§ 1. La società franco-canadese e la sua fittizia espansione. — Mentre nella regione costiera, tra gli Allegani e l'Atlantico, s'andava sviluppando una società anglo-americana, ch'era in gran parte frutto di immigrazione spontanea, nel paese contermine andava svolgendosi in modo affatto diverso quella società franco-canadese, la quale era più che altro una creazione politico-militare del governo, che ne aveva preso la direzione ed assunto il controllo.

Colonizzazione che mirava a costituirsi una nuova patria, la prima procedeva in modo normale, non occupando più suolo di quello che bastasse alla sua attività immediata: commercianti e marinari lungo le coste, agricoltori nell'interno i coloni inglesi procedevano lentamente ma vigorosamente con la scure e con l'aratro, mettendo salde radici su ogni palmo di terreno conquistato fecondato e popolato, creando via via nuove collettività di uomini liberi attaccati al suolo dalla idealità della patria non meno che dai bisogni della vita. La colonizzazione francese invece, come quella che non sorgeva dalle viscere profonde del popolo, ma obbediva soltanto agli interessi di compagnie mercantili ed ai fini politici del governo, ha per fine immediato lo sfruttamento e la conquista del paese. I coloni canadesi non sono sin dagli inizi che agenti, preti, soldati. Nel 1640, cinque anni dopo la morte del Champlain, il centro pressochè unico del dominio francese nel N. America, Quebec, sorpassa appena i 200 abitanti, costituiti in gran parte da agenti dei «Cento compagni», da servi, da gesuiti e da monache, senza che la compagnia coloniale possa per mancanza di mezzi e deficienza di emigranti effettuare il trasporto nel N. America dei 4000 coloni, cui s'era impegnata pel 1643. Poco tempo dopo due mistici francesi, mossi dal desiderio di convertire gli Indiani, fondano un'altra società con fini puramente religiosi, ed ottenuta dai «Cento compagni» un'isola posta alla confluenza del S. Lorenzo coll'Ottawa, costruiscono ivi nel 1642 Villemarie de Montreal, l'odierna Montreal, sotto la guida d'un gentiluomo pio e valoroso, il signore di Maisonneuve.

Cresciuta assai lentamente nei primi decenni, sì da non sorpassare alla salita al trono di Luigi XIV i 2500 abitanti, la popolazione canadese riceveva sotto questo monarca un incremento adeguato all'espansione politica della Francia in quell'epoca. A meglio raggiungere i fini, cui non sarebbe bastato il capitale e l'iniziativa individuale, sorgevano allora sotto gli auspicii dell'onnipotente Colbert e l'influsso delle idee mercantilistiche da lui denominate numerose compagnie coloniali, fra le quali notevolissima la «Compagnia dell'Occidente» del 1664, cui oltre a parte dell'Africa, dell'America Meridionale e delle Antille veniva concessa pure a perpetuità la Nuova Francia. Dal solito omaggio alla corona in fuori, tali compagnie di nome almeno erano sovrane assolute del paese, di cui ottenevano il monopolio commerciale, potendo esse sole fornirlo dei viveri e delle mercanzie necessarie, esse sole esportarne i prodotti. Prediletto però tra le colonie per le grandi speranze su di esso riposte e per la potenza dei gesuiti in esso impegnati, al Canadà rivolgeva speciale attenzione lo stesso Luigi XIV, desideroso di fondarvi una nuova Francia in tutto simile all'antica. Venivano a tal fine emanate pel Canadà leggi speciali, che incoraggiavano con premi in denaro ed altri modi i matrimoni e la prolificazione; mentre appositi agenti percorrevano le provincie della vecchia Francia in cerca di emigranti e convogli di donzelle d'ogni classe, scelte con tutte le cure, venivano mandate ad accasarsi nel Canadà, e centinaia di soldati del reggimento Carignano vi erano spediti per mutarsi in coloni essi, in signori feudali di vasti territori i loro ufficiali. Qualunque personaggio importante poi avesse voluto passare in America coi suoi servi della gleba otteneva vaste terre, ch'egli poteva distribuire come gli pareva, colla sola condizione che il vassallo servisse nella milizia contro gli indigeni in caso di bisogno: caccia, pesca, molini erano diritti riservati al signore come nella vecchia Francia. Giovani nobili in cerca di avventure, baroni spiantati desiderosi di ritornare al primitivo splendore il blasone avito, ottenevano così con tutta facilità delle terre nel Nuovo Mondo, tanto che veniva in esso formandosi rapidamente una nobiltà locale.

