§ 1. Disegni liberticidi della madrepatria e reazione delle colonie — § 2. Resistenza passiva ed attiva delle colonie agli arbitrii della madrepatria — § 3. Confederazione e guerra d'indipendenza.

§ 1. Disegni liberticidi della madrepatria e reazione delle colonie. — Vi sono periodi nella storia dei popoli, in cui gli anni all'occhio dell'osservatore superficiale, il quale non intravede il lavorio lento di cui questi sono la sintesi, sembrano quasi contare per secoli; tanto è il contrasto fra la brevità loro e l'importanza decisiva nella vita politica e sociale ulteriore. Uno di questi appunto è nella storia d'America l'ultima guerra tra Francia e Inghilterra, la quale per la elaborazione della società anglo-americana è quello che la scintilla elettrica per certi corpi: come prima dello scoccare di essa abbiamo dei semplici elementi, e poscia il composto; così prima di quella guerra noi vediamo agire delle colonie, dopo una nazione. In essa per la prima volta le colonie avevano tutte partecipato ad un'impresa comune, ad una impresa nazionale più ancora che inglese: i loro figli s'erano conosciuti e stimati sui campi di battaglia, i loro governi avevano imparato ad agire all'unisono per la difesa comune, il paese tutto aveva conosciuto la propria forza e la debolezza della madrepatria, incapace per la distanza e le difficoltà economiche di fare un grande sforzo militare sul continente americano.

Non per nulla un popolo oppresso s'accorge di poter mettere in mare, com'era avvenuto durante la guerra, ben 400 incrociatori, ed una colonia, New York, può ricordare all'Inghilterra d'aver fornito essa sola 60 navi da corsa con 800 cannoni e 7000 marinai; non per nulla le milizie provinciali, disciplinandosi alla guerra al punto da far arrossire i veterani del Braddock in quegli scontri, dove s'era formato il genio strategico di Washington e la valentia di Gates, Montgomery, Stark, Putnam, avevano rivelato alle colonie come i soldati regolari della madrepatria nonchè invincibili fossero inferiori agli stessi agricoltori ed artigiani del nuovo mondo. Di fronte al protervo disprezzo, con cui tutti senza distinzione gli ufficiali coloniali erano stati trattati dagli alti papaveri militari della madrepatria, le gelosie regionali avevano taciuto ed il risentimento comune s'era convertito in orgoglio nazionale offeso; mentre il denaro e le truppe che le colonie più meridionali, per quanto sicure del pericolo, avevano mandato alle sorelle della frontiera, testificavano una solidarietà, ch'era garanzia della più larga cooperazione a qualsivoglia altro fine nazionale comune. Un primo spirito di patriottismo si era sprigionato così da quella coscienza comune, che s'era venuta elaborando nel crogiuolo dei secoli. Nè questo, per quanto fosse molto nei destini immediati del popolo anglo-americano, era ancor tutto.

La conquista del Canadà e della Nuova Francia, affrancando le colonie inglesi da ogni timore sul continente, rendeva ormai inutile affatto per esse la tutela inglese. Finchè la Francia, ambiziosa e bellicosa, teneva un piede nel Nuovo Mondo, la protezione della madrepatria per quanto costosa era pur sempre un parafulmine per le colonie; ma scongiurato il pericolo, l'Inghilterra cessava di esser necessaria alla loro salvezza. «Li abbiamo cacciati in trappola» avrebbe detto il Choiseul al momento dell'abbandono definitivo della Nuova Francia all'Inghilterra; o il Vergennes, ambasciatore francese a Costantinopoli, alla notizia delle condizioni della pace diceva: «Le conseguenze della cessione dell'intero Canadà sono evidenti. Io sono persuaso che non passerà gran tempo prima che l'Inghilterra si penta d'aver scartato il solo ostacolo che potesse tenere in rispetto le colonie. Esse non hanno più bisogno oramai della sua protezione; l'Inghilterra vorrà obbligarle a contribuire a sopportare i pesi, che esse hanno contribuito ad attirare sulla metropoli, e le colonie risponderanno scuotendo ogni dipendenza». Nè da queste profetiche parole differiva molto la dichiarazione di lord Mansfields, il quale spesso ebbe a dire che «dopo la pace di Parigi non aveva giammai cessato di pensare che le colonie del Nord meditavano di formare uno stato indipendente dalla Gran Brettagna». I coloni infatti vedevano bene come la conquista inglese, non solo li avesse liberati da un nemico formidabile, ma avesse per di più procurato loro amicizie preziose, per quanto interessate. La preponderanza ottenuta dall'Inghilterra nel campo estra-europeo in seguito alla guerra dei sette anni aveva distrutto l'equilibrio del sistema coloniale: strappata una parte del dominio della Spagna in America e quasi tutto intero quello della Francia nei due emisferi, le grandi potenze marittime d'Europa lungi dall'avere una comunanza d'interessi coll'Inghilterra per sostenere tale sistema, avevano invece tutto l'interesse ad abbatterlo come quello che le escludeva economicamente da tanta parte del mondo, dagli stessi paesi che esse avevano scoperto e colonizzato. E questo interesse generale del mondo antico, che collimava colle aspirazioni alla libertà ed all'indipendenza del nuovo, era tanto più sentito dalla Francia, nella quale le ragioni commerciali e politiche si univano all'orgoglio offeso e al desiderio cocente d'una rivincita per farle desiderare l'affrancamento delle colonie inglesi. Se la Francia infatti avesse ritenuto i suoi possessi d'America, è ben dubbio se lo stesso odio contro la rivale l'avrebbe indotta ad aiutare le colonie inglesi ribelli; una volta invece che il suo sogno d'un grande impero occidentale era svanito per sempre, essa aveva tutto da guadagnare e nulla da perdere ad aiutarle.

