§ 1. Impotenza della Confederazione. — «Le leggi erano lettera morta; gli Stati, tutti insieme e singolarmente considerati, erano falliti. Ogni Stato andava contro gli altri, talchè il frutto della nostra lotta settennale per l'indipendenza allora non sembrava meritevole della fatica, che era costato il raccozzar le colonie. Eravamo disuniti dal Maine alla Georgia; parevano perduti gli elementi del governo autonomo e precipitavamo velocemente in una anarchia e confusione generale»: tale lo stato della società politica anglo-americana all'indomani della nascita secondo la pittura non esagerata d'un contemporaneo, il Breck, nei suoi «Ricordi». La guerra era costata circa 150 milioni di dollari e per essa il debito era salito nel 1783 a ben 42 milioni, di cui 8 contratti in Francia ed Olanda, il resto in seno al paese: gli Stati contribuivano in così piccola misura che non si potevano pagare nemmeno gli interessi. Un sordo malcontento diffuso nell'esercito, cui erano dovuti in paghe arretrate ben 5 milioni di dollari, scoppiava in aperta rivolta: nella primavera del 1783 un minaccioso ultimatum al Congresso sotto il nome di «Indirizzo e memoriale degli officiali» veniva redatto nel quartier generale di Newburgh e nel giugno un pugno di truppe della Pennsylvania si presentava a baionette in canna al Congresso, intimando all'assemblea di appagare le loro richieste nel termine di venti minuti. Se l'esercito si sciolse alla fine quietamente con la paga di soli tre mesi e fatta per di più in certificati deprezzati per nove decimi, ciò si dovette quasi unicamente all'influenza del Washington. L'Inghilterra si lagnava dell'insufficiente esecuzione dei patti della pace e minacciava rappresaglie, danneggiando intanto in tutti i modi il traffico americano, cui venivano chiuse quelle Indie Occidentali inglesi, il commercio con le quali era stato sempre la fonte principale della ricchezza delle colonie, aizzando gl'indiani contro i coloni, e differendo lo sgombro delle piazze occidentali a tempo indeterminato senza che il Congresso potesse far altro che protestare. L'entusiasmo dei primi giorni era andato scemando cogli anni ed il particolarismo radicato negli animi aveva ripreso il sopravvento sull'effimero patriottismo nazionale. I governi dei singoli Stati nella loro meschina gelosia, lungi dall'aiutar il Congresso ad attivare i provvedimenti più necessari, lo inceppavano in tutti i modi possibili. Dove poi si facevano sentire più rovinosi gli effetti gli questa impotenza del Congresso, era nel campo commerciale. La mancanza in esso d'uniformità danneggiava non solo il paese nel suo complesso, giacchè il Congresso non poteva negoziare trattati validi di commercio coll'estero, finchè ogni Stato poteva a suo beneplacito imporre dazi e stabilire tariffe, ma anche gli Stati presi paratamente, potendo uno di essi far pagare ad un altro i diritti doganali, ch'esso esigeva: se la Pennsylvania ed il New York ad esempio avessero imposto dei dazi su manufatti stranieri, questi sarebbero stati pagati in realtà dalle popolazioni del New Jersey e del Connecticut una volta che fossero stati quivi importati; così per la stessa ragione la N. Carolina diventava una tributaria coatta della S. Carolina e della Virginia, come alcune parti del Connecticut e del Massachusetts tributarie del Rhode Island. Era un nuovo fomite di discordia che veniva ad aggiungersi a quello strascico di odii e di vendette rimasto nei paesi, del mezzogiorno in ispecie, dove pel grande numero di sudditi schieratisi coi regi la lotta per l'indipendenza aveva assunto il carattere d'una vera lotta civile.
Più misere ancora delle condizioni politiche e morali erano poi quelle economiche, spaventosamente depresse. Il paese era inondato di carta nazionale e di Stato pressochè senza valore, la moneta metallica era rarissima, gli affari stagnanti, il numero dei debitori insolventi ogni giorno maggiore, piene di essi le prigioni. Qua e là s'alzavano voci minacciose a chiedere leggi, che annullassero i debiti pubblici e privati ed attuassero una nuova distribuzione della proprietà: nel Massachusetts si metteva alla testa dei malcontenti, quivi più che altrove numerosi per l'esaurimento generale dello Stato, un ex-capitano dell'esercito continentale, Daniel Shays, sotto il quale turbe di facinorosi impedivano colla violenza il funzionamento delle corti di giustizia e tentavano perfino di impadronirsi del potere finchè non venivano vinte e disperse con le armi dal governo. Di tante calamità pubbliche e private approfittava nei singoli stati un branco di avventurieri senza coscienza, che una volta riusciti a dominare nelle legislature ne diventavano i tiranni, obbligandole nel proprio interesse a deliberazioni rovinose per la generalità del popolo.
