Ritornato in Isvezia, il grande statista entrava in trattative col renano Pietro Minnewit, già direttore generale o governatore di Nuova Amsterdam, che, indicate al sagace cancelliere le rive del Delaware come le più adatte ad una prospera colonizzazione, partiva sopra due navi alla volta di quelle sul cadere del 1637, seguito da una cinquantina di Svedesi e Finlandesi. Arrivati i nuovi coloni sul principio del 1638 nella baia di Delaware comperavano dagli Indiani il territorio, che va dal capo meridionale, detto da essi nati sotto il freddo cielo settentrionale «Punta del Paradiso», fino alle cateratte del fiume presso l'attuale Trenton, e vi fondavano una colonia. Invano il governatore di Nuova Amsterdam protestava contro l'usurpazione d'un territorio spettante alla compagnia olandese; chè da una parte la fama ed il prestigio delle recenti vittorie proteggevano la bandiera svedese anche nel Nuovo Mondo, e dall'altra l'energia del governatore Minnewit ed il fortilizio di Christiana da esso innalzato sventavano le minacciate ostilità: i limiti olandesi venivano abbattuti e le tavole, poste in loro luogo, colla scritta: «Cristina regina di Svezia» dicevano agli Scandinavi che il sogno del loro eroe era diventato realtà. Il racconto infatti dei successi svedesi, la fama della bellezza e ricchezza del paese, vi facevano accorrere svedesi e finlandesi; e la Nuova Svezia, come fu detta, andava ben presto guadagnando terreno anche nell'attuale Pennsylvania, la quale come il Delaware deve le sue origini agli Svedesi che fondarono un sobborgo della futura Filadelfia ben prima che Guglielmo Penn ne divenisse il proprietario.

La morte del Minnewit avvenuta nel 1641 toglieva però alla Nuova Svezia il suo appoggio più saldo: ne minacciavano l'esistenza i Nuovi Paesi Bassi, racchiudenti una popolazione dieci volte superiore alla sua, mentre non poteva aiutarla la metropoli spossata dalle lunghe guerre, dilaniata dai partiti, retta da una donna giovane e licenziosa, avida di celebrità letteraria ma priva affatto di capacità politica. La potenza svedese dei tempi pur vicini di Gustavo Adolfo non era più che un ricordo dopo il ritiro dell'Oxenstiern, e la compagnia olandese poteva senza timore ordinare all'energico governatore di Nuova Amsterdam, Pietro Stuyvesant, di «scacciare gli Svedesi dai loro stabilimenti o di costringerli a sottomettersi». Nel 1655 l'ordine veniva eseguito; la «Nuova Svezia» cessava d'esistere, ritornando a far parte del dominio neolandese.

Quella tinta cosmopolitica dei Nuovi Paesi Bassi, di cui Nuova Amsterdam, la città mondiale fin dalle origini, era l'espressione più genuina, diventava così ancora più intensa. Fondati da gente, che proveniva da un paese fatto rifugio dei perseguitati d'ogni nazione, si trovavano sul loro suolo accanto agli Olandesi i figli dei Calvinisti francesi, degli Ussiti boemi, dei Valdesi italiani, dei Luterani tedeschi, degli Zuingliani svizzeri, della proscritta razza ebraica ivi attirata dall'attività commerciale del Nuovo Mondo: l'antico carattere olandese andava sparendo di fronte a questa immigrazione cosmopolita, che nel decennio 1650-1660 si accentuava con maggior forza di prima, trasformando non solo la fisonomia nazionale dei Nuovi Paesi Bassi ma anche quella economica, col sorgere di fabbriche e di opifici, coll'entrare in gioco di nuove tendenze ed attività. «Che tutti i cittadini pacifici, raccomandavano allo Stuyvesant i direttori della Compagnia, godano della libertà di coscienza; questa regola ha fatto della nostra città il rifugio degli oppressi di tutti i paesi; continuate nella stessa via e sarete benedetto». Era questa la migliore garanzia d'un rapido sviluppo, la politica più confacente alle domande dei Nuovi Paesi Bassi, che con larga veduta richiedevano insistentemente «operai ed agricoltori, stranieri e proscritti, uomini induriti al lavoro ed alla povertà». E la popolazione infatti andava ogni giorno aumentando, e con essa la prosperità e la ricchezza dovuta all'agricoltura, alle industrie e sovratutto ai commerci, tra cui non ultimo per importanza e lucro quello degli schiavi negri, che essa forniva anche alle colonie meridionali.

