Frattanto il governo era passato dalle mani del Grenville a quelle del Rockingam, il quale diceva di voler «revocare cento leggi sul bollo piuttostochè eseguirne una con la forza»; cosicchè più facile apparve appianare un conflitto, di cui il Franklin mostrava di nuovo ai ministri inglesi in una conferenza divenuta famosa le pericolose conseguenze. Il Parlamento infatti nei primi mesi del 1766 abrogava l'infausta legge, pure riconfermando il diritto di tassare le colonie; e la decisione veniva accolta tra il giubilo dei due popoli: le navi inglesi s'imbandieravano sul Tamigi; ed a Giorgio III decretavano statue New York e la Virginia. La legge sul bollo però non essendo stata che la causa occasionale di tanta agitazione, la revoca di essa non fu più efficace quanto agli effetti dell'olio versato sul mare in procella: le onde cessano per un momento d'accavallarsi a fior d'acqua, ma la burrasca continua negli strati inferiori e riguadagna ben presto la superficie. La madrepatria non poteva dimenticare l'umiliazione subita, tanto più che al ministero Rockingam succedeva nel 1766 un ministero Grafton-Pitt, in cui la disparità di vedute dei componenti e la malattia del Pitt lasciavano libera la mano al famoso Townshend, cancelliere dello scacchiere, nelle faccende americane. Dopo la morte anzi del Townshend ed il ritiro del Pitt, la direzione stessa del ministero passava nel 1768 nelle mani di lord North, avversario deciso dell'autonomia americana. Si escogitavano pertanto nuovi mezzi diretti e indiretti di tassare l'America, si tentava di privarla delle sue patenti e di sottoporla ad un regime militare affidato al generale Gage, comandante supremo dell'esercito regio nelle colonie. Queste rispondevano dal canto loro alle provocazioni della metropoli con la resistenza passiva e con quella attiva senza però alcuna idea di separazione dalla madrepatria, di indipendenza. Lo stesso banditore della «resistenza con la forza» alle sopraffazioni della metropoli, Giovanni Dickinson di Pennsylvania, nelle sue famose «Lettere d'un agricoltore», destinate a scuotere come corrente elettrica tutte quante le colonie, esclamava in quell'epoca: «Se mai noi ci separiamo dalla madrepatria, quale nuova forma di governo adotteremo? dove troveremo noi un'altra Inghilterra per riparare la nostra perdita? Staccati dalla nazione alla quale siamo uniti dalla religione, dalla libertà, dalle leggi, dall'affetto, dalla parentela, dal linguaggio ed il commercio, noi dobbiamo perdere del sangue da tutte le nostre vene».
È una lotta pertanto puramente difensiva, nella quale ogni colpo della metropoli trova nelle colonie una trincea, in cui infrangersi; ogni protesta delle seconde trova nei provvedimenti della prima la più amara accoglienza: era da ambo le parti una serie di vittorie e di scacchi, attraverso cui prendeva consistenza nelle colonie l'idea dell'unione per la difesa delle comuni libertà. Nella lotta fierissima del Massachusetts per conservare la sua costituzione sembrava così compendiarsi in quegli anni la lotta di tutte le colonie. Gli avvenimenti di Boston, dove comizi si succedevano a comizi nel severo palazzo di città «Faneuil-Hall», dove i conflitti tra governatore e popolo, tra cittadini e soldati arrivavano al sangue come nel «macello bostonese» del 1770, accrescevano il fermento dell'intero paese e lo eccitavano sempre più alla resistenza attiva oltrecchè passiva. E già il Massachusetts, sotto la guida di Samuele Adams e Giacomo Warren, formulava nel novembre 1772 una serie di lagnanze contro le usurpazioni del parlamento, l'imposizione di gravezze non acconsentite dai coloni, l'impiego di forze militari in tempo di pace senza il permesso delle singole legislature, la giurisdizione illegale del tribunale dell'ammiragliato, l'investitura di vescovi e tribunali ecclesiastici senza il consenso della colonia, i vincoli infine opposti all'industria ed al commercio, chiedendosi nelle riunioni se di fronte ad una ulteriore negazione delle franchigie assicurate dalle patenti non fosse il caso di formare uno stato indipendente a guisa dei Paesi Bassi. E la Virginia, aderendo pienamente nel marzo del 1773, alla dichiarazione bostonese, costituiva un comitato, dove entrava Tommaso Jefferson, incaricato di attivare la corrispondenza con le altre colonie e di abboccarsi con eventuali comitati di esse per un'azione comune di resistenza.