Di questa deplorevole situazione però la colpa più che negli individui stava nelle cose stesse: la società anglo-americana passata bruscamente dal vecchio regime, che nel campo economico regolava con norme ben fisse commercio e produzione ed in quello politico contrapponeva alle singole colonie una autorità distinta e ad esse superiore, al nuovo, che lasciava i singoli Stati arbitri della loro vita economica e politica, esaurita dalla lunga lotta sostenuta ed afflitta dal suo immancabile strascico di rovine materiali e morali, di disastri finanziari e di impulsi criminosi e violenti, non trovava in una coscienza nazionale, ancora di là da venire, la forza di coesione necessaria alla sua vita interna ed esterna. La sua compagine s'era sfasciata, come colpita da paralisi: caduti gli argini, che ne avevano regolato il corso nel periodo coloniale, quel limpido fiume s'era disperso in mille rigagnoli limacciosi, incapaci nella loro povertà di muovere la grande ruota della vita. «L'estero vede e tocca con mano, scriveva a tale proposito il Washington in quei giorni, che l'Unione o i singoli Stati sono sovrani, come appunto meglio conviene ai fini loro; in una parola che oggi siamo una e domani tredici nazioni. Chi vorrà, in tale stato di cose, trattare con noi?»
La vecchia Confederazione, succeduta al dominio inglese, aveva fatto bancarotta: era necessario sostituirla con qualche cosa di più saldo, se non si voleva che la nuova società smunta, discorde, impotente ritornasse sotto il giogo straniero o trovasse nel dispotismo cesareo la tomba della sua neonata libertà. Che rappresentava infatti la vecchia Confederazione, fondata sugli articoli formulati dal Dickinson di Pennsylvania e adottati dal Congresso continentale nel novembre 1777, se non la dissoluzione ufficiale della compagine politica del paese? La Confederazione legava insieme gli Stati in una «salda lega d'amicizia» per la difesa ed il benessere comune, e questa «unione» doveva esser perpetua: ogni Stato riteneva la sua «sovranità» e «indipendenza» come pure ogni potere non «espressamente delegato» al governo centrale; gli abitanti d'ogni Stato avevano diritto a tutti i privilegi di cittadini nei diversi Stati; i prigionieri fuggitivi da uno Stato ad un altro dovevano esser restituiti; il Congresso era composto di delegati scelti annualmente, venendo ogni Stato rappresentato da non meno di due e non più di sette delegati ma avendo un sol voto: tassazione e regolamentazione del commercio erano riservati ai governi di Stato; mentre il Congresso solo poteva dichiarare guerra o pace, far trattati, batter moneta, stabilire uffici postali, trattare cogl'indiani fuori dei limiti degli Stati, dirigere le forze di terra e di mare e nominarne i capi-supremi, erigere corti pei processi di fellonia o di pirateria in alto mare e nominare giudici per dirimere le contese fra gli Stati, fare infine il preventivo delle spese nazionali ed esigere da ogni Stato la sua quota parte: per emendare tali articoli era richiesto il voto di tutti i 13 Stati; per misure meno importanti, come quelle attinenti alla pace od alla guerra, alla moneta, ai prestiti, ecc., era necessario il voto di 9 Stati; per altre ancora bastava la maggioranza: un comitato, composto di un delegato per ogni Stato, sedeva durante la chiusura delle legislature per esercitare il suo controllo sugli affari nazionali. A prescindere da altri minori, tre in ispecie erano i difetti essenziali di tale Confederazione: il Congresso non poteva dar forza alla sua volontà, non poteva raccogliere un'entrata, non poteva regolare il commercio; esso non poteva toccare gli individui ma doveva agire col mezzo dei governi di Stato, senza avere alcun potere di coercizione su di essi.
