Lungi dal rimediare al male, esso aumentava sempre più la sete di nuove emissioni, ogni qualvolta in ispecie la classe dei debitori insolventi otteneva il predominio nelle legislature: il paese era inondato di carta deprezzata, che ad ogni nuova emissione subiva delle fluttuazioni nel suo valore con danno enorme di quanti vivevano su salari od altre rendite fisse, con disordine inaudito del commercio, data l'incertezza da cui necessariamente erano colpiti i valori in tutti i contratti della vita giornaliera. Tale incertezza non tardò a guadagnare tutto il paese. Nel 1738 la moneta corrente della Nuova Inghilterra non valeva che 100 per 500; quella di New York, di New Jersey, della Pennsylvania e del Maryland 100 per 160 o 170 o 200; della Carolina del Sud 1 per 8; mentre che la carta della Carolina settentrionale, lo stato per sua natura meno commerciale di tutti, non era stimata valere a Londra che 1 per 14 e nella stessa colonia che 1 per 10. E con tutto ciò questa politica non venne mai ripudiata dall'Inghilterra, i cui statisti non proposero o non manifestarono mai il desiderio di mettere la moneta corrente interna delle colonie sul piede d'uguaglianza con quella del gran mondo commerciale: l'America, segregata economicamente dal resto del mondo se ne eccettui dalla madrepatria, poteva bene anche senza moneta anzi perchè senza di essa rimanere la tributaria di questa, la schiava che non sapeva rompere le secolari catene.
Tale politica, che il maggior economista inglese dichiarava «una violazione manifesta dei diritti dell'umanità», doveva necessariamente mutare un legame prezioso di pace e d'accordo, quale il commercio, in una sorgente violenta d'ostilità tra madrepatria e colonie, gettando in queste ultime il seme indistruttibile della guerra civile: essa conteneva il pegno dell'indipendenza finale dell'America, giacchè le relazioni fra essa e la metropoli più non si riducevano ormai che all'applicazione a suo danno d'una legge fatta esclusivamente dal più forte ed a proprio esclusivo vantaggio, diritto della forza contrario ad ogni principio d'equità naturale, che non poteva durare più della superiorità della forza stessa.
Relazioni siffatte, ponendo la proprietà, l'iniziativa individuale, l'industria, le libertà dei coloni consacrate da carte, alla mercè e sotto «il potere assoluto» della legislatura inglese, non potevano che condurre alla indipendenza del Nuovo Mondo. Gli Inglesi furono i primi a notare questa tendenza. Già dal 1689 l'insurrezione della Nuova Inghilterra eccitava l'allarme, come indice del fiero spirito di libertà dei coloni. Nel 1701 i lords del commercio dichiaravano in un documento ufficiale «la sete d'indipendenza delle colonie attualmente evidente». Nel 1703 Quarry scriveva: «Le idee di repubblica fanno strada tutti i giorni; e se non vi si mette ostacoli in tempo, i diritti ed i privilegi di sudditi inglesi saranno riguardati come troppo ristretti». Nel 1705 si leggeva nella stampa: «col progredire del tempo, i coloni si sbarazzeranno della loro dipendenza dall'Inghilterra e si daranno un governo di loro scelta»; ed un pochino alla volta si venne perfino a sentir ripetere «da gente di ogni condizione e qualità, che il loro numero e le loro ricchezze crescenti ed inoltre la loro grande distanza dalla Gran Brettagna avrebbero fornito loro l'occasione, al termine d'un piccolo numero di anni, di scuotere il giogo della metropoli e di dichiararsi libera nazione, se non fossero stati domati a tempo e sottomessi alla corona». Molti personaggi autorevoli convenivano della possibilità di tale avvenire e della probabilità del suo realizzarsi ad un momento o ad un altro. Un conservatore moderato americano, il Logan, nel 1728 diceva: «si parla d'un atto del Parlamento avente per fine di proibirci di confezionare sbarre di ferro, perfino per nostro uso. Ora io non conosco niente che possa contribuire più efficacemente ad alienare lo spirito delle popolazioni di questa contrada ed a scuotere la loro sottomissione alla Gran Brettagna».