Sicure così d'ogni pericolo, entrate dopo la pace in un periodo di rinnovata prosperità ed energia, mentre nuovi stabilimenti si fondavano dal Maine alla Florida, mentre nel nord mitigatosi il fanatismo religioso e la ruvidezza dei costumi la vita assumeva carattere più largo ed umano e nel sud la popolazione e la produzione crescevano in modo straordinario, mentre una vera febbre d'espansione spingeva dalle vecchie sedi gli arditi pionieri oltre i conquistati Allegani, le colonie si trovavano in grado come mai per l'innanzi, se non basta di resistere alle pretese inglesi, di svolgere addirittura un potere politico indipendente. L'Inghilterra invece, nonchè rinunziare allo sfruttamento economico, aveva atteso con ansia la conclusione della pace per imporre la sua volontà assoluta alle colonie anche nel campo politico. Creatosi ormai un immenso impero coloniale nel Nord-America, l'Inghilterra riteneva giunto il momento sospirato di trarre da esso quei vantaggi, che corrispondessero alla vastità dei territori ed alla loro prosperità scambiata per ricchezza inaudita dalla metropoli, dove gli ufficiali reduci dalla guerra dipingevano coi più vivi colori il lusso dei coloni. Per far ciò non v'era che un mezzo, sottoporre anche le colonie nord-americane in tutto e per tutto alle decisioni del Parlamento.

L'idea del resto non era nuova. Già al principio del secolo XVIII, i lords del commercio e delle piantagioni, proponevano di far riprendere dalla corona tutte le carte, in virtù d'una misura del potere legislativo del reame, di quel potere che, per essersi messo al di sopra dell'autorità che aveva concesso tali carte, ben poteva ritenersi superiore alle colonie che le possedevano. Dopo aver legiferato sul commercio e sull'industria, il Parlamento voleva legiferare anche sul governo delle colonie; e se ebbe cura di non allarmare queste ultime con la dichiarazione formale ch'esso poteva legiferare per esse in tutte le circostanze possibili, non ne riguardò meno per questo il principio come incontestabile, in materia specialmente di tassazione. Su questo principio appunto si basava la proposta di sir Guglielmo Keith nel 1726 d'estendere per mezzo d'un atto del Parlamento anche all'America le imposte sulla pergamena e sulla carta bollata; disegno che ripreso da commercianti londinesi, dieci anni dopo, trovava se non effettuazione certo largo favore presso il ministero inglese. Sarebbe venuta così a distruggersi implicitamente quella libertà coloniale, di cui il diritto esclusivo delle corporazioni legislative locali di imporre ed approvare le tasse, costituiva come il punto saliente così la rocca più salda. Come l'influenza della Camera dei Comuni in Inghilterra riposava sul suo diritto esclusivo d'accordare tutti gli anni le risorse necessarie alla marcia del governo; così la forza del popolo in America consisteva nel diritto esclusivo delle assemblee di levare le tasse coloniali e di determinarne l'impiego. In Inghilterra il re otteneva la sua lista civile a vita; in America la rapacità dei governatori rendeva necessario di far dipendere i loro emolumenti da un voto annuale: l'importo ne era regolato d'anno in anno, prendendosi a tal fine in considerazione i servigi del funzionario come lo stato economico della provincia. Così i governatori potevano bene ottenere istruzioni ministeriali esigenti uno stanziamento considerevole, uniforme e permanente; ma le assemblee ritenendo tali istruzioni valide solo per i funzionari del potere esecutivo, continuavano ad esercitare una libertà senza controllo di deliberazione e decisione. Per risolvere la contraddizione il re avrebbe dovuto pagare i suoi ufficiali col mezzo di un fondo indipendente, o cambiare le sue istruzioni. Di qui i lagni di cui sono pieni per tutto il secolo XVIII i rapporti al ministero da parte dei governatori inglesi, che, mandati in America, bene spesso per far fortuna, si vedevano costretti a capitolare tutti gli anni per la loro sussistenza davanti al popolo, il quale rendeva così più illusoria che reale l'amministrazione degli ufficiali del re, di cui esso era arbitro!