Mentre l'opposizione aperta cresceva ogni giorno più e, peggio ancora, si organizzava sistematicamente secondo un piano federale, la resistenza passiva continuava tenace a danno dell'Inghilterra: l'«Unione per non importare nessuna merce inglese», estesasi da New-York a tutte le altre colonie, veniva coscienziosamente obbedita, e l'esportazione inglese per l'America nordica scendeva nel 1769 di ben 744.000 sterline in confronto dell'anno precedente; mentre le esportazioni per la madrepatria dalle colonie scendevano da 100.000 sterline nel 1767 a 7000 nell'anno successivo ed a 3000 nel 1769. Siccome poi lord North, di fronte alle proteste degli esportatori inglesi contro le nuove tariffe doganali, le faceva dal Parlamento mitigare, mantenendo però intatto il dazio sul tè come segno del potere supremo del Parlamento in tale materia, l'opposizione economica venuta meno per gli altri prodotti si concentrava contro il tè inglese, la cui importazione dalle 132.000 sterline del 1768 si riduceva ad 11.000 due anni dopo, facendo discendere da 70 a 40 i bastimenti impiegati per tale commercio dalla compagnia delle Indie Occidentali. Quando poi questa, per rialzare le sue azioni rovinate e pagate le 400.000 sterline annue dovute al governo, tentò colla complicità della madrepatria di imporre il suo tè all'America, riuscite vane le nuove proteste delle colonie, la «società bostonese per il tè», come fu chiamata scherzosamente una moltitudine di bostonesi camuffati da Indiani Mohawki, s'impadroniva il 28 dicembre del 1773 d'un bastimento contenente 340 casse di tè e ne gettava in mare l'intero carico del valore di 18.000 sterline!
Alla notizia di tale fatto lord North il 14 marzo 1774 presentava al Parlamento una proposta per l'immediata chiusura del porto di Boston, che avrebbe durato finchè la città non avesse indennizzato la compagnia del tè gettato in mare: all'approvazione di tale progetto teneva dietro poi quella d'un'altra legge «per un migliore assetto della costituzione del Massachusetts», la quale annullava la patente della colonia. Governatore civile di questa veniva intanto nominato il generale Gage, comandante militare supremo dell'intera America nordica. Il Massachusetts riceveva così un ordinamento militare ed assoluto analogo a quello che con la «legge su Quebec» era dato al Canadà: la libertà americana veniva colpita a morte nel corpo della colonia, che ne era da secoli il baluardo più strenuo, il ridotto inespugnabile. Il guanto di sfida era gettato: la società americana, che ad ogni attacco dell'Inghilterra aveva risposto con un contrattacco, agli atti di navigazione col contrabbando, alla legge doganale colla rottura del traffico, alla tassazione illegale colla resistenza, all'impiego della forza non poteva ora rispondere se non colla forza, uso della forza cui era vano ricorrere senza l'unione di tutte le colonie: indipendenza e federazione, preparate così da cause secolari, nascevano ad un parto a gettare le basi d'una struttura statale nuova non solo pel continente ma per la terra tutta, gli Stati Uniti d'America.
§ 3. Confederazione e guerra d'indipendenza. — La chiusura del porto di Boston ed il conseguente «decreto d'ordinamento», che annullava la patente del Massachusetts, da oltre 80 anni legge fondamentale della colonia, furono la scintilla che accese il gran fuoco rivoluzionario.