Quanto era facile però creare la casta feudale, altrettanto era laborioso creare quella dei paesani; giacchè, senza contare la natura del popolo francese in ogni tempo troppo attaccato al suo focolare per abbandonarlo, lo stesso sistema feudale coi mille gravami imposti all'agricoltura s'opponeva alla coltivazione d'un paese, che, per essere vergine, solo dal frazionamento della terra in piccoli lotti, sufficienti ai bisogni d'una famiglia, avrebbe potuto aspettarsi una larga immigrazione, mentre pel suo clima e pel genere dei suoi prodotti non poteva contare sulla schiavitù dei negri. Gli emigranti erano per conseguenza nella maggior parte delle classi più basse, che non avendo un tetto in patria erano disposte a tutto pur di migliorare la loro sorte; ma una volta raggiunte le nuove sedi, l'antica disposizione al vagabondaggio risorgeva più forte di prima in quell'ambiente così propizio, traducendosi nella preferenza per la pesca, la caccia, la vita randagia anzichè per la vita sedentaria e faticosa dei campi. E quasicchè non bastassero i ceppi imposti al commercio a vantaggio delle compagnie, i mille privilegi concessi alla chiesa ed al sacerdozio a danno dei coloni, ed infine, terzo e più gravoso monopolio, il sistema feudale ad ostacolare lo sviluppo della Nuova Francia, allontanandone ogni sana immigrazione, anche il più rigido assolutismo accentratore veniva a toglierle coll'ombra perfino dell'autonomia locale e della libertà politica, ogni possibilità di movenze.

Il feudalismo infatti, introdotto quale base della società franco-canadese, non era più quello di vecchio stampo, chè non invano il cardinale di Richelieu aveva spianato la via a Luigi XIV: anche nelle colonie come nella madrepatria la volontà regia, sinonimo di accentramento, conservavasi superiore alla potenza feudale; e per quanto il Canadà fosse ceduto di nome ad una lega di mercanti, questi, contenti del monopolio delle pelli, ne lasciavano arbitro pur sempre il monarca, il quale lo trattava in tutto e per tutto come una provincia francese che da lui direttamente dipendesse. Conservata pertanto ai grandi signori feudali una certa giurisdizione entro il loro territorio, il governo centrale fu affidato ad un governatore, cui spettava comandare le milizie e dirigere i rapporti colle colonie straniere e colle tribù indiane; ad un intendente regio, che vigilava le finanze, i tribunali, i lavori pubblici, le faccende amministrative, e di tutto, la condotta del governatore compresa, faceva ogni anno minuzioso rapporto al sovrano; ad un consiglio supremo o corte di giustizia, che formava il più alto tribunale d'appello, salvo pei casi concernenti il re o le relazioni tra signori e vassalli, che competevano al solo intendente: questi i signori assoluti del Canadà, ai cui abitanti veniva tolto ogni e qualsiasi partecipazione agli affari pubblici, sia d'interesse locale che generale.

L'assolutismo e l'accentramento della madrepatria dovevano regnare qui pure; cosicchè quando l'energico conte di Frontenac, nominato governatore, nel 1671, costituiva alla meglio e convocava in Quebec i tre ordini tradizionali della nobiltà, del clero e del terzo stato, il Colbert gli scriveva: «La sua convocazione degli abitanti per prestare il giuramento di fedeltà e la divisione di essi in tre ordini può avere avuto, pel momento, buoni effetti, però è meglio per lei aver di continuo presente che ella nel governo del Canadà deve sempre attenersi alle forme vigenti presso di noi. E dacchè i nostri re, da lungo tempo, hanno reputato conveniente di non radunare gli Stati generali del regno, per sopprimere forse l'antica consuetudine senza dar nell'occhio, sarebbe suo obbligo di dare solo rarissimamente o, per esprimermi con maggiore precisione, di non dar mai una forma corporativa di governo agli abitanti del Canadà».