Ora se tale Confederazione, agitando davanti alla mente dei coloni un'immagine sbiadita di governo nazionale ed abbattendo le barriere fra Stato e Stato mediante i suoi provvedimenti per l'estradizione dei criminali e la sua cittadinanza interstatuale, aveva in realtà spianato la via ad un'unione più perfetta, di questa appariva ed era in sè la negazione completa. Nè di ciò si sarebbe lagnata quella società, nonostante l'anarchia e la debolezza generale che ne derivavano, tanto era forte il sentimento d'indipendenza assoluta dei singoli Stati e debole per non dire inesistente quello nazionale; se il danno economico più tangibile d'ogni altro non avesse disposto gli animi a mutamenti radicali. L'idea di riforma che incontrava maggior favore, la sola anzi che avesse sin dalle prime qualche probabilità di realizzarsi, era quella di dare al Congresso il potere addizionale di regolare il commercio. Eppure anche questa proposta così moderata aveva tanti nemici, in ispecie nel Sud il quale si temeva sacrificato dal Nord, qualora trionfasse, che solo dopo esser stata posta sul tappeto da uno Stato meridionale, la Virginia, nell'ottobre del 1785, cominciò a dissipare le diffidenze ed infrangere le ostilità accumulantisi da ogni parte su essa: ne era stato paladino in seno alla legislatura di quello stato James Madison, il quale incominciava così quell'opera indefessa a favore d'un più forte governo centrale, che doveva meritargli il titolo di «padre della costituzione». La proposta però veniva così mutilata dalla legislatura, che lo stesso Madison ed i suoi amici votavano contro.
In quell'anno stesso nondimeno una commissione di rappresentanti della Virginia e del Maryland, tra i quali il Madison, radunatasi per una delimitazione di confini sul Potomac e sulla baia di Chesapeake, trascendendo le istruzioni ricevute, aveva raccomandato ai due Stati un'unione monetaria e commerciale, ed il suo rapporto era stato approvato dalla legislatura del Maryland, la quale vi aveva aggiunto la proposta che il Delaware e la Pennsylvania fossero pur essi invitati a partecipare a tale sistema ed a mandare commissari. Venuto il rapporto della commissione insieme coll'operato del Maryland davanti alla legislatura della Virginia, il Madison prendeva la sua gloriosa rivincita, presentando una mozione che invitava tutti gli Stati a mandare loro commissari a quel fine e la mozione passava a grande maggioranza. Frutto di essa era la convenzione di Annapolis del 1786, alla quale aderivano nove Stati per quanto cinque soli, New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware e Virginia, mandassero loro rappresentanti: essa dopo matura deliberazione, avvisando cosa inconsulta procedere all'opera in numero così limitato, si scioglieva, facendo voti per un'ulteriore convocazione dei commissari di tutti gli Stati in una convenzione generale che «doveva radunarsi in Filadelfia il secondo lunedì del futuro mese di maggio per esaminare la situazione degli Stati Uniti ed escogitare quei provvedimenti che sembrassero ad essi (commissari) indispensabili per far corrispondere la costituzione del governo federale ai bisogni dell'Unione». Ne nasceva così quella convenzione federale di Filadelfia del 1787, dalla quale doveva dipendere il consolidamento o la rovina dell'Unione.
La coscienza di ciò era così viva, che lo stesso Washington, l'eroe intemerato della guerra d'indipendenza, il quale deponendo la spada aveva abdicato alla vita pubblica dopo essersi fatto rimborsare dal Congresso le sole spese sostenute, rimaneva esitante se doveva o no accettare per tale convenzione quel mandato, di cui gli uni lo scongiuravano gli altri lo dissuadevano.