Un pericolo capitale però minacciava il dominio olandese, l'espandersi cioè di quell'elemento anglosassone, che chiudeva a nord ed a sud i Nuovi Paesi Bassi e dalla vallata del Connecticut s'infiltrava in essi talmente da riempirne la stessa Manhattan e rendere ivi necessario nelle ordinanze ufficiali l'impiego delle due lingue, olandese ed inglese. Città intere non erano popolate più che da emigranti della Nuova Inghilterra, i quali non si limitavano a soppiantare gli Olandesi nella fertile vallata del Connecticut, ma strappavano loro una parte della stessa Long Island. Nella lotta pel suolo tra i farmers della Nuova Inghilterra, interessati direttamente alla vittoria, ed i servi dei grandi «manors» la vittoria non poteva rimaner dubbia. Che se poi le tendenze sociali predestinavano alla vittoria questo elemento invadente, i principi politici di esso rivoluzionavano il paese invaso.

Il concetto puritano della sovranità popolare dava corpo concreto alle aspirazioni vaghe degli animi, mostrava una meta a quel malcontento, che l'esclusione da ogni diritto politico, la negazione d'ogni diritto di riunione, la mancanza della libertà più elementare per lo sviluppo dell'agricoltura e del commercio, la gravezza dei diritti di dogana avevano già fatto sorgere nei Nuovi Paesi Bassi, ai quali s'erano concesse solo delle libertà municipali, analoghe a quelle della madrepatria, ma non già dei diritti politici individuali, ai quali s'era assicurata un'aristocrazia commerciale e fondiaria, ma non già una nazione di liberi ed uguali. Sotto il lievito dell'elemento neoinglese il malcontento popolare si mutava in aperta agitazione, che costringeva il duro governatore Stuyvesant a permettere la riunione di un'assemblea generale, composta di due deputati per ogni villaggio: primo atto di questa era una petizione, dove i Nuovi Paesi Bassi chiedevano in sostanza di dipendere direttamente dall'Olanda anzichè dalla Compagnia delle Indie Occidentali a guisa di «popolo soggiogato», di avere gli stessi diritti e privilegi degli abitanti della madrepatria, di non veder introdotta alcuna legge, imposta alcuna tassa, concesso alcun impiego nel paese senza il consenso del popolo. Per tutta risposta lo Stuyvesant, convinto in buona fede dell'incapacità del popolo a governarsi da sè, diceva esser queste «idee visionarie degli abitanti della Nuova Inghilterra», dichiarando che il direttore ed il consiglio avrebbero continuato a far leggi come per l'innanzi e non avrebbero mai reso conto della loro amministrazione «ai loro soggetti»; ed alla replica dei deputati, che si appellavano ai diritti inalienabili della natura, rispondeva col disperdere la convenzione, consolandola col messaggio rude quanto sincero ch'egli teneva la sua autorità «da Dio e dalla compagnia delle Indie Occidentali, non già dal beneplacito di qualche suddito ignorante».

