L'oscuro pastore promoveva così una rivoluzione morale, affermando la libertà assoluta dell'intelligenza come un diritto innato ed inalienabile, proprio nell'epoca in cui la Camera dei Comuni ne compieva una politica abbattendo monarchia e paria. Una mattina che il prete anglicano, nella chiesa di Nottingham, spiegava coll'esistenza delle Sacre Scritture le parole di Pietro «noi d'altra parte abbiamo una parola profetica più certa», Giorgio Fox lo interrompeva gridando: «No, non sono le Scritture è lo Spirito». L'ultima barriera dogmatica ed ecclesiastica cadeva così completamente: il Puritano stesso s'arrestava alla parola delle Scritture, pure rivendicandone la più ampia libertà individuale di interpretazione; il Quakero cercherà la verità nel cuore dell'uomo, vero tempio della divinità. Presa la «voce interiore», oracolo non menzognero, come guida infallibile, il Fox, che da anglicano era diventato dissidente, termina col rinnegare ogni organizzazione ecclesiastica; mentre nel campo sociale, convinto della assoluta eguaglianza tra gli uomini, corollario inoppugnabile della legge d'amore di Dio, padre comune, rifiuta di levarsi il cappello davanti a chicchessia, al re non meno che al mendicante, ma ama e rispetta del pari tutti gli uomini senza distinzione di grado o di età, di sesso o di razza. Il grande principio veniva così non solo ad abbattere in piena breccia ogni sorta di compressione, religiosa come politica, intellettuale come sociale, ma perfino a cancellare ogni formalità esterna, ogni distinzione di ceto o di grado.

Si capisce perciò l'opposizione, che si scatena da ogni parte furibonda contro una teoria, la quale sembra sovvertire ogni ordine sociale, e contro l'apostolo di essa, il quale, credendosi destinato da Dio a predicarla agli uomini, trae da questa convinzione la forza per resistere alle persecuzioni, alla prigionia, alla berlina, allo scherno, alla minaccia ripetuta del capestro, ai travagli d'una vita errabonda, come la eloquenza altrettanto semplice quanto formidabile per battere i dottori delle università e convincere le masse, che dalle campagne in ispecie accorrono a lui e pendono dalle sue labbra. Sorge così dal seno delle classi inferiori la setta degli Amici o Quakeri i cui membri, veri crociati della libertà spirituale e sociale, si spargono per il mondo a predicare il principio sovversivo del «lume interiore», vale a dire della voce di Dio nell'anima, il nuovo vangelo dell'affrancamento universale.

Libertà assoluta di coscienza, abolizione d'ogni gerarchia ecclesiastica sostituita con la semplice comunione dei fedeli, negazione di caste, di classi, di gradi ed eguaglianza di condizioni economiche, orrore per la guerra e rifiuto di prender le armi, resistenza passiva all'oppressione ed al dispotismo, protesta coraggiosa ed aperta contro ogni forma di ingiustizia, fede cieca nel progresso morale quale molla del progresso sociale, nella corrispondenza eterna fra governo e governati, nel trionfo immancabile della verità e della giustizia sociale confuso con quello della democrazia, erano i principi religiosi, sociali e politici di questa specie di filosofia democratica, in cui lo spirito più liberale dell'epoca s'ammantava dell'entusiasmo della religione. Così, mentre Pietro il Grande nell'assistere in Inghilterra ad una riunione di Quakeri esclamava «ch'è felice una società governata dai loro principi!»; essi vengono dipinti dagli avversari d'ogni chiesa, di ogni classe, d'ogni colore politico come una «setta abbominevole», i cui «principi non possono conciliarsi con nessuna specie di governo» nonchè nella vecchia Europa, nella stessa Nuova Inghilterra. L'odio generale definisce posa di melanconia la loro aria di preoccupazione, presunzione sguaiata la loro fierezza, avarizia la loro frugalità, incredulità la loro indipendenza religiosa; mentre ad estirpare materialmente la setta si ricorre alle carceri, agli esigli, alla frusta, alla servitù, alla fame, al patibolo, ai massacri, ai tormenti. Tutto è inutile però contro questi assetati di giustizia, che vanno essi stessi ad aizzare gli avversari, rimproverando loro l'ingiustizia, predicando una legge morale e sociale così stridente con quella dell'epoca: dal martirio la setta, come sempre avviene, trae nuove forze e si diffonde non solo in Inghilterra e sul continente, ma anche e meglio, per le condizioni sociali più favorevoli, nelle colonie nord-americane, specialmente dopo il pellegrinaggio attraverso di esse, dal Rhode Island alla Carolina, da parte di Giorgio Fox, che rimaneva entusiasta della loro libertà.

