L'Unione americana contava allora una popolazione di 3.929.414 abitanti. Il 95% di essa abitava ancora quella striscia di terra larga in media un 255 miglia e lunga dai 14 ai 15 gradi, che si estende fra l'Oceano e gli Allegani, dal Maine alla Florida, ed in cui vivono oggi pur senza accalcarsi soverchiamente un 25 milioni d'abitanti. Rara perciò quanto mai la popolazione nelle stesse sedi più antiche, se ne eccettui la costa del Massachusetts, la parte meridionale della Nuova Inghilterra e le vicinanze di New York, i punti più densamente abitati: gli otto noni a dir poco del suolo della Virginia, che pur era la più popolata delle colonie meridionali, erano inoccupati; il New York settentrionale ancora pressochè deserto, faceva parte di quello che allora si chiamava il Far West. Oltre i monti poi, nelle nuove sedi, solo degli arditi pionieri sparsi qua e là nella Virginia occidentale, sul lago Ontario e presso le riviere ed i laghi suoi tributari; degli avamposti, come Detroit, Vincennes, Green River ed altri, nel territorio di Nord-ovest; dei nuclei più solidi di colonizzazione nel Kentucky settentrionale lungo l'Ohio e nel Tennessee lungo la vallata del Cumberland, in tutto meno di 200.000 abitanti, avanguardia più che altro di quella fiumana che allora soltanto cominciava a riversarsi sull'occidente per le quattro strade del Mohawk ed Ontario, del Potomac superiore, della Virginia sud-occidentale e della Georgia occidentale.

La vita era ancora dappertutto essenzialmente rurale: salvo i pochi porti, dove il commercio era fiorente, salvo pochi centri urbani, fra cui Boston, New York, Philadelphia, Baltimora e Charleston soltanto oltrepassavano i 10.000 abitanti, la popolazione nella sua quasi totalità (il 96% ancora al 1800) viveva dispersa per la campagna, ed il nerbo di essa era dato nel Nord da una classe di agricoltori, che coltivava con le proprie mani il piccolo farm, nel Sud da una classe di latifondisti che coltivavano coll'opera degli schiavi le vaste tenute. La vita industriale del paese era rappresentata in gran parte dalla manifattura domestica: chè l'industria vera e propria, se ne togli quella navale in alcuni punti della costa, era ancora in sul nascere, impedita fino allora dalla poca densità della popolazione e dalla poca accumulazione di capitale più ancora che dal monopolio industriale e commerciale dell'antica metropoli. Solo allora il lavoro incominciava gradualmente a cangiare la sua forma, passando da un complesso di operazioni manuali isolate ad un sistema di lavoro organizzato, condotto mediante imprese regolari, con vasti capitali, col sussidio delle nuove macchine inventate in Europa; tanto che ancora nel 1810 alla manifattura domestica spettavano oltre i 2⁄3 delle stesse vesti e dell'intovagliato consumati agli Stati Uniti, quantunque già dal 1786 degli artigiani scozzesi abbiano cominciato a costruire a Bridgewater, Mass. le prime macchine da filare sul modello di quella d'Arkwright, e dal 1790 l'operaio inglese Samuel Slater detto «il padre delle manifatture americane» abbia fondato a Pawtuchet, R. I. una grande officina per fabbricarvi tutte le macchine imparate a fabbricare in Inghilterra. Anche le comunicazioni erano ancora difficili, chè la stessa navigazione fluviale a vapore, quest'anticipazione della strada ferrata in un paese solcato da una rete naturale di fiumi e di laghi, non esisteva può dirsi nella pratica prima degli ardimenti del Fulton sull'Hudson nel 1807 e sul Mississippi nel 1811, nonostante i tentativi ripetuti qua e là dal 1763 in poi da William Herny, da John Fitch, da Oliver Evans, dal Rumsey ed altri.