Struttura intima e costituzione politica coincidevano così col bisogno economico di quella società per farla quanto mai atta ad effettuare il poderoso disegno francese d'espansione territoriale, che ideato in Francia veniva elaborato per ragioni politiche e personali da governatori ed intendenti sul suolo stesso del Canadà, sotto l'influenza immediata delle circostanze locali. Ben più che dell'agricoltura il paese viveva del commercio delle pelli, donde la necessità di strade libere e d'uno spazio praticamente illimitato, necessità cui la popolazione obbediva tanto più volentieri, in quanto era costituita anzichè da uomini liberi ed indipendenti, attaccati al suolo della nuova patria, da coloni che vivevano in uno stato di servitù temporale e spirituale, da agenti di compagnie commerciali, da avventurieri senza patria, da soldati, tutta gente che il desiderio di lucro, lo spirito di ventura e la disciplina militare facevano cieco strumento dei capi. Lo spirito di ventura, la grandiosità dei progetti senza la forza di poterli eseguire, la vastità del fine senza i mezzi corrispondenti, l'immensità in una parola dei territori dominati senza una densità di popolazione adeguata nonchè a coltivarli a difenderli, dovevano essere le caratteristiche necessarie di questa colonizzazione, così diversa dall'inglese. I coloni francesi infatti, anzichè diboscare, coltivare, popolare il suolo occupato, come quelli inglesi, si accontentano di appendere piastre di piombo, in cui è incisa l'insegna francese, d'intagliare gigli e croci negli alberi più alti, mirando solo ad occupare militarmente gli sbocchi delle vallate ed i punti strategici, dove il fortilizio funge ad un tempo da stazione commerciale, da casa per le missioni, da luogo di rifugio in caso di bisogno pei rari agricoltori, che costruiscono sempre le loro case lungo la riva dei fiumi.

La stessa conformazione geografica del paese favoriva l'espansione della società franco-canadese. Da nord a sud, dai Grandi laghi al Golfo del Messico nessun ostacolo naturale sorgeva ad arrestarla: i suoi figli non avevano che da seguire la corrente del Mississippi e dei suoi affluenti e subaffluenti per disperdersi in tutta la immensa contrada; mentre la colonizzazione inglese, a prescindere anche dal suo carattere affatto diverso, solo nell'aumento della popolazione avrebbe trovato l'impulso a superare quella barriera degli Allegani, che la obbligavano a concentrarsi nello stretto versante dell'Atlantico prima di espandersi nel cuore del continente. A differenza così degli Inglesi, i Francesi gettano i lor germogli in tutte le direzioni, perdendo in profondità quanto guadagnano in estensione, s'internano nelle regioni più selvagge, esplorano e conquistano di nome un continente, senza riuscire a metter salde radici che in una piccolissima parte di esso, nella vallata cioè del S. Lorenzo e su un lembo del Golfo. Mentre i coloni inglesi al soffio della libertà si moltiplicano in modo meraviglioso nella stretta zona loro riservata, sull'area immensa pretesa quelli francesi, nonostante gli sforzi del loro governo, anzi a causa di questi, da 3418 nel 1666 non salivano che ad 82.000 nel 1759. Se il fanatismo religioso non avesse acciecato i dominatori della Francia, e gli Ugonotti dopo la revoca dell'editto di Nantes avessero potuto trovarsi un asilo di pace tra le selve americane, le valli dell'Occidente si sarebbero popolate d'una gente laboriosa ed onesta, che avrebbe assicurato alla Francia un immenso dominio; ma ciò non permise il carattere religioso di quella conquista, di cui erano strumento principalissimo i Gesuiti. Ed invero, mentre il mercante attirava l'Indiano colla compera delle pelli, il prete lo soggiogava con la conversione al cattolicesimo. Se l'introduzione infatti d'una gerarchia ecclesiastica privilegiata nelle nuove terre fu di grave danno allo sviluppo progressivo di esse, non fu però meno favorevole alla rapida dominazione di mezzo il continente: la chiesa cattolica più ancora dello spirito d'intrapresa commerciale, più della stessa ambizione politica, portò la potenza della Francia nel cuore del Nord-America. Essa fondò Montreal ed innalzò nel Canadà ospitali e seminari insieme cogli altari; i suoi monumenti ed i suoi nomi si trovano sempre accanto a quelli della feudalità; i suoi militi più valorosi, i Gesuiti, hanno spianato sempre la via alla dominazione politica, chiudendo bene spesso con la morte eroica del martire una vita intessuta di sacrifici ignoti al mondo civile nonchè ricompensati. Obbediente alla voce del dovere ed a quella del cuore ardentissimo, il gesuita, imparata la lingua dell'Hurone o dell'Algonchino, si recava impavido fra le erranti tribù; sacerdote le convertiva, maestro le educava, commerciante le impiegava a vantaggio della compagnia, assennato politico le amicava alla Francia.

