Il progetto d'Albany, per quanto popolare apparisse l'idea d'una lega, per allora naufragava, rigettato ad un tempo e dalla corona inglese, che paventava l'eccessiva potenza concessa al popolo e più ancora l'unione, e dalle stesse colonie, le quali attaccate tenacemente alle loro autonomie locali, non sapevano rassegnarsi ad un accentramento, che avrebbe rafforzato il potere regio. Se il progetto di lega abortì, rimase però l'unione delle colonie di fronte al nemico comune nella guerra ingaggiata tra i coloni e secondata poi col maggiore accanimento dalle due metropoli. Fu una guerra senza quartiere per la conquista d'un continente, combattuta per mare tra le flotte francesi e le inglesi, per terra tra gli eserciti e più ancora tra i coloni delle due nazioni in mezzo a paludi impraticabili, a vergini foreste, dove l'ascia del guastatore spianava la via alla baionetta del soldato. Il piano degli Inglesi era di attaccare contemporaneamente i Francesi da ogni parte e di occupare così d'un colpo i loro possessi: una divisione infatti di truppe provinciali doveva mirare ai possessi della baia di Fundy, un'altra dirigersi sul lago Champlain, una terza contro il forte di Niagara, ed una quarta infine, composta di Virginiani ed Inglesi e comandata dallo stesso generale in capo, il Braddock, contro il forte di Dunquesne nella regione più contrastata.
La guerra però cominciava male per l'Inghilterra, chè dal primo obbiettivo in fuori gli altri fallivano completamente: lo stesso Braddock, caduto in un'imboscata, veniva sconfitto terribilmente, ed i suoi si davano alla fuga nonostante l'eroismo del capo, ferito a morte, e quello del Washington impavido tra il grandinar delle palle, che gli foravano il mantello. La sconfitta inglese per di più alienava all'Inghilterra le tribù indiane pencolanti, scatenando sulle colonie tutte le crudeltà e gli orrori d'una guerra indiana, che desolò in ispecie le frontiere della Pennsylvania e della Virginia; mentre l'inetto successore del Braddock mal poteva competere col valoroso Montcalm, comandante in capo dei Francesi. Salito però al ministero negli anni seguenti l'energico Pitt, la guerra era ripresa con maggior vigore ed il Canadà, esausto di forze ed assalito contemporaneamente da tre eserciti, ad occidente a mezzogiorno ed a levante, vedeva cadere l'una dopo l'altra le sue fortezze: nel giugno del 1759 il generale Wolfe alla testa di 8000 uomini piantava il suo campo sotto Quebec nell'isola d'Orleans e, fallitogli miseramente il tentativo di dar la scalata alle posizioni inespugnabili del Montcalm, con abile mossa strategica lo prendeva alle spalle, lasciando poche forze nel campo e traghettando le rimanenti oltre il fiume sulle alture, che dominano la città. Colti così alla sprovvista e costretti ad uscire in disordine contro il nemico ormai alle porte di Quebec, i Francesi venivano sconfitti il 13 settembre 1759 nella pianura dell'Abraham perdendo lo stesso Montcalm, il quale ferito mortalmente si rallegrava di ciò per non assistere alla resa di Quebec, proprio nell'ora che tra i vincitori il Wolfe impartiva morente gli ultimi ordini, ringraziando il Signore della vittoria. Il 18 settembre Quebec s'arrendeva e lo stesso faceva l'anno dopo Montreal, stretta da tre eserciti vittoriosi: l'8 settembre del 1760 il marchese di Vaudreuil consegnava alla corona brittannica il Canadà con tutte le sue dipendenze.
Nella pace di Parigi del 1763 l'Inghilterra otteneva tutto il paese ad est del Mississippi, la Spagna la città di New Orleans e la cessione per sè di tutte le pretese francesi sul territorio all'ovest del Mississippi, come ricompensa delle perdite subite per aiutare la Francia, prime fra tutte la Florida. La carneficina della guerra dei sette anni terminava coll'esaurimento della Francia, con lo spopolamento e la miseria più orribile di certe parti della Germania, senza che i confini territoriali dell'Europa fossero per nulla mutati; ma le conseguenze della guerra erano della più alta importanza per l'avvenire delle razze europee nel grande teatro coloniale: alla potenza inglese, ottenuta la supremazia nelle Indie Orientali, si apriva un campo sterminato di ricchezze incalcolabili e di acquisti territoriali illimitati; mentre alla civiltà anglosassone veniva assicurato nel Nuovo Mondo un continente intero, in cui svolgere e migliorare i germi portati dall'antico.
