Fu singolare fortuna per gli Americani, che il Congresso avesse scelto come comandante in capo Giorgio Washington; giacchè solo la resistenza fisica e la tenacia incrollabile acquistata nella vita precedente, l'esperienza militare conseguita nelle guerre contro i Francesi e gli Indiani, il sano giudizio, il coraggio sublime, l'ammirabile padronanza di sè sopratutto e la devozione incondizionata alla patria ed alla libertà di quest'uomo allora sui quarantatre anni, il quale nella maestosa figura congiungeva la dignità all'affabilità, avrebbero potuto superare i mille ostacoli, che attendevano il duce d'una guerra condotta con le mani legate, senza uomini bene spesso e senza denaro, con poche munizioni, con rari ufficiali provetti ed anche questi non immuni da gelosie personali o provinciali.

Ai primi di luglio del 1775 il Washington veniva a porsi alla testa dei 14.000 uomini, che tenevano bloccato in Boston l'esercito inglese; ma per mancanza di polvere era costretto a rimanere inattivo sino alla primavera seguente: solo allora, divenuta ormai insostenibile la piazza sotto i colpi delle batterie innalzate dal Washington sulle alture di Dorchester, il generale inglese Guglielmo Howe, successo al Gage nel comando supremo, il 17 marzo 1776 sgombrava Boston coi suoi 7000 uomini e con circa 1500 cittadini favorevoli al re, i così detti lealisti, imbarcandosi su 150 navi alla volta di Halifax nella Nuova Scozia. Anche nel sud le cose andavano bene per gli Americani, giacchè una flotta inglese, che invano aveva attaccato vari punti della costa, battuta a Charleston, S. C. dalle artiglierie di Fort Moultrie, abbandonava al cadere del giugno 1776 quelle acque per veleggiare alla volta di New York, cui miravano ormai le forze inglesi di terra e di mare.

Falliva invece completamente la spedizione, che il Congresso nell'estate del 1775 aveva mandato contro il Canadà sotto gli ordini dello Schuyler e del Montgomery, nella speranza di sollevare con tutta facilità contro l'Inghilterra e di occupare quel paese da poco strappato ai Francesi; chè la campagna, cominciata felicemente colla presa del forte di S. Giovanni seguita da quella della stessa Montreal nel novembre, finiva male sotto Quebec, cui gli Americani cercavano invano l'ultima notte dell'anno di dare la scalata nonostante la neve ed il ghiaccio che coprivano il suolo, rendendo pressochè impossibile l'avanzarsi: lo stesso Montgomery cadeva da prode nell'assalto disastroso; e l'esercito americano, dopo esser rimasto qualche altro mese sotto Quebec, di fronte ai rinforzi inglesi doveva abbandonare anche le piazze occupate del Canadà, che rimaneva per sempre nelle mani dell'Inghilterra.

Iniziatasi così la guerra, le proteste di fedeltà alla madrepatria non sarebbero state oramai che finzioni, e l'idea d'una separazione completa da essa andava guadagnando ogni giorno più le colonie, conquistate dalla propaganda in proposito di Tommaso Paine, il quale nel suo pamphlet dal titolo «Senso Comune» ricorreva all'autorità della Bibbia non meno che ai dettati della ragione: «quando presi la prima volta il comando dell'esercito, diceva lo stesso Washington in quei giorni, aborrivo dall'indipendenza, ma ora sono pienamente convinto che null'altro può salvarci».

Il governo inglese infatti qua abbattuto là esautorato aveva fatto luogo dove a governi locali dove all'anarchia; cosicchè urgeva prendere una decisione collettiva, che arrestasse la seconda e legalizzasse i primi. Il 7 giugno 1776 Riccardo Enrico Lee di Virginia, obbedendo alla volontà del suo stato, propose al Congresso la risoluzione «che le Colonie Unite sono e di diritto devono essere Stati liberi e indipendenti». La mozione caldeggiata da John Adams suscitava un fiero dibattito, dal quale appariva come New York, New Jersey, Pennsylvania, Maryland e Sud Carolina non fossero ancora decise a tale passo estremo. Sospesasi pel momento ogni decisione in proposito, finchè non si fossero vinte le resistenze delle colonie ancora titubanti o addirittura contrarie, come New York, si incaricava intanto di compilare una eventuale dichiarazione d'indipendenza una giunta composta di Beniamino Franklin per la Pennsylvania, di Roberto L. Livingston per Nuova York, Ruggero Sherman per il Connecticut, Giovanni Adams per il Massachusetts e Tommaso Jefferson per la Virginia: in realtà veniva essa stesa da quest'ultimo, giovane e valente avvocato allora sui trentatre anni, assai versato negli studi filosofici storici letterari e già noto per la sua abilità nel comporre note politiche del genere. Il Franklin e l'Adams la modificavano leggermente e la difendevano poi con tutte le loro forze dalle critiche e dagli attacchi spesso violenti in seno al Congresso, il quale la adottava il 2 luglio 1776 senz'altro notevole cambiamento che la soppressione d'una clausola relativa alla schiavitù, troppo ostica per la Sud Carolina e la Georgia. Il 4 luglio 1776, il giorno stesso in cui ventidue anni prima s'era approvato dalle colonie il «progetto di Albany», la Dichiarazione veniva firmata dal Presidente del Congresso.