Però, se l'indipendenza doveva esser il risultato ultimo della lotta, che stava per impegnarsi, essa non era per questo il fine cui mirassero generalmente le popolazioni nell'ingaggiarla. Anche qui doveva avverarsi la grande legge, che regola i destini dell'umanità: la moltitudine è sempre un protagonista incosciente del dramma, che rappresenta, obbedisce sempre all'interesse del momento anzichè a remote finalità; che queste si raggiungano, è conseguenza fatale di cause antecedenti, non già conseguenza voluta di un piano determinato d'azione. Il 25 settembre 1774 dietro accordo preso fra i comitati di corrispondenza delle colonie, si radunava in Filadelfia, la città centrale già prescelta a tal fine 20 anni prima dal «progetto d'Albany», il primo di quei congressi continentali, che d'allora in poi avrebbero dovuto raccogliersi tutti gli anni. Nella modesta sala dei falegnami di quella città si radunavano in numero di 51 i rappresentanti di 12 colonie, tutte cioè meno una, la neonata Georgia: ma di essi solo i rappresentanti della Nuova Inghilterra e della Virginia, le regioni più mature per densità di popolazione e compattezza sociale, si mostravano già risoluti ad un aperto distacco dalla metropoli, chè gli altri non volevano neppur sentir parlare di ciò. Il presidente Peyton Randolph aveva ben potuto nel prender possesso del suo ufficio farsi portare una corona, spezzarla in dodici parti eguali e consegnarne i pezzi alle deputazioni delle colonie rappresentate come simbolo dell'annullamento del potere regio e dell'uguaglianza fra le colonie; ma quando il bollente Henry Patrick, enumerate le ingiustizie subite, affermò che per essersi sfasciato il vecchio regime le colonie erano ritornate allo stato di natura e dovevano perciò darsi un governo affatto nuovo, il Jay, interpretando il pensiero della grande maggioranza degli intervenuti, interrompeva: «Io non posso pensare che il vecchio governo sia finito in tutto e per tutto e che noi siamo giunti al punto di abbozzare una costituzione americana, invece di fare il tentativo di correggere i difetti dell'antica».
Ed il congresso infatti, dopo aver preso varie deliberazioni, fra cui notevolissima quella che in esso e nei futuri ogni colonia avrebbe avuto un voto soltanto senza riguardo alla sua grandezza e popolazione, si limitava a reclamare la revoca di tutti i decreti parlamentari e delle ordinanze, che violavano i diritti delle colonie, e si chiudeva rivolgendo un appello alla nazione britannica, d'Europa e d'America, ed una petizione al re. «Alla vostra equità, era detto nel primo, noi ci richiamiamo. Vi si è raccontato che noi eravamo stanchi del governo e sospiravamo l'indipendenza. Queste sono calunnie. Lasciateci liberi, come siete voi, e noi stimeremo sempre l'unione con voi come la nostra gloria più grande e la nostra fortuna maggiore. Ma se siete risoluti a lasciar trescare scelleratamente i vostri ministri co' diritti umani, se nè la voce della giustizia, nè le prescrizioni della legge, nè le massime della costituzione, nè le esortazioni dell'umanità non valgono a impedire alle vostre mani di versar sangue in una cosa così empia, allora noi vi dobbiamo dire che non ci assoggetteremo mai a nessun ministero e a nessun popolo del mondo. Noi siamo così lontani, era detto nella seconda, dall'esigere innovazioni che per questo ci siamo anzi opposti a voi — noi non esigiamo altro che pace, libertà e sicurezza, noi non desideriamo nessuna diminuzione della prerogativa regia, nè la concessione di qualsivoglia nuovo diritto. Sempre appoggeremo e manterremo la vostra autorità regia su di noi e la nostra unione coll'Inghilterra».