La cura dei Gesuiti per gli Indiani rientrava del resto nel piano generale della politica francese, dei cui successi il trattamento fatto agli aborigeni era cagione non ultima. Alla Nuova Francia era sconosciuta quella rigida barriera, che nelle colonie inglesi separava il bianco dal rosso: in esse non solo il governo s'adoperava con ogni cura di cattivarsi le tribù indiane per farle ausiliarie del suo commercio ed alleate contro i suoi nemici, gli Inglesi, ma gli stessi coloni trattavano da pari a pari gli indigeni. Lungi dal deriderne le idee religiose, gli usi ed i costumi, i Francesi mostravano di apprezzarli anzi cercavano addirittura di imitarli: lo stesso Frontenac, se dovea recarsi presso un capo, si pitturava come lui e come lui ballava la danza guerresca; se un capo alla sua volta veniva a visitare un forte francese, le salve dei cannoni lo salutavano ed i brillanti ufficiali, cui non erano ignote magari le seduzioni di Versailles, lo accoglievano come ospite onorato alla loro tavola.

Mentre tale politica cercava d'infrangere idealmente la barriera, che altrove esisteva tra bianchi e rossi, la rompeva materialmente quella razza mista, che risultava dall'incrocio tra essi, e più ancora quella classe di rinnegati della civiltà, i quali dalla lingua e dal colore in fuori per nulla più si distinguevano dagli indigeni. Era essa costituita specialmente da quei coureurs de bois o scorritori di boschi, da quelle centinaia e centinaia di refrattari alla vita civile, che facevano da intermediari fra i mercanti e gl'Indiani, e guidavano i canotti dei primi sui laghi, sui fiumi. Dispersi nella solitudine delle foreste, questi vagabondi rinselvatichivano e nel contatto con gli indigeni si sprofondavano nella più oscura barbarie. Dimenticato ogni vincolo di sangue, bandito ogni ricordo della patria e della civiltà, diventavano affatto simili ai selvaggi nella vita e nei costumi, più feroci di loro nell'animo: conducevano la vita del wigwam, dove passavano sdraiati le giornate d'ozio, con la pipa in bocca, mentre la loro donna, per lo più indiana, preparava la selvaggina; si ornavano i capelli di piume, si tatuavano, gareggiavano col pellirosso nella caccia, nella danza, nel canto, nello stesso skalp. Al di sopra di questi rifiuti della civiltà stavano quegli avventurieri, nobili bene spesso, che per un bisogno irresistibile di libertà sconfinata, per amore di lucro, per desiderio di fama, per spirito di conquista si davano alla vita errabonda: mescolati colle tribù indiane, ne diventavano oracoli in pace e condottieri in guerra; seguiti da bande di coureurs de bois esercitavano di contrabbando il commercio delle pelli, che monopolizzato dalle compagnie era prescritto ai privati da regi decreti; accompagnati da pochi entusiasti esploravano il corso dei fiumi, rivelavano al mondo civile catene di monti, gettavano le prime fondamenta di future città.