«Noi siamo costretti a rompere ogni vincolo politico coll'Inghilterra, dicevano in sostanza le colonie per mezzo dei loro rappresentanti in tale Dichiarazione, ma riteniamo necessario dichiarare al mondo quali ragioni ci spingono a far ciò». Quindi, esposti pochi principî incontrovertibili, che garantivano diritti positivi ed erano troppo radicati nella coscienza del popolo per aver bisogno di spiegazione, ne traevano la conseguenza che il dominio inglese, avendoli tutti violati, doveva essere abolito per sempre. Alla lunga enumerazione dei delitti politici del re Giorgio III contro le colonie, fatta anche nell'intento di metter sott'occhio al paese tutti i mali della servitù, seguiva infine la dichiarazione formale che le Colonie Unite d'allora in poi avrebbero costituito degli stati liberi ed indipendenti. Era una pagina di logica serrata e tagliente come la lama d'un pugnale, densa di fatti più che di parole, essenzialmente nazionale anzichè universale: vero specchio del passato, da cui si poteva dedurre l'avvenire, essa dimostrava come fossero nate e si fossero svolte le colonie, quali diritti avessero portato dalla madrepatria e come la violazione di essi imponesse loro di separarsi dall'Inghilterra.

Nulla di mistico, di generale in questa Dichiarazione, in cui il carattere politico della razza lungi dallo smentirsi riceveva nuova e più solenne conferma[15]. Si direbbe che l'autore di essa avesse presa a modello la Dichiarazione presentata nel 1688 a Guglielmo III dalla nazione inglese, se non ci fosse stato tramandato che il Jefferson la compose tutta di sua testa senza consultare alcun libro, se il linguaggio del documento famoso non fosse proprio di dichiarazioni consimili fatte in quegli anni da città e contee americane. Già nel gennaio 1773 infatti la città di Sheffield, Mass., primo esempio forse di ciò, proclamava le lagnanze e i diritti delle colonie, tra cui il diritto di self-government; e nello stesso anno e nella medesima colonia Mendon votava delle risoluzioni contenenti tre proposizioni fondamentali della grande Dichiarazione stessa, che cioè tutti gli uomini hanno un eguale diritto alla vita ed alla libertà, che questo diritto è inalienabile, che il governo deve trarre sua origine dal libero consenso del popolo.

Sul popolo infatti ricadde la sovranità dopo che la Dichiarazione d'indipendenza, adottata successivamente dalle singole colonie meno New-York che s'astenne dal votare, le ebbe affrancate di diritto oltrecchè di fatto dalla sovranità inglese. I nuovi governi derivarono dapertutto la loro autorità solamente e direttamente dal popolo, e questa autorità per di più non fu delegata per sempre al governo ma affidata ad esso come ad agente temporaneo del popolo sovrano, che rimase la sorgente esclusiva del potere politico. Questo del resto era apparso chiaro già dalla nomina dei delegati al Congresso, fatta dai corpi locali assai più che dai governi coloniali. Mentre infatti il New Hampshire e le altre colonie dell'Est avevano proceduto come delle confederazioni di towns, erano state le contee nel New Jersey, nel Maryland, e nella Virginia ad elegger separatamente dei comitati per la nomina dei deputati: nel New York, accanto ai delegati proposti dalla città di New York e ratificati generalmente dalle campagne, la contea di Suffolk aveva nominato un rappresentante distinto, la contea d'Orange un po' più tardi eleggeva il suo deputato, che si presentava al Congresso e produceva il certificato della sua elezione da parte della contea: la Georgia, molto tepida al principio della guerra, non si era fatta rappresentare al Congresso fino al 15 luglio 1775, ma ciò non aveva impedito alla parrocchia di Saint John d'inviare un delegato, che era stato ammesso al Congresso. Così ora, mentre il Connecticut ed il Rhode Island per volontà del popolo continuarono ad usare le loro carte regie, il primo sino al 1818 il secondo sino al 1842, gli altri Stati si diedero generalmente nelle singole assemblee popolari delle nuove costituzioni, le quali per quanto imperfette e difettose li salvarono dall'anarchia sovrastante e permisero loro di superare la burrasca della rivoluzione.

La nuova nazione, affermatasi in faccia al mondo nella Dichiarazione d'indipendenza, non tardava ad adottare un simbolo comune, che la rappresentasse: alle varie bandiere usate in sul principio dagli insorti, tra cui notevole quella che il Washington aveva derivato dalla bandiera inglese aggiungendo alla croce bianca e rossa di questa tredici striscie alternate bianche e rosse, il Congresso ne sostituiva una sola esclusivamente nazionale, deliberando il 17 giugno 1777 che «la bandiera dei tredici Stati Uniti fosse di tredici striscie alternate bianche e rosse, e che l'unione fosse rappresentata da tredici stelle bianche in campo turchino»: le tredici striscie rimasero poi sempre a ricordo delle antiche colonie, che lottarono per l'indipendenza, ma le tredici stelle andarono ogni giorno aumentando coll'entrare di sempre nuovi Stati nella bene auspicata Unione.

Duri cimenti attendevano però gli Americani prima che l'indipendenza da essi dichiarata fosse riconosciuta da chi voleva con le armi ridurli in ischiavitù: la loro bandiera doveva sventolare su campi di battaglia cruentissimi, in accampamenti dove la fame il freddo le malattie decimavano uomini ed ufficiali, doveva affondarsi in seno all'oceano sugli alberi di navi sventrate ed incendiate, assistere a carneficine d'inermi perpetrate da Indiani e da bianchi più fedeli al re che alla patria ed all'umanità, prima che sicuro all'ombra di essa un popolo nuovo potesse svolgere nella pace feconda le mille sue attività, strappare alla terra ed al mare le inesauste ricchezze.