Nulla insomma era venuto ancora a modificare profondamente nel campo materiale la vita americana dell'epoca precedente, come nulla era venuto a sconvolgerla in quello morale ed intellettuale: gli effetti perturbatori della Rivoluzione non hanno ancora avuto il tempo di svolgersi; l'immigrazione europea è tuttora così scarsa (10.000 immigranti nel 1790, 4000 soltanto nel 1804 e 1805), che il vecchio elemento coloniale lungi dall'esserne modificato radicalmente, la assorbe senza quasi accorgersene. Usi, costumi, idee sono su per giù quelli dell'età coloniale. Certo in New York, fino al 1790, e poi in Filadelfia, capitali provvisorie prima del trasporto del governo nella neonata Washington, avvenuto nel giugno 1800, si svolge una vita sociale straordinariamente vivace, che nell'entourage del presidente e nell'ambiente governativo in ispecie assume per dir così un aspetto nazionale; ma la società americana continua a svilupparsi separatamente e con caratteri distinti nelle varie sedi della colonizzazione, nella democratica Nuova Inghilterra dalla semplice vita e dall'alto livello intellettuale e morale delle popolazioni, nelle grosse colonie centrali dedite al commercio e dalla tinta cosmopolita, nel Sud aristocratico e feudale dai vivi contrasti fra la gaia vita della sua classe dominante dove più dove meno raffinata e quella dolorante dei suoi schiavi; mentre l'elemento più ardito di queste vecchie sedi, il pioniere imbevuto di solito dell'idea yankee, va a spianare alla futura immigrazione europea la via del lontano Occidente, dove presto andranno sorgendo come per incanto nuove città, si apriranno nuove strade commerciali, si organizzeranno territori, si getteranno insomma le basi d'un nuovo raggruppamento di Stati, diverso da ciascuno di quelli del territorio orientale. Sono tante società distinte, diverse, talora addirittura antagonistiche, al punto da non escludere perfino eventuali conflitti terribili fra loro, non v'è ancora la nazione; chè per la diversità delle origini e l'isolamento dello sviluppo, per la mancanza cioè di una storia comune, manca pure quel sentimento di solidarietà ereditaria, che lega fra loro i membri d'una stessa generazione nella comunanza dei ricordi, dei trionfi, dei dolori dei padri: mentre da parte della popolazione dispersa su vastissimo territorio, priva di quei veri e propri laboratori di civismo che sono le grandi agglomerazioni urbane, dotata sopratutto di quella mobilità estrema di espansione, cui la invita una terra libera praticamente illimitata, non è ancora cominciato se non in qualche focolare isolato quel moto di riflessione e concentrazione in se stessa, di cui un forte sentimento di nazionalità è il risultato immancabile ed il compendio più fedele.

Questa società, che finora s'è limitata a vivere, lottando oscuramente e moltiplicandosi nel silenzio sotto l'altrui dominazione, fatta arbitra del proprio destino e dalla raggiunta maturità ad una vita statale indipendente e dalla virtù dei suoi figli, tutti uomini nuovi, anch'essi senza passato come il popolo da cui uscivano, entra nell'arringo della civiltà e della vita internazionale con una prospettiva ben diversa da quella delle vecchie genti d'Asia e d'Europa.

Davanti a sè su tutto un continente nient'altro che alcune popolazioni selvaggie in ritirata ed in via di scomparire, alcune colonie spagnuole lasciate in deplorevole abbandono, che estendono su territori ben più vasti le loro pretese ma non hanno la forza di farle valere, un dominio inglese infine di recente acquisto che ha tutto l'interesse di vivere in pace coi potenti vicini: alle sue spalle più d'un migliaio di leghe, che la separano dalle nazioni potenti e prepotenti del vecchio mondo. Essa è dispensata pertanto dal tenersi in istato di difesa contro eventuali o, peggio ancora, probabili aggressioni; mentre l'immensità delle terre messe dalla natura a sua disposizione la dispensano da cupide brame di rapina, sorgenti di torbida gloria militare.

In luogo d'una visione di campi devastati, di città incendiate, di turbolenti dominazioni, in luogo di quel sogno di sangue e di fumo, ch'è retaggio ed incubo del vecchio mondo, la nuova società vede disegnarsi l'attività futura dei suoi figli su un fondo sereno di pace e di progresso, su quell'immenso territorio vacante, il quale non aspetta se non la mano dell'uomo civile per dare le ricchezze inesauribili che cela nel seno. Occupare questo territorio, dissodarlo, utilizzarlo, ecco l'appello che la voce stessa delle cose rivolge alla nuova sociètà, ecco il compito ch'essa si vede assegnato, compito semplicissimo e modestissimo nella sua forma esteriore ma grandioso nella sostanza oltrecchè pei risultati per la colossità dell'impresa: la colonizzazione interna accelerata dall'emigrazione europea diverrà così la forma naturale d'espansione della società anglo-americana; lo sfruttamento di questo enorme capitale fondiario diventerà il fine nazionale per eccellenza di essa, darà l'impronta al suo carattere, ne costituirà la forza nel mondo, ne darà i vizi ed i pregi, l'utilitarismo gretto e feroce come lo slancio industriale e civile; il presentimento ed il vaticinio dell'avvenire terrà luogo nell'anima collettiva del popolo di quel sentimento di patria, che non può salir su dai profondi ipogei della storia, dando a lui la stessa ebbrezza nazionale che l'antico dominatore del mondo sentiva nel ripetersi civis romanus.