La compagnia ne approvava l'operato dichiarando che il rifiuto di sottomettersi ad imposte arbitrarie era «opposto alle regole d'ogni governo illuminato» ed incoraggiando lo Stuyvesant a «non far attenzione all'approvazione del popolo», a «non permettere che esso si abbandonasse più a lungo a questo sogno da visionario»! Ma questo sogno era troppo conficcato nelle menti, era un fatto troppo evidente e di cui era troppo gelosa quella Nuova Inghilterra, donde affluivano ogni giorno più gli immigranti, per non diventare anche nei N. Paesi Bassi dolce realtà: a renderla tale s'incomincia ad accarezzare l'idea di una sottomissione all'Inghilterra. Il vecchio progetto del Cromwell d'impadronirsi dei Nuovi Paesi Bassi trova quindi ausiliari nello stesso campo nemico, e la Restaurazione, che lo riprende, mette alle strette ogni giorno più i possessi olandesi. Dal Nord come dal Sud, dal Connecticut come dalla Virginia e dal Maryland i coloni inglesi avanzano pretese su quel territorio, spalleggiati dalla madre patria, ed ai negoziatori olandesi, che chiedono impotenti per quanto indignati «dove si trovano dunque i N. Paesi Bassi?», rispondono con aria provocatrice, mentre li occupano, «noi non lo sappiamo». La superiorità delle colonie inglesi, dove liberi ordinamenti avevano fatto sorgere un popolo, su quelle olandesi, dov'erano solo dei sudditi d'una compagnia commerciale, apparve allora manifesta: mentre gli abitanti delle prime nell'ora del pericolo sapevano difendersi da sè medesimi, nelle seconde non solo gli Inglesi, vero «cavallo di Troia dentro le mura» come li definiva in quei giorni lo Stuyvesant, ma gli stessi Olandesi rifiutavano di esporre la loro vita per la Compagnia delle Indie Occidentali. Nè questa d'altra parte poteva arrischiare una bancarotta per la difesa d'un paese, ch'essa nella sua grettezza bottegaia considerava come una semplice «proprietà»; cosicchè i Nuovi Paesi Bassi, non difesi da alcuno, cadevano senza lottare in mano dell'Inghilterra, la quale, nonostante fosse allora in piena pace coll'Olanda, mandava nel 1664 una squadra navale a rivendicare quel paese tra il Connecticut e la Delaware, di cui il re aveva già investito il duca d'York. Mentre lo Stuyvesant infuriato metteva in pezzi la lettera dell'ammiraglio inglese, che gl'intimava la resa di Nuova Amsterdam, i notabili di questa nonchè difenderla stendevano una protesta contro il governatore; ed al nemico, il quale dichiarava che avrebbe discusso della resa nella stessa Manhattan, la deputazione cittadina mandata alla flotta rispondeva che «gli amici vi erano sempre i benvenuti»! Prevalente dapprima nella lotta etnica pel possesso del suolo, nella lotta politica in seguito tra le libertà aristocratiche dell'Olanda e quelle popolari della democrazia puritana, l'elemento inglese coronava ora la sua vittoria col colpo di mano della madrepatria: Nuova Amsterdam diventa New York, Orange si muta in Albany, i Nuovi Paesi Bassi cessano d'esistere, nonostante l'effimera rioccupazione olandese di New York nel 1673-74, durante la guerra anglo-olandese.

La sottomissione all'Inghilterra, se unificava i possessi inglesi del Nord-America dal Maine alla Georgia, smembrava i Nuovi Paesi Bassi, sulle cui rovine sorgevano col tempo quattro colonie, New York, New Jersey, Pennsylvania e Delaware. Il duca di York riservava per sè col nome di New York una parte soltanto dei Nuovi Paesi Bassi, vendendo il resto ai due proprietari della Carolina, lord Berkeley e sir Giorgio Carteret. Il nuovo governo di New York si rivelò non meno tirannico ed arbitrario del precedente, cosicchè continuò anche contro di esso l'opposizione del paese, deluso nelle sue speranze e deciso non meno di prima a far trionfare il diritto di governarsi da sè. Nel 1683 finalmente il proprietario inviava un nuovo governatore coll'incarico di convocare un'assemblea legislativa, e questa si dava una «carta di libertà», che metteva New York nelle stesse condizioni politiche del Mass. e della Virginia: divenuto sovrano col nome di Giacomo II, egli violava le concesse franchigie, ma la seconda rivoluzione inglese, sbalzandolo dal trono, assicurava alla provincia pur sotto forma di colonia regia le sue libere istituzioni.