L'impotenza dei governatori, delle colonie nordiche in ispecie, di fronte all'arma onnipotente posseduta dall'assemblea aveva terminato col convincere il governo inglese della necessità che i governatori fossero pagati direttamente dalla metropoli; il modo poi di sopperire a queste spese era non meno implicitamente indicato alla metropoli dai governatori e dai realisti d'America, la tassazione diretta degli Americani per atto del Parlamento. A questi criteri direttivi s'ispirava appunto il piano d'una stabile lista civile americana, che l'Ufficio del commercio andava ponzando e maturando in quegli anni. A determinarlo ancor più sopraggiungevano le nuove esigenze militari per la difesa delle colonie. Già nel 1751 ad esempio, essendo in vista una lotta con la Francia per la vallata dell'Ohio, il governatore di New York consigliava ai lords del commercio per le spese necessarie a conservare il possesso del lago Ontario «un'imposta generale per atto del Parlamento: giacchè sarebbe pura immaginazione calcolare che tutte le colonie consentirebbero ciascuna a parte a decretar ciò». E di tale avviso era pure il Kennedy, ricevitore generale di New York, che caldeggiava «una riunione annua dei commissari di tutte le colonie a New York od Albany» e la costrizione per tutte al pagamento delle contribuzioni necessarie per atto del Parlamento, «altrimenti tutto sarebbe finito in chiacchere e contese». A tale fine nel 1753 si facevano in Inghilterra proposte di tasse sull'America, dichiarando l'Ufficio del commercio alla Camera dei Comuni che era assolutamente necessario procurarsi un'entrata coloniale: a tal fine l'Halifax progettava nel 1754 un piano dispotico di unione fondato sulla prerogativa regia, nell'intento di stringere tutte insieme le colonie contro la Francia, di far loro pagare le spese della guerra, e di sottoporle in blocco all'autorità del re o del Parlamento, di regolare cioè ad un tempo e d'un colpo tutte le questioni d'unione, di tassazione e di governo, che si facevano ogni giorno più scottanti ed insolubili. All'unione coatta, che doveva organizzarsi in Inghilterra nel modo da essa voluto e mettersi in vigore con atto del Parlamento per intenti fiscali e dispotici, i coloni per opera del Franklin contrapponevano una libera unione con intenti affatto opposti in quel progetto già veduto di Albany che il Shirley, governatore regio del Massachusetts, dipingeva un'applicazione del vecchio sistema delle carte ad una confederazione americana, sistema che avrebbe annichilito l'autorità regia nelle colonie unite, come l'aveva pressochè annichilita nelle singole colonie dov'era stato applicato, e compromesso la dipendenza dell'intero dominio di fronte alla corona.

Rimasto allo stato di progetto tutti questi disegni, il governo inglese ciò nonostante aveva approfittato delle necessità della guerra per estendere l'autorità del Parlamento sulle colonie: si stabiliva infatti un potere militare per tutto il continente, potere nonchè indipendente dai governi coloniali ad essi superiore, non avendo questi facoltà di dar ordini nelle rispettive provincie se non nell'assenza del comandante continentale e dei suoi delegati. L'America tutta intera veniva posta così sotto il regime militare, i suoi magistrati erano sottomessi all'autorità del comandante in capo, le sue assemblee obbligate «a comprendere chiaramente e distintamente» che il re «esigeva» da esse un fondo comune, di cui il comandante in capo «disporrebbe e regolerebbe l'impiego», ed «approvvigionamenti di ogni genere che potrebbero risultare dalla necessità di fornire alloggi ai soldati». Tali istruzioni, contrarie allo spirito della stessa costituzione inglese, rimanevano in vigore durante l'intero periodo della guerra e perfino dopo il termine di essa; non senza però la più viva resistenza da parte dei coloni ai nuovi arbitri della madrepatria, ben più temibili delle stesse limitazioni commerciali e industriali, che il contrabbando poteva dopo tutto almeno in parte frustare. Ai mali consigli del Loudoun, comandante supremo delle forze inglesi, il quale, di fronte al rifiuto di sussidii e di armati da parte delle assemblee quacchere del Jersey e della Pennsylvania, aveva suggerito al Pitt di imporre un tributo per la guerra alle colonie col mezzo d'un decreto del Parlamento brittannico, ed alle decisioni di questo che «la pretesa legale in un'assemblea coloniale di poter levare e adoperare denaro pubblico soltanto con proprio decreto scemava il potere della corona e i diritti del popolo della Gran Brettagna», la Pennsylvania aveva risposto energicamente per bocca del più ardito propugnatore dei diritti e della libertà legislativa d'America, Beniamino Franklin, mandato nel 1757 come agente di quella colonia in Inghilterra. Alla nomina poi del giudice supremo di New York a semplice «beneplacito» del re, senza osservare alcuna delle norme stabilite a tale riguardo per garanzia delle colonie, l'assemblea di New York aveva risposto dichiarando inconciliabile con la libertà americana il nuovo modo di conferimento del potere giudiziario e proclamando che non avrebbe pagato più oltre lo stipendio dei giudici, se non si fosse ritirata quella nomina.