Nel 1674, qualche mese dopo tale pellegrinaggio, una compagnia di Quaccheri comperava per mille sterline dal Berkeley la metà occidentale del New Jersey; ed in esso stabilivasi a Salem, sul Delaware, una comunità, le cui leggi fondamentali redatte nel 1677 riconoscevano il principio dell'eguaglianza democratica in un modo altrettanto assoluto ed universale che quello della setta: per esse nessun potere nè legislativo, nè esecutivo, nè giudiziario che non derivasse dall'unica fonte legittima, dalla sovranità popolare esercitata nelle elezioni; per esse nè servitù, nè schiavitù, nè usurpazione del suolo a danno degli Indiani, nè altra forma di oppressione politica ed economica; per esse insomma la nuova società veniva messa su una base altrettanto semplice quanto ignota al mondo contemporaneo, sui principii cioè dell'umanità. Era uno stato ideale, una patria conveniente a Fenelon. Puritani e presbiteriani nella parte orientale, quaccheri in quella occidentale iniziavano la colonizzazione del New Jersey con un idillio di operosa tranquillità e purezza di vita, dandogli insieme quel carattere misto e quel fervore religioso ed intellettuale, che ne forma una delle caratteristiche più salienti. Unica causa perturbatrice del paese fu nei primi anni la lotta fra i proprietari della colonia, i quali avevano ridotto l'opera loro ad una speculazione sui terreni, lotte che fruttavano al New Jersey orientale per qualche anno, dal 1689 al 1692, l'assenza di qualsiasi governo ufficiale, e terminavano nel 1702 colla cessione d'ogni diritto nelle mani della corona, la quale riuniva i due New Jersey in una sola colonia regia, che verso il 1754 contava già un 80.000 anime, di cui 6000 negri.

§ 3. Pennsylvania e Delaware. — Per quanto importante nella colonizzazione del New Jersey, il quaccherismo veniva pur sempre temperato in esso dallo spirito ben diverso del puritanesimo, cui dovevasi tra le altre la rapida introduzione e diffusione di quel sistema delle scuole libere, così ricco di risultati nella Nuova Inghilterra. Dove invece le idee degli Amici possono svolgersi in tutta la loro pienezza fino al punto che la realtà sociale lo permette, è nella vicina Pennsylvania, nella colonia cioè fondata da uno dei campioni della setta, da Guglielmo Penn.