Quando nel 1750 il Parlamento discuteva le misure intese a proibire l'industria del ferro esercitata dagli Americani, tra l'applauso dell'Inghilterra e le proteste dell'America, misure di cui l'agente del Massachusetts sosteneva l'incompatibilità coi diritti naturali dei coloni, lo stesso realista Kennedy, membro del Consiglio di New York e partigiano della tassazione per parte del Parlamento, faceva notare pubblicamente al ministero che «la libertà e l'incoraggiamento sono la base delle colonie»: «procurarci quanto ci occorre col mezzo delle nostre manifatture, è cosa facilissima; ed allorchè in tale circostanza un popolo è numeroso e libero, esso tenterà quanto riterrà del suo interesse; in tutte le leggi proibitive egli vedrà degli atti d'oppressione, e specialmente in leggi che, conforme all'idea che ci facciamo della libertà inglese, non si ha il diritto di discutere o di proporre: non si possono tenere i coloni in dipendenza impoverendoli»; e ricordava al ministero il consiglio già da altri suggerito, il quale diceva che il mezzo di impedire alle colonie di staccarsi era quello di non farlo loro volere.
Verso quell'epoca il già ricordato viaggiatore svedese, Pietro Kalm, nella relazione del suo viaggio attraverso le colonie, dopo averne dipinta l'oppressione economica, scriveva: «Queste oppressioni hanno fatto sì, che gli abitanti delle colonie inglesi siano meno attaccati alla propria madrepatria; la qual freddezza è accresciuta per opera dei molti stranieri, che si sono domiciliati in esse, poichè Olandesi, Tedeschi e Francesi qui sono misti con Inglesi e non nutrono nessun affetto particolare per la vecchia Inghilterra. Inoltre v'è assai gente sempre scontenta, che vede volentieri un mutamento, mentre per di più crescente prosperità e libertà formano uno spirito pubblico indomabile. Non solo nativi americani, ma perfino emigranti inglesi mi hanno detto apertamente che fra 30 o 50 anni le colonie inglesi dell'America nordica forse formeranno una stato separato, affatto indipendente dall'Inghilterra».
§ 3. Maturità delle colonie per l'indipendenza. — L'egoismo mercantile dell'Inghilterra preparava così la via all'indipendenza politica dell'America, chè la resistenza contro di esso da parte di un paese destinato dalla natura ad una vita economica e statale autonoma doveva diventare tanto più forte, quanto più le colonie si sviluppavano sotto l'aspetto economico e sociale, quanto più stretti si facevano i loro legami, quanto più energica la loro coscienza di uomini liberi, quanto più maturo infine diventava il loro processo di differenziazione dalla madrepatria. In tutto il continente la libertà nazionale e l'indipendenza guadagnavano ogni giorno più in vigore ed in maturità. Non era questo un prodotto cosciente della previdenza e della riflessione, ma il risultato inconsapevole dei rapporti fra madrepatria e colonie. Il bisogno di libertà economica doveva tradursi fatalmente in una aspirazione oscura dapprima ma sempre più chiara in seguito a quell'indipendenza politica, che sola avrebbe assicurato la prima: l'oppressione economica preparava l'indipendenza delle colonie in doppio modo, determinando in esse una resistenza sempre più viva alla madrepatria, sviluppando in esse con la solidarietà coloniale una coscienza propria diversa non solo, ma in opposizione con quella della vecchia Inghilterra. Del resto, indipendentemente anche da ciò, i vincoli nazionali, che avevano unito alla madrepatria i primi coloni, andavano ogni giorno più rilassandosi: le nuove generazioni nate e cresciute in America conoscevano la Gran Brettagna soltanto dai funzionari poco graditi ch'essa loro inviava; imparavano dalla tradizione essere quella la terra la quale, matrigna più che madre, aveva bene spesso costretto i loro avi, poveri o perseguitati dal fanatismo religioso e politico, a cercare in una nuova patria condizioni migliori di vita; vedevano in essa il governo, dai cui attacchi dovevano costantemente guardarsi in difesa della propria libertà: per di più gli emigranti tedeschi, francesi, olandesi, che dopo una dimora di sette anni nelle colonie ricevevano il diritto di cittadinanza, non potevano nè nutrire simpatie nè avere riguardi per l'Inghilterra, freddezza ed ostilità che non poteva essere controbilanciata in favore della metropoli nè dalla chiesa episcopale britannica soppiantata nelle colonie dalle chiese rivali, presbiteriani in maggioranza, puritani, quaccheri, cattolici, nè dal debole elemento realista di qualche città, come Boston e New York, che per interessi di solito personali si appoggiava sul governo inglese.