§ 2. La convenzione di Filadelfia ed i suoi dibattiti politici, economici e sociali. Dal maggio al settembre del 1787 Philadelphia, il cuore del paese, vide riunito il fior fiore di quella società. Erano stati eletti alla convenzione 65 delegati ma non vi parteciparono in realtà che 55: v'erano rappresentati tutti gli Stati, meno il Rhode Island, e vi si trovavano, se ne eccettui John Adams e Jefferson ambedue all'estero in quell'epoca, Samuele Adams non favorevole alla convenzione, John Jay e Patrick Henry, tutte le personalità più eminenti della politica della guerra della cultura, primi fra tutti Giorgio Washington di Virginia, presidente dell'assemblea, e Beniamino Franklin di Pennsylvania allora di 81 anni, il membro più vecchio di essa, Roberto Morris pure di Pennsylvania, il finanziere della rivoluzione, Alessandro Hamilton di New York, Giacomo Madison di Virginia, Giovanni Dickinson del Delaware, Carlo Pinckney della Carolina Meridionale, Rufus King del Massachusetts: dei suoi membri 8 avevano firmato la grande Dichiarazione, 6 gli articoli della Confederazione, 7 l'appello di Annapolis del 1786; una mezza dozzina erano stati generali della Rivoluzione, 5 erano stati od erano ancora governatori dei loro rispettivi Stati, 40 su 55 avevano appartenuto al Congresso. La saggezza politica di quest'assemblea fu la salute dell'Unione: senza di essa sarebbe stato vano sperare che rappresentanti di collettività gelose ciascuna della propria indipendenza, diverse ed antagonistiche per forme economiche e sociali, avessero trovato una formula politica, nella quale conciliare pel bene comune gli opposti e cozzanti interessi. L'idea soltanto di introdurre un nuovo ordinamento statale su basi nazionali riusciva così ostica, che la discussione in proposito, fatta prima d'ogni altra nel seno di questa costituente, finiva dopo una lotta brevissima coll'uscita di due su tre delegati del New York, il Lasing ed il Jates, i quali, interpreti in ciò non della loro regione soltanto, dichiaravano che «il loro Stato non avrebbe mai inviato delegati, se gli elettori avessero presentito che si sarebbero orditi disegni simili».
Il compromesso, fondato su concessioni reciproche, diventava in tale stato di cose l'unica soluzione possibile e ad esso si ricorse con maggiore o minore abnegazione in tutte le questioni più vitali, dopo burrasche che minacciarono di far naufragare l'intero progetto: compromesso fra coloro che volevano un forte potere centrale, i così detti federalisti, e coloro che volevano mantenuta integralmente la sovranità dei singoli Stati, gli antifederalisti; compromesso fra partigiani del libero scambio, interpreti degli interessi di alcuni Stati, e partigiani del protezionismo, interpreti degli interessi di altri; compromesso infine e sopratutto fra difensori ed oppositori della schiavitù. Fu questo appunto il soggetto delle maggiori discussioni, giacchè per la molteplicità degli interessi politici materiali e morali, in essa coinvolti, la questione della schiavitù dei negri si presentava fin dall'alba dell'Unione come la più urgente delle questioni nazionali.
Durante il periodo coloniale la schiavitù dei negri era stata introdotta legalmente in tutte le colonie; ma le diversità di condizioni climatiche e territoriali, di prodotti e colture agricole, di indirizzo economico, di origine infine e di carattere fra esse avevano fatto sì che lo sviluppo di tale istituto insieme con quello della popolazione negra fosse stato affatto diverso nelle varie parti del paese: così all'epoca della Rivoluzione, mentre la schiavitù negra per ragioni più materiali che morali era pressochè agonizzante nel Nord, dove il New Hampshire ad esempio aveva 330 liberi per ogni schiavo, essa si manteneva ancora fiorente nel centro, e formava poi addirittura la base sociale del Sud, dove nella Virginia ad esempio il rapporto fra liberi e schiavi arrivava quasi al 100 per 100. Fino allora però la questione della schiavitù era stata una questione semplicemente locale: se ne eccettui quell'opposizione generale alla tratta, che mirando a danneggiare il commercio inglese era una forma di opposizione politica tutt'altro che indifferente contro la madrepatria, ogni colonia s'era diportata verso la schiavitù nel modo più conforme ai suoi interessi materiali ed alle sue aspirazioni ideali. Ma quando l'ostilità contro l'Inghilterra divenne aperta ribellione, la schiavitù negra e la tratta, dalla prima ancora indissolubile, si presentavano agli Americani sotto un nuovo aspetto ancor meno desiderabile. La schiavitù viveva legalmente in tutte le colonie: quale doveva essere dunque il loro atteggiamento di fronte alla popolazione negra, mentre imperversava la lotta contro l'Inglese oppressore? Giacchè bisogna pensare che su una popolazione bianca poco superiore ai 2 milioni v'erano in quell'epoca più di 500.000 schiavi, i quali in certi luoghi, come s'è detto, costituivano quasi la metà degli abitanti; se l'Inghilterra dunque fosse riuscita ad eccitare una rivolta generale dei negri, schiavi o no, contro i bianchi, la causa della libertà avrebbe per le colonie inevitabilmente naufragato; mentre gli insorti Americani avrebbero trovato nei negri un vantaggio non indifferente, se avessero potuto averli dalla loro od almeno neutrali.