Nato nel 1644 dal grande ammiraglio, che conquistò la Giammaica agli Inglesi, e tenuto a battesimo dallo stesso duca di York, questo figlio prediletto della fortuna, che per la nascita, l'ingegno, la raffinatezza dell'animo, l'eleganza dei modi, sembrava destinato a brillare alla corte tra la pompa dell'oro e l'ebbrezza del potere, mostrava invece fino dai primi anni un'indole melanconica, inclinata all'ascetismo ben più che ai divertimenti della sua età. Giovanetto ancora si faceva scacciare da Oxford per le idee poco ortodosse ed il suo entusiasmo per un predicatore quacchero, che l'aveva tocco nel cuore; e suscitava le collere violente del padre perch'egli, convinto della vanità del mondo, lungi dal frequentare gli splendidi circoli della capitale conduceva una vita da anacoreta, a contatto bene spesso con gente della più umile condizione. Nè le sfuriate paterne però, nè le seduzioni di Parigi, dove era mandato a convertirsi, nè i viaggi per l'Europa, che allargavano le sue cognizioni, nè gli studi e la pratica della giurisprudenza, cui si dava con successo al ritorno in Inghilterra, guarivano della malinconica austerità il giovane Penn, il quale veniva confinato dal padre nei suoi possessi d'Irlanda. Ma qui per l'appunto le parole d'un vecchio «amico» sulla fede, che vince il mondo, terminavano col convertire alla setta dei quaccheri l'espulso di Oxford; ed il figlio dell'ammiraglio famigliare del re, proprio nell'età in cui più gli sorrideva la vita, a ventidue anni, rinunziava alle lusinghe della fortuna per seguire il sentiero della virtù: dal carcere, dove era una prima volta gettato per le sue idee, egli protestava che «la religione, suo delitto e sua innocenza, lo faceva prigioniero agli occhi dei malvagi, ma lo lasciava padrone di se stesso». Cacciato di casa dal padre, impotente nonostante l'angoscia del cuore di cangiare l'inflessibile figlio, canzonato e rinnegato dagli amici, fuggito come un lebbroso dalla sua società, comincia pel Penn la vita poco sicura del quacchero infamato, la vita errabonda di chi senza risorse gira pel mondo a predicare un ideale incompreso, apostolo entusiasta della nuova fede e teorico fecondo dei suoi principî. Prigioniero per lunghi mesi nella torre di Londra, egli non si piega, ma piega anzi con la sua commovente costanza il vecchio padre, che riconosce nel figlio la propria energia, gli perdona, lo ammira, lo difende contro nuovi attacchi del prete e del giudice, lo raccomanda prima di morire al re e al duca di York, che gli promettono di proteggerlo, e lo incoraggia in sul momento dell'estremo abbandono col dirgli: «figliuol mio Guglielmo, se tu ed i tuoi amici persevererete nel vostro semplice modo di predicare e di vivere, metterete fine al regno dei preti».

Padrone ormai di sè, il Penn impiegava d'allora in poi le sue ricchezze, i suoi talenti e la sua influenza nel soccorrere i correligionari perseguitati, guadagnandosi nuova prigionia; insieme con Giorgio Fox e Robert Barclay andava ad evangelizzare l'Olanda e la Germania, e di ritorno in patria si dava con più ardore a combattere in tutti i modi per la libertà di coscienza, in favore dei papisti non meno che dei quaccheri. Disperando alla fine di veder trionfare il suo ideale in un paese, dove la tirannide del fanatismo era più forte che mai, rivolgeva il suo pensiero a quell'America, che fin da giovanetto era stata il teatro dei suoi sogni di felicità. Ora maturo d'intelletto, provato e fortificato dalla vita, meditava non solo di aprire colà un asilo ai correligionari perseguitati, ma addirittura di fondarvi una comunità in cui potesse incarnarsi l'ideale quacchero. Spinto dall'entusiasmo pel generoso progetto ed aiutato da potenti intercessori, già amici del padre, egli riusciva nel 1681 ad ottenere il possesso del paese ad ovest del Delaware per una estensione di 3 gradi di latitudine e 5 di longitudine.

Era questo per Carlo II un mezzo assai comodo di soddisfare il debito di 16.000 sterline, che il governo inglese doveva al padre di Penn, e per l'ardente filantropo il mezzo sospirato di «offrire un esempio ed un modello alle nazioni», di tentare il «santo esperimento» nel vasto paese, ch'egli voleva detto Sylvania pel suo aspetto, nome mutato da Carlo II in Pennsylvania. La riva occidentale della baia di Delaware, il paese cioè colonizzato già dagli Svedesi, veniva però in sulle prime conteso al Penn dal duca di York, che voleva riservarselo come una dipendenza di New York; ma dopo lunghe trattative questi acconsentiva ad infeudarne il Penn, il quale lo aggregava per pochi anni alla Pennsylvania nonostante le contestazioni di lord Baltimore, che pure avanzava delle pretese su quel territorio. La carta, analoga a quella del Maryland, mentre garantiva al re coll'approvazione delle leggi dell'assemblea coloniale la sovranità ed al Parlamento coi diritti di dogana la supremazia commerciale, accordava al proprietario i soliti privilegi feudali. Che uso il re quacchero, come fu chiamato, intendesse di fare dei poteri concessigli sul territorio, in cui erano compresi i principali stabilimenti svedesi e qua e là qualche fattoria olandese ed inglese, appariva manifesto dal proclama indirizzato nello stesso 1681 ai suoi sudditi: «Voi sarete governati, era detto, dalle leggi, che vi darete voi stessi e vivrete come un popolo libero e, se lo desiderate, come un popolo sobrio ed industrioso. Io non usurperò i diritti d'alcuno, io non opprimerò alcuno. Dio m'ha ispirato una risoluzione migliore e m'ha accordato la sua grazia per compierla. In una parola, tutto quello che degli uomini liberi e temperanti possono ragionevolmente desiderare, per assicurare e migliorare la propria prosperità, io lo concederò di tutto cuore. Io supplico Dio di guidarvi nella via della giustizia e di fare felice voi e dopo voi i figli vostri. Sono vostro amico sincero, Guglielmo Penn». E poco dopo egli indirizzava un messaggio agli indigeni della foresta, dichiarando loro che tutti, essi come lui, erano responsabili della loro condotta davanti uno stesso e solo Dio, ch'essi avevano tutti la stessa legge scritta nel fondo del loro cuore e che tutti erano egualmente tenuti ad amarsi, a soccorrersi, a farsi reciprocamente del bene. Un suo rappresentante veniva intanto mandato in America coll'incarico di mantenere lo statu quo sino al suo arrivo, mentr'egli preparava i mezzi per colonizzare il paese, cominciando con lo spedirvi una compagnia d'emigranti quaccheri.