Questo processo di differenziazione dalla madrepatria andava così maturando le colonie americane, già use a governarsi da sè, per quella vita statale indipendente, cui sembrava facesse del suo meglio per spingerle con le gravezze economiche il governo inglese: «le colonie, diceva giustamente il Turgot a questo proposito, si assomigliano a frutti, che stanno attaccati all'albero, finchè non sono maturi: tostochè l'America sia in grado di reggersi da sè, farà ciò che un tempo fece Cartagine».
Ben prima del 1776, a vero dire, le colonie americane sarebbero state in grado di governarsi da sè; ma, a parte la coscienza di loro debolezza di fronte all'Inghilterra, il momento storico e l'interesse futuro si sarebbe opposto ad ogni idea di indipendenza da essa. Gli Americani anzitutto non erano semplicemente coloni dell'Inghilterra, ma erano legati ad un sistema coloniale, che tutti gli stati commerciali dell'Europa avevano contribuito a formare e che abbracciava tutto il mondo: un loro tentativo di indipendenza sarebbe stato nel secolo XVII o nei primi del XVIII non già, come al cadere di questo, il primo strappo ad un sistema ormai logoro e consunto, una lotta favorita o almeno veduta di buon occhio dall'Europa, gelosa della potenza commerciale dell'Inghilterra, ma bensì una insurrezione immatura contro tutto un sistema ancora vigoroso, rivoluzione commerciale oltrecchè politica, che la Francia soltanto avrebbe forse tollerato per rivalità con l'Inghilterra, ma nessun'altra nazione d'Europa avrebbe certo incoraggiato. I coloni inglesi in secondo luogo liberatisi, quand'anche l'avessero potuto, dai ceppi economici della madrepatria, si sarebbero trovati esposti senza difesa alle brame ingorde di quella potenza, che dal Canada s'era inoltrata nella valle del Mississippi ed aveva spinto ormai i suoi avamposti sino al golfo del Messico, sbarrando ad essi il passo per ogni ulteriore progresso. «Tutte le colonie inglesi, scriveva in una lettera diretta in Francia il futuro difensore del Canadà, il generale Montcalm, si trovano in floride condizioni, sono popolose e ricche ed hanno in sè i mezzi per soddisfare a tutti i bisogni della vita. L'Inghilterra fu tanto folle da lasciar introdurre fra esse arti, commercio e industria, di permettere loro cioè di spezzare la catena di bisogni, che le avvinceva alla metropoli e le rendeva dipendenti da lei. Quindi tutte le colonie inglesi già da un pezzo avrebbero scosso il giogo, ogni provincia avrebbe formato una piccola repubblica indipendente a sè, se il timore dei Francesi non le avesse frenate. Per quanto come signori preferiscano i loro connazionali a stranieri, si sono fatti una regola di prestare obbedienza alla madrepatria il meno possibile. Ma aspetti un po' che il Canadà sia conquistato e i Canadesi e queste colonie formino un popolo, crede lei che gli Americani seguiteranno, a rimaner soggetti alla metropoli, come prima l'Inghilterra sembri preoccuparsi soltanto dei suoi interessi? O che hanno in vero da temere, se si rivoltano?».
CAPITOLO VI La lotta pel continente.
§ 1. La società franco-canadese e la sua fittizia espansione — § 2. La lotta politico-commerciale tra la N. Francia e le colonie inglesi — § 3. La lotta per la terra.