La repubblica americana potrà quindi rimanere ancora per secoli quello, che era prima dell'indipendenza, una società cioè anzitutto e sopratutto economica, politica solo in via secondaria ed in quanto i vincoli statali e giuridici sono necessari al raggiungimento degli stessi fini economici: questi soltanto forniranno la chiave di volta delle sue istituzioni, come ne spiegheranno i pregiudizi e le idee, i pregi e i difetti, donde la lucidità meravigliosa della storia e della psiche americana, simile a massa d'acqua che nella sua limpidezza lasci scorgere il fondo roccioso, da cui zampilla.

Una società di tal fatta, per nulla guerresca, appena politica, essenzialmente economica, senza avanzi di famiglie regie, di caste sacerdotali militari od aristocratiche, senza alcun elemento insomma monarchico od aristocratico da svolgere ed elaborare, nonchè abbandonare svilupperà anzi fino alle ultime sue conseguenze col carattere elettivo di quasi tutte le cariche, con la brevità dei termini di esse, colla rotazione negli uffici, quella forma di democrazia egalitaria, che radicata nel passato sino al punto da divenire seconda natura trova nella legge generale e locale del paese la sanzione e l'usbergo. Libertà sarà quindi la base della nuova convivenza politica, uguaglianza la base della nuova convivenza sociale.

Frutto però dell'assenza assai più che dell'intervento del potere politico nella vita dell'individuo e della società, fatto naturale anzichè rivendicazione di un principio di giustizia, questa uguaglianza sarà ben lungi dal significare livellamento generale di condizioni: essa sarà semplicemente uguaglianza legale, assenza completa cioè di disuguaglianze legali. Lungi pertanto dall'impedire o semplicemente dall'attenuare le disuguaglianze economiche, che all'origine sono frutto della vittoria nella lotta per la vita, questa democrazia egalitaria, la quale obbedisce anzitutto e sovratutto alle esigenze di quell'attività economica che è la sua prima e massima funzione, lascerà anzi libero il freno alla caccia della ricchezza, alla formazione delle fortune più colossali, di nulla curandosi più nelle istituzioni come nelle opinioni che di offrire ai combattenti una parità legalmente almeno assoluta di condizioni, agli individui un campo il più possibile livellato nella lotta per la vita. E gli individui alla lor volta, sapendo di non dover attendere nulla dalla società ma sicuri d'altra parte di non trovare nelle sue leggi o nei suoi pregiudizi alcun ostacolo all'estrinsecarsi di tutte le loro energie, sentiranno come raddoppiato l'innato vigore, donde quell'individualismo potente, quell'esaltazione della propria personalità e della propria razza, quello spirito energico di iniziativa che diventeranno caratteristiche del popolo americano, del popolo che il più superbo e cosciente dei suoi bardi, Walte Whitman, chiamerà senz'ombra di iattanza «democrazia di atleti». Il fine supremo di questi atleti non sarà d'altra parte diverso da quello della società loro, vale a dire la ricchezza.

In una società profondamente livellatrice, egalitaria sino alla monotonia, antigerarchica per eccellenza, dove un uomo ne vale un altro, qualunque ne sia la nascita l'educazione l'ingegno il posto sociale o politico, dove perciò bandita ogni altra superiorità personale e tanto più trasmissibile non ne rimane che una, personale e trasmissibile, la ricchezza, questa diventerà il fine supremo di quanti mirano ad eccellere. La società americana così, sorta per un fine essenzialmente economico, elaborerà col seme più scelto delle vecchie stirpi europee ringiovanite come nuovo Anteo al contatto della vergine terra, una razza quanto mai atta a produrre la ricchezza, innalzerà sulla sua base territoriale superiore nel complesso a quella d'ogni altro popolo l'edificio economico e per riflesso politico e civile più superbo, che la storia umana abbia ancora veduto.