanze quacchere, troppo contrarie agli istinti predominanti dell'uomo, alla sete di piacere, di godimento, di potenza, di ricchezza, ben pochi comprendevano e pura tramandavano ai figli una religione affatto filosofica, non confacientesi alle moltitudini per l'assenza completa di forme e l'altezza sublime dei principî.

L'elemento quacchero infatti rappresenta oggi circa un centesimo della popolazione della Pennsylvania, ed ancor meno poi del Delaware, di quel paese cioè che, colonizzato già dagli Svedesi e disputato in seguito fra il duca di York ed il Penn e poi fra questo e lord Baltimore, aveva finito dopo alcuni anni di unione con la Pennsylvania per costituire nel 1702 una colonia regia autonoma. Esulato però grado grado dalla vita materiale, lo spirito quacchero modificato ma non cancellato rimase in fondo agli animi, imprimendo l'orma sua quietista nel carattere d'una colonia, nella cui origine la setta aveva rappresentato la parte principale: la Pennsylvania conserverà la sua tinta scialba in tutta la storia americana; non sarà mai, nonostante la sua floridissima vita industriale, una forza direttiva ed impulsiva della futura confederazione; in essa non si svolgerà nè lo spirito «yankee» di cui la Nuova Inghilterra è il laboratorio, nè quello «aristocratico» del Sud, nè quello «cosmopolita» dell'antica Nuova Amsterdam. Sembra proprio che le origini cospirassero con la posizione geografica a fare della Pennsylvania l'anello d'unione tra Nord e Sud, riserbandole intatta la sua missione storica, quella di stringere insieme le due parti del paese: il fondatore di essa, Guglielmo Penn, s'adoperava già nel 1697 per un congresso annuale di tutte le colonie coll'intento di regolarne il commercio, fatidica per quanto vana divinazione del futuro; la capitale di essa, Filadelfia, dava i natali meno d'un secolo dopo all'indipendenza americana e diventava il pegno dell'Unione.

§ 4. Caratteristica delle colonie centrali. — Non la sola Pennsylvania del resto ma tutte quante le colonie centrali adempievano alla missione di avvicinare nel campo sociale e fondere in quello politico, come congiungevano in quello geografico, le varie parti del paese. Zona di transizione fra il latifondo coltivato a schiavi ed il farm coltivato dal proprietario, crogiuolo dove la rigidità puritana si fonde col misticismo quacchero e si tempera di cento altri elementi cosmopolitici, esse rappresentano un compromesso sociale fra Nord e Sud, che bene si rispecchia in quel compromesso artistico per cui nelle colonie centrali la nota letteraria dalla cupa tetraggine della N. Inghilterra va cangiando rapidamente verso la luce e la gaiezza del Maryland e della Virginia. Ed in questa zona per l'appunto si concentra, può dirsi, l'interesse politico della madrepatria all'intero dominio nord-americano, come suo in ispecie è l'interesse ad una unione eventuale di tutte le colonie: basti pensare a quella New York, la quale col suo porto, primo sull'Atlantico, le comode baie ed il corso dell'Hudson ha in mano le chiavi del Canadà e dei Grandi Laghi, mentre con la sua frontiera male delimitata all'interno è più esposta agli assalti degli Indiani ed alle rappresaglie dei vicini Francesi. Nè, grazie in prima linea a questa cosmopolita New York, il centro è solo la zona grigia, in cui vengono a fondersi le opposte correnti, che derivano dalle società compatte e ben caratterizzate del nord e del sud, ma benanche il laboratorio massimo d'un terzo elemento, che informerà di sè la vita americana, l'utilitarismo più gretto e feroce.

L'immenso e rapido sviluppo commerciale ed economico dei futuri suoi Stati, di cui le città sono centri di scambi, officine di produzione e depositi di mercanzie, favorito dall'origine degli abitanti, divisi dalla discendenza del sangue ed accomunati solo dall'intento economico, vi produrrà una classe, di cui l'oro sarà l'unico dio, gli affari l'unica cosa per cui valga la pena di vivere, una classe dominata dalla febbre del guadagno e di questo solo curante. La massima inglese che il tempo è danaro troverà in essa il maggior favore; la legge psicologica del minimo sforzo la maggiore applicazione. Non perdere un minuto, non lasciar passare un'occasione, non trascurare la minima cosa capace d'un effetto utile, diventerà la sua regola d'azione suprema e pressochè unica: tutto il resto, convenienze sociali non meno di scrupoli morali o di legami religiosi, passerà in seconda linea.

I moventi più alti dell'uomo, la morale, l'arte, la scienza, la bellezza, rimarranno in essa annegati per lasciar libero il campo al solo stimolo economico: il futuro industriale della Pennsylvania per quanto più illuminato non sarà posseduto dalla febbre del guadagno meno del negoziante di New York prodigiosamente ignorante. Il senso pratico diventerà il sesto senso di questi uomini; l'americanata troverà qui la culla d'origine. Ed invero in questa corsa sfrenata al guadagno, corsa che non conoscerà nè gli spini della via nè la difficoltà degli ostacoli, la capacità dello sforzo facendosi ogni giorno maggiore, lo sforzo stesso diventerà una seconda natura, un vero bisogno, mentre per contatto si comunicherà dagli individui all'intero corpo sociale: dissipare una fortuna pur di avere il piacere di rifarla, ecco un esempio non raro! La riuscita più che i suoi frutti termina così, ed in ciò la moralità finale di essa, col diventare l'ideale di questa società, nella quale la vita dell'individuo sarebbe un puro e semplice gioco di azzardo senza alcun contenuto etico, senza alcun fine sociale, se la riuscita stessa non fosse da raggiungersi solo per mezzo dell'individuo e non dovesse risolversi in un vantaggio per la collettività, come vorrebbe il filosofo dei miliardi, l'americano Andrea Carnegie, nel suo libro recente «The empire of business».