Dati simili precedenti, si capisce quale ansia destasse nelle colonie la notizia diffusasi nell'inverno stesso, che seguì la presa di Quebec, che l'Inghilterra meditava di inaugurare la nuova politica verso le colonie non più a pillole e per eccezione, ma in blocco e come sistema, procedendo ad un riordinamento generale di queste. Messo infatti da parte un politico eminente, quale il Pitt, il giovane monarca Giorgio III prendeva nel 1761 come primo ministro il suo educatore, Carlo di Bute, un vivace gentiluomo scozzese, altrettanto elegante ed insinuante quanto gretto di idee, e questi chiamava al posto di primo lord dell'Ufficio del commercio Carlo Townshend, destinandolo a strumento della mutazione da farsi nelle colonie americane. Sarebbe questa consistita nell'abolire le patenti coloniali e nell'assoggettare completamente le colonie al governo inglese, fine ultimo cui doveva servire di avviamento l'indipendenza assoluta dei funzionari regi dalle assemblee coloniali, sia riguardo alla nomina come alla durata dell'ufficio ed allo stipendio, e la costituzione d'un esercito stanziale, che tenesse soggetti gli abitanti. Una cosa e l'altra però richiedeva nuove spese e l'Inghilterra, aggravata d'un grosso debito pubblico, accasciata sotto i pesi finanziari della guerra contro la Francia, nonchè pensare più oltre alla sicurezza militare ed all'amministrazione delle colonie americane, meditava di assoggettarle col fine precipuo di farle contribuire ai bisogni finanziari dell'impero britannico, di cui esse formavano indubbiamente parte integrante. Nè a stretto rigore l'imposizione di tasse alle colonie era di per sè ingiusta: se l'unione statale dell'America nordica coll'Inghilterra doveva continuare, era logico che anche l'America fosse assoggettata ad imposte; altrimenti non solo sarebbe stata di fatto indipendente dall'Inghilterra, ma questa avrebbe dovuto anche pagarle l'amministrazione e la sicurezza interna.

Aggiungasi che l'Inghilterra aveva speso per la guerra d'America contro la Francia somme ingenti, tanto che il suo debito pubblico da 75 milioni di sterline, quale era nel 1756, saliva nel 1763 a ben 133 milioni, cifra per quell'epoca addirittura impressionante. È vero che l'Inghilterra, come faceva osservare ad essa il Franklin, non aveva combattuto la Francia nell'interesse esclusivo delle colonie; è vero che la madrepatria con la sua politica economica ricavava già abbastanza denaro dalle colonie, e che a queste principalmente dovevano il loro fiorire le città marittime di Liverpool e di Glasgow e quelle industriali di Manchester, Leeds, Sheffield, etc.; ma il principio della tassazione delle colonie non era per questo in teoria meno giusto. Solo però si doveva badare al modo di applicarlo. Se le colonie dovevano sopportare gli stessi pesi del territorio metropolitano, dovevano godere anche gli stessi diritti, dovevano avere anch'esse rappresentanza e voto nel Parlamento, dovevano poi esser trattate anche economicamente come politicamente alla stessa stregua dell'Inghilterra anzichè sacrificate ad essa. Ciò appunto chiedeva il fiduciario della Pennsylvania. La madrepatria invece non voleva rinunziare al dominio politico sulle colonie, donde la necessità di assoggettarle con la forza, quando non avessero obbedito ai suoi voleri in materia di tasse come in quella legislativa. Senonchè, sembrando cosa ancora immatura mentre la guerra con la Francia continuava, di imporre tasse alle colonie con atto legislativo, si ricorreva pel momento ad un mezzo indiretto di trar denaro da esse.