Il Nord-America infatti non era diviso più che tra Inglesi invadenti e Spagnuoli incapaci nella loro debolezza di tenersi saldi ai loro possessi, nonchè di minacciare quelli dei primi: nessun forte francese sbarrava più il passo agli Anglo-Americani nella loro marcia trionfale alla conquista d'un continente. Rimanevano, è vero, gli Indiani; ma questi, soli nella lotta, mal potevano arrestare la fiumana bianca che stava per dilagare nel loro paese. Consci ormai della sorte che li attendeva, essi tentano invano un ultimo sforzo contro quell'espansione agricola degli Inglesi che, a differenza di quella francese, politico-commerciale soltanto e quindi più nominale che effettiva, era incompatibile con la loro esistenza, perchè li spogliava senza ritegno delle lor terre. Il momento sembrava quanto mai propizio, giacchè la Francia dava lusinghe e promesse di aiuto e le colonie estenuate dalla lunga guerra erano prive di mezzi e di eserciti, mentre rinfocolata dall'elemento francese covava la più profonda irritazione contro i coloni inglesi negli animi degli indigeni, di cui l'ultima guerra aveva rovinato il commercio delle pelli, privandoli di mercanzie ormai indispensabili.
L'odio compresso scattava dapprima in insurrezioni terribili, veri flagelli devastatori, che, domate verso sud con una sconfitta sanguinosa inflitta ai Cherochesi, scoppiavano poco dopo più vive nel nord e, per la grandezza dell'uomo messosene alla testa, assumevano il carattere d'una vera guerra nazionale contro gli invasori bianchi. La concepiva un selvaggio, il Pontiac, che la saggezza politica, la vastità del fine, l'abilità dei mezzi, l'amore sublime di patria mettono alla pari dei più famosi tra i bianchi civili. Nato fra gli Ottawa e venerato da tutte le tribù comprese fra gli Alleghani ed il Mississippi come capo d'una setta misteriosa e potente, questo «re delle selve», dotato al sommo grado dei caratteri salienti della sua razza, intelligente, facondo, astuto, coraggioso, crudele, riprendeva le idee del re Filippo di stringere insieme le Pellirosse per una lotta di liberazione contro la potenza inglese. Incoraggiato e lusingato dalle promesse francesi egli preparava tutto un piano di attacco generale contro le colonie stanche di guerreggiare, mandando attorno il suo grande wampun di guerra. La guerra di distruzione s'ingaggiava pressochè simultaneamente nel maggio del 1763 sopra un vastissimo territorio, nella regione dei Grandi laghi ed in quella selvaggia dell'occidente. I punti fortificati cadevano in mano degli Indiani, i presidii fatti a pezzi, gli sparsi casali incendiati; ma Detroit, l'obbiettivo precipuo del Pontiac, benchè a lungo assediato, resisteva vittoriosamente, e le schiere indiane combattute dagli Inglesi, non aiutate dai Francesi, decimate da pestilenze e carestie, si sbandavano: la confederazione indiana si dissolveva ed il Pontiac, costretto alla pace, infranto il cuore per l'insuccesso, veniva assassinato qualche anno dopo da un mercante inglese. La via alla colonizzazione interna era spianata per sempre agli Anglo-Americani.
Tra le fitte selve dell'occidente il colono inglese non trovava ancora altra via che il sentiero tracciato dalle orme dei bufali; il suo casolare, rozzamente costrutto, non aveva ancora finestre nè pavimenti; suoi vestiti, in mancanza d'altro, doveano esser ancora le pelli, suoi stivali i mocassini del selvaggio; di legno i suoi vasi ed i suoi piatti; giacigli formati di pelli e di coperte i suoi letti; maiz e selvaggina i suoi unici cibi; dura, terribile la vita ridotta ad una lotta d'ogni giorno e d'ogni ora contro la verginità della natura e la barbarie degli Indiani sempre all'agguato: ma ormai un continente era suo, e stati popolosi, floridi di vita di ricchezza di civiltà, stavano compendiati nella capanna, ch'egli intrepido spingeva sempre più avanti dagli Alleghani al Mississippi[14].
NOTE AL CAPITOLO SESTO.
[14]. Sulla società franco-canadese e sulla sua lotta coll'anglo-americana abbiamo l'opera classica di Francis Parkman: France and England in North-America (Boston, 1897, vol. 13). L'edizione popolare dei lavori del Parkman sull'argomento, fatta dalla casa Macmillan C.le (London and New York) abbraccia i seguenti volumi:
Pioneers of France in the New World (1 vol.) — The Jesuits in North-America (1 vol.) — La Salle and the Discovery of the Great West (1 vol.) — The Oregon Trail (1 vol.) — The Old Regime in Canada under Louis 14º (1 vol.) — Count Frontenac and New France under Louis 14º (1 vol.) — Montcalm and Wolfe (2 vol.).