[19]. Sulla Costituzione federale, di cui in appendice diamo il testo, vedi sovratutto il cap. VIII della parte I dell'opera classica di Alessio di Tocqueville (La Democrazia in America; trad. ital. in Biblioteca di scienze politiche, vol. I, Parte II, Torino, Unione Tipografico-editrice, 1884); il volume II dell'opera pure classica del Bryce (The American Commonwealth, London 1888), riassunto nell'ottima recensione analitica del Villari (La Costituzione degli Stati Uniti d'America, in Saggi storici e critici — Bologna, 1890); gli scritti speciali dello Sterne (Storia Costituzionale e sviluppo politico degli Stati Uniti), del Davis (Sviluppo dei rapporti fra i tre poteri dello Stato nelle Costituzioni americane), del Boutmy (Le origini e lo sviluppo della Costituzione degli Stati Uniti d'America), del Sumner Maine (La Costituzione federale degli Stati Uniti d'America), del Cooley (Principi generali di Diritto Costituzionale negli Stati Uniti d'America) raccolti tutti sotto veste italiana nella Biblioteca di Scienze politiche, del Brunialti, vol. VI, parte I; la monografia del Palma (Costituzioni moderne — Gli Stati Uniti d'America [Nuova Antologia, set.-nov., 1880]).
[20]. La Costituzione di Stato è pel singolo Stato quello che la Costituzione federale per l'intera Unione, la legge cioè fondamentale generale decretata direttamente dal popolo d'ogni Stato e revocabile o modificabile solo per opera del popolo, non già dei corpi rappresentativi dello Stato, le cui deliberazioni o leggi hanno valore solo finchè siano compatibili con la Costituzione dello Stato. Queste Costituzioni di Stato sono così i monumenti politici più antichi del paese, giacchè non sono che la continuazione cronologica e logica delle carte, privilegi, patenti, statuti, ecc., su cui si basavano i governi coloniali anteriormente alla Rivoluzione. Nell'evoluzione dei governi di Stato, quali emanano da queste Costituzioni, si possono distinguere tre periodi. Il primo abbraccia circa un trentennio, dal 1776 al 1802, e contiene le prime Costituzioni dei 13 Stati originari e quelle degli Stati di Kentucky, Vermont, Tennessee ed Ohio, costituzioni nelle quali, mentre si manifesta chiara la maggiore diffidenza verso il potere esecutivo e militare, si lasciano amplissimi poteri all'Assemblea, fatta, a dir così, procuratore generale del popolo da essa rappresentato: «l'esperienza prova, diceva il Madison nella Convenzione di Filadelfia del 1787, che vi ha nei nostri Governi la tendenza di gettare tutti i poteri nel vortice del potere legislativo. I poteri esecutivi degli Stati sono più che altro vane parvenze. L'Assemblea legislativa è onnipotente». Il secondo periodo, che abbraccia la prima metà circa del sec. XIX fino al giorno cioè in cui l'intensità della lotta pro e contro la schiavitù interruppe lo svolgimento progressivo dell'Unione, è contrassegnato da una generale democratizzazione di tutte le istituzioni, dovuta oltrecchè allo sviluppo naturale dei primi germi all'influenza delle idee repubblicane di Francia, influenza che venne meno solo dopo il 1815 e cessò affatto con la metà del secolo: è questo il periodo in cui comincia a prender fondamento e ad applicarsi il principio che gli istituti politici e giuridici debbono esser opera diretta anzichè indiretta del popolo sovrano. Questo concetto trionfa sempre più nel terzo periodo, che comincia circa al tempo della guerra civile, periodo però nel quale accanto a questa maggior efficacia della sovranità popolare esercitantesi direttamente a danno bene spesso dell'Assemblea legislativa, cui vengono tolti molti poteri per darli al popolo, si fa viva la tendenza a rafforzare i poteri esecutivo e giudiziario.
I tipi poi, cui possono ridursi questi governi di Stato nel corso del sec. XIX, sono tre: il vecchio tipo coloniale (Nuova Inghilterra ed antichi Stati centrali), il tipo degli Stati meridionali o già a schiavi (nel quale è evidente la influenza della prima Costituzione virginiana) ed il tipo degli Stati nuovi od occidentali. Dopo la guerra di Secessione però e l'abolizione della schiavitù con la conseguente trasformazione radicale del Sud nel campo politico non meno che in quello economico-sociale, gli Stati meridionali si diedero in generale nuove Costituzioni non molto diverse da quelle degli Stati nuovi del Nord-Ovest e Pacifico; cosicchè i tipi si ridussero a due, quello dei vecchi Stati dal potere esecutivo generalmente più forte, dalle costituzioni meno particolareggiate e quindi meno bisognose di mutamenti, e quello degli Stati nuovi o rinnovati dai poteri popolari più ampli, dalle costituzioni più lunghe, più particolareggiate, più ricche di materia, più soggette sopratutto e per lo stesso loro carattere minuzioso e per la mobilità e le trasformazioni economico-sociali molto più rapide nelle nuove che nelle vecchie sedi a continui mutamenti.
Su queste Costituzioni di Stato vedi in particolare il II volume del Bryce: The American Commonwealth (London, 1888). Quanto al testo di esse, la miglior raccolta per il tempo fino cui arriva è quella pubblicata per incarico del Congresso americano da Ben. Perley Poore, col titolo Federal and State Constitutions (Washington 1878) in 2 volumi. Anche in Italia furono pubblicate parecchie di queste Costituzioni di Stato nel vol. II della Raccolta di Costituzioni (Torino, 1848). Un ottimo cenno complessivo su esse seguito dal testo di alcune trovasi nel vol. VI, parte I, della Biblioteca di Scienze politiche del Brunialti, col titolo «Le Costituzioni degli Stati Uniti d'America — Testi e commenti» (p. 959-1242, Unione Tipografico-editrice Torinese).
Lineamenti e tendenze della società anglo-americana all'inizio della vita nazionale.
Il 29 maggio 1790, giorno in cui Rhode Island entrava, completandola, nell'Unione, costituisce una data memoranda nella storia americana: benchè il periodo coloniale cessi colla Dichiarazione d'indipendenza del 4 luglio 1776 od, a più stretto rigore, con la pace di Parigi del 3 settembre 1783; per chi guardi la sostanza più che la forma, col 1790 soltanto cessa in tutto il paese la vita coloniale ed incomincia quella nazionale della società anglo-americana. Paragonabile al valico di alpestre catena, cui mettono capo i mille sentieri che salgono su dalle valli e da cui si dipartono i mille altri dell'opposto versante, è questo il punto critico, cui fa capo tutta la storia passata, e da cui sulla trama distesa dall'epoca precedente comincia a svolgersi quella futura.
Non abitata da popoli vetusti per civiltà da spogliare, priva in apparenza di metalli nobili, non coperta di piante preziose, la parte settentrionale dell'America, a differenza di quella centrale e meridionale, era stata lasciata quasi in disparte nella prima ricerca affannosa dei popoli colonizzatori dell'Occidente: se ne eccettui gli Spagnuoli, che vi avevano posto stabile piede all'estremo Sud, nella Florida, nessun altro popolo aveva fondato in esso stabilimenti duraturi nel secolo XVI. La vera colonizzazione del continente nord-americano incomincia nel secolo XVII: la iniziano con successo i Francesi nella vallata del S. Lorenzo e sulla costa atlantica gli Inglesi nella Nuova Inghilterra e nella Virginia, centri originari di colonizzazione tra cui s'incuneano Olandesi e Svedesi. Troppo pochi per contrastare l'espansione neerlandese, questi ultimi vengono ben presto assorbiti dagli