Ben più dei piani materiali di colonizzazione, che pur dissestavano il suo patrimonio aggravandolo di debiti, preoccupava però il suo animo il pensiero del governo da dare ai suoi sudditi: insensibile agli allettamenti dell'avarizia e dell'ambizione, come l'aveva tante volte mostrato, egli rimaneva un momento perplesso di fronte alle seduzioni del potere assoluto, che sembrava garantirgli l'esercizio illimitato della sua appassionata filantropia; ma, coerente al suo dogma politico che «la libertà senza obbedienza non è che confusione e l'obbedienza senza libertà diventa schiavitù», seppe eroicamente resistere alla tentazione. «Io mi propongo, decideva, in quanto riguarda le questioni di libertà, di non lasciare, cosa che non è ordinaria, nè a me nè ai miei successori, il minimo potere di far del male; io non voglio che la volontà d'un sol uomo possa divenire un ostacolo alla felicità di tutto un paese». Con tali idee egli s'imbarcava nel 1682 sul «Welcome» pel suo possesso americano, dopo aver raccomandato alla moglie di vivere colla massima frugalità e di fare dei figli suoi degli agricoltori e delle donne di casa: con sè portava un progetto di governo, ben diverso da quello di Locke, da sottomettere all'approvazione degli uomini liberi della Pennsylvania.

Accolto dai coloni con entusiasmo commovente quale padre benefico anzichè signore, il sovrano quacchero rimontava il Delaware, messaggero di pace e d'amore ai fratelli bianchi ed a quelli indigeni. Sotto un grande olmo a Shakamaxon, come lo rappresenta un quadro del West, Guglielmo Penn circondato da alcuni amici riceveva una numerosa deputazione delle tribù Lemni Lenape e stringeva con queste un accordo, ch'era ben più dei soliti acquisti di terreno dagli indiani: era il riconoscimento della perfetta uguaglianza fra Bianchi e Pelli-Rosse, la proclamazione degli stessi diritti: «Noi ci incontriamo qui, diceva il Penn, sul gran cammino della buona fede e della buona volontà; da alcuna parte non ci riserveremo dei vantaggi; tutto si combinerà con franchezza e carità.... Io non voglio chiamarvi miei figli, perchè i genitori reprimono talora troppo severamente i lor figli; nè solamente miei fratelli, perchè i fratelli sono dissimili. Io non paragonerò l'amicizia che ci lega ad una catena, perchè le pioggie possono arrugginirla e gli alberi, cadendo, spezzarla. Noi siamo la stessa cosa che due parti del corpo d'un uomo, se potessero esser separate; siamo tutti una stessa carne ed uno stesso sangue». Ed i figli della foresta commossi: «noi vivremo, dicevano, in buona amicizia con Guglielmo Penn e coi suoi figli, finchè sussisteranno il sole e la luna». Quanto progresso da Melendez a Penn, quale abisso tra il contegno degli Spagnuoli verso gl'Indiani e quello dei Quaccheri!