L'Inghilterra però non possederà giammai l'affezione di questo paese ottenuto con la conquista, colonizzato da repubblicani olandesi, danneggiato dalle leggi commerciali della nuova madrepatria più che ogni altra colonia, sostenuto nei suoi diritti di fronte all'invadente prerogativa regia da legisti per la più parte presbiteriani ed allevati nel Connecticut, eccitato alla lotta da quella stessa classe di grandi proprietari, i quali si vedevano limitare dalla potenza inglese gli immensi territori loro concessi senza limiti e senza regola, contestare il loro titolo ai medesimi, pendere infine sul capo la spada di Damocle d'una contribuzione fondiaria per atto del Parlamento. Nè, mentre fa il viso dell'armi ai nuovi dominatori, la prisca aristocrazia coloniale desiste dalla lotta contro il partito democratico, reclutato nelle classi popolari, fazioni intestine che non impediscono però lo svolgimento della florida vita commerciale del paese ed il rapido incremento della sua popolazione, la quale da 20.000 anime nel 1688 saliva a 96.000 di cui 11.000 negri nel 1754.

§ 2. Puritani e quaccheri nel New Jersey. — A differenza del territorio, che il duca di York aveva riserbato per sè, il paese fra le foci dell'Hudson e la Delaware, denominato New Jersey da uno dei nuovi proprietari stato già governatore dell'isola di Jersey, era ancora al 1664 quasi deserto; cosicchè sir Giorgio Carteret, padrone del New Jersey orientale, e lord Berkeley, padrone del New Jersey occidentale, dovevano pensare anzitutto a popolare i loro dominii. Consci per quanto realisti delle seduzioni della libertà, essi cercavano perciò di attirarvi la maggior copia di immigranti con l'ampiezza delle concezioni. Sicurezza delle persone e delle proprietà, assemblea legislativa composta del governatore dei membri del consiglio e d'un numero almeno uguale di rappresentanti del popolo, affrancamento da ogni imposta non approvata da essa, libertà di coscienza e di culto per tutti i cittadini, concessione di terre mediante modesto tributo richiamarono subito nel paese i Puritani della N. Inghilterra, i quali stamparono le loro impronte sulla colonia nascente. Favorita dal facile accesso del paese, dalla produttività del suolo, dalla salubrità del clima, dalla vicinanza di stabilimenti più vecchi, la corrente immigratrice non s'arrestò coi Puritani, chè ad essi tennero dietro i perseguitati del vecchio mondo, i presbiteriani scozzesi ed i Quakeri in ispecie.

Era quest'ultima una setta eminentemente plebea, basata su uno dei principi morali più democratici, che mai fossero stati predicati, la ferma credenza cioè che ad ogni uomo, al contadino analfabeta non meno che al filosofo, la voce interna della coscienza apra la via della verità. L'origine di essa si riattacca a quel movimento schiettamente popolare di emancipazione intellettuale, che dalle teorie di Wickliff e dalla politica di Wat Tyler giù giù sino alla Riforma aveva avuto in Inghilterra tutta una storia di sviluppo ininterrotto. L'avevano predicata uomini semplici, primo fra tutti il fondatore della setta, Giorgio Fox, figlio di un tessitore del Leicestershire, spirito melanconico, portato alla meditazione, il quale giovanetto ancora tra la custodia degli armenti a lui affidati aveva incominciato a meditare angosciato sul destino dell'uomo e non aveva trovato requie finchè un giorno del 1646 una gran luce non era discesa ad illuminarlo. Un uomo, gli aveva suggerito la coscienza, può aver seguito le lezioni d'Oxford e di Cambridge senza essere per questo capace di risolvere quel problema dell'esistenza, che può risolvere invece l'analfabeta. Era stato questo il filo d'Arianna, che lo aveva condotto passo passo dall'inferno del dubbio alla coscienza tranquilla della verità. Per giungere a questa bisogna ascoltare la voce di Dio nell'anima nostra; nessuna setta, nessuna forza del mondo esteriore può dare una regola fissa di morale; solo la legge che risiede in fondo del cuore, deve essere accolta senza prevenzioni, adottata senza cangiamenti, obbedita senza timore.