La difesa dei propri diritti, il ristabilimento del passato e nulla più, ecco l'idea che moveva ancora quella società in sugli albori della stessa indipendenza a combattere con le armi la potenza inglese. Ma intanto il dado era gettato: agli avvenimenti decidere del risultato. Tutte le buone intenzioni, tutte le proteste sincere di lealtà pel monarca non potevano invero privare di loro efficacia i fatti salienti del giorno. I coloni anzitutto si erano creati stabilmente un unico corpo rappresentativo, fatto capitale pel futuro come quello che trasformava la solidarietà intercoloniale precedente in un vero e proprio legame politico: questo corpo rappresentativo in secondo luogo, negando al parlamento britannico ogni autorità di legiferare per le colonie americane, affermava l'indipendenza di fatto di esse: la provincia infine del Massachusetts, non riconoscendo il nuovo governo piantato sulle canne dei fucili in base al «decreto di ordinamento» e prestando obbedienza soltanto alla sua assemblea trasformatasi in «congresso provinciale», dava il primo esempio di governo rivoluzionario indipendente dall'Inghilterra; mentre Boston, perduta ogni vita commerciale e industriale con la chiusura del porto e costretta a vivere delle provvigioni, che tutte le colonie con slancio fraterno le inviavano, diventava nell'ozio forzato un semenzaio di soldati della libertà, disposti coi fratelli della provincia, che oramai s'armavano ed organizzavano, ad attaccare i soldati regi, unici puntelli del dispotismo. Ed alle armi ricorrevano ormai quasi tutte le colonie, dopo che gli appelli del Congresso furono respinti e le concilianti proposte del Franklin, rimasto a parlamentare in Inghilterra fino al 20 marzo 1775, naufragarono. Alle minaccie non vane del Congresso americano di abolire del tutto il commercio degli schiavi oltre il 1º dicembre 1774, di non importare più nulla dall'Inghilterra ed Irlanda oltre quella data e di non esportare nulla per esse e per le Indie Occidentali oltre il 10 settembre dell'anno seguente, se i suoi reclami non fossero stati esauditi, lord North, spinto suo malgrado alle misure estreme dalla volontà personale di Giorgio III, rispondeva, nonostante i lamenti e le suppliche dei commercianti e dei creditori inglesi, col vietare alle colonie già sollevate il commercio colla madrepatria e la pesca nei mari nordici, col cercar di dividere le colonie favorendo gl'interessi delle meridionali, con lo spedire sovratutto navi ed armati contro gli insorti, contro cui il Gage cercava invano di scatenare la guerra dei Canadesi, la furia degli Indiani, l'insurrezione degli schiavi negri.
Gli avvenimenti avevano ormai posto chiaro il dilemma che l'Inghilterra o sarebbe riuscita ad assoggettare colle armi le colonie o ne avrebbe dovuto riconoscere l'indipendenza completa. Mentre infatti i primi rinforzi inglesi navigavano alla volta dell'America, in questa avvenivano già i primi scontri. Sullo scorcio di aprile del 1775, nei dintorni di Boston, a Lexington ed a Concord, il popolo americano iniziava gloriosamente la guerra d'indipendenza: compagnie improvvisate di «minute men» o milizia civica che doveva tenersi pronta da un momento all'altro a combattere, frotte di agricoltori usciti in maniche di camicia dalle loro case al suono delle campane, che li chiamava a difendere la libertà, armati di fucili da caccia, senza ordine nè disciplina, obbligavano a ritirarsi in Boston le truppe regolari, bene agguerrite e meglio addestrate, che il Gage aveva spedito per imprigionare i capi-popolo Adams ed Hancock! Poco appresso a Bunker-Hill, in una giornata caldissima, il 17 giugno dello stesso anno, pure nelle vicinanze di Boston, circa 3000 di questi soldati improvvisati, senza uniforme, senza pratica di guerra, senza vettovaglie, senz'acqua, senza quasi munizioni, dietro trincee di terra costrutte nella notte e non ancor terminate, attendevano impavidi fino a 10 metri di distanza 4000 veterani protetti da batterie, li decimavano sotto il loro fuoco micidiale, vedevano gli ufficiali inglesi spingere a colpi di sciabola i loro uomini riluttanti contro le trincee, ed erano costretti finalmente a ritirarsi per mancanza di munizioni soltanto! «La milizia ha sostenuto il fuoco?» chiedeva Washington all'annunzio del combattimento; ed alla risposta positiva esclamava: «le libertà del paese sono allora sicure».
Il secondo congresso generale, apertosi in Filadelfia il 10 maggio 1775 e presieduto da quel Giovanni Hancock, ricco mercante bostonese che il Gage aveva dichiarato ribelle, non poteva nascondersi le necessità del momento; e per quanto respingesse l'idea d'una separazione definitiva dalla metropoli, per quanto protestasse la sua fedeltà verso l'Inghilterra, si diportò realmente come un potere sovrano, riconosciuto tale da tutte le colonie insorte. Nello stesso maggio infatti prendeva la deliberazione che le «Colonie unite» erano costrette a cagione delle ostilità dell'Inghilterra a porsi senz'indugio in stato di difesa; nel giugno incaricava alcuni dei suoi membri d'organizzare per la durata d'un anno un «esercito continentale», di cui nominava ad unanimità Giorgio Washington comandante in capo e pel cui mantenimento emetteva due milioni di dollari in banconote, garantite dalle «Colonie unite», istituendo ad un tempo una forma rudimentale di potere esecutivo in una tesoreria ed un dipartimento per gli affari indiani; nel colmo dell'estate, essendo l'esercito inglese chiuso in Boston, mandava contro il Canadà una spedizione agli ordini dei generali Schuyler e Montgomery; nel settembre spediva alle colonie perchè l'approvassero una specie di costituzione, ispirata dal Franklin, intesa a regolare provvisoriamente le «13 colonie unite dell'America nordica» finchè l'Inghilterra non avesse revocato le ultime ordinanze, risarcito Boston dei danni sofferti pel blocco e richiamato dall'America tutte le sue truppe; nello stesso mese costituiva una giunta secreta sotto la presidenza del Franklin, coll'incarico di annodare trattative diplomatiche dapertutto in Europa ed in ispecie in Irlanda, dopo che erano già stati inviati agenti secreti a Parigi, a Madrid, all'Aja, a Berlino, a Copenhagen, a Pietroburgo per interessare le potenze continentali alla sorte degli Americani; nel gennaio 1776 faceva chiudere tutte le dogane dichiarando liberi d'ogni dazio tutti i porti americani per le navi europee, libertà di traffico concessa perfino alle navi inglesi con la garanzia per di più d'un carico completo di ritorno qualora esse portassero armi e munizioni, mossa questa abilissima giacchè non solo chiamava l'interesse commerciale dell'Europa in difesa della causa americana ma sfruttava l'avidità degli stessi mercanti inglesi a danno dell'Inghilterra. Questa d'altra parte, sanata ormai dell'illusione di potere con gli spauracchi e qualche migliaio di soldati frenare gli Americani, s'apprestava ad una guerra regolare: nella mancanza d'uomini in patria ingaggiava dei mercenari tedeschi, pagandoli un tanto a testa agli spiantati principotti di Brunswick, di Waldeck, d'Anhalt, dell'Assia in ispecie, allestiva un esercito campale di 55.000 uomini, di cui 25.752 destinati all'America, mentre l'ammiragliato chiedeva per l'anno 1776 un complesso di 28.000 marinai su 76 vascelli da guerra. A tanto apparato di forze il congresso continentale non poteva opporre nel 1775 che un esercito per modo di dire composto di 14.000 uomini male armati, senza disciplina militare, senza ingegneri, senza artiglieria, ed un'armata di 7 navi, 7 fregate e 38 legni minori, forze marittime però integrate dagli incrociatori delle singole colonie e più ancora dalle navi corsare da queste patentate, le quali fecero durante tutta la guerra una vera distruzione di navigli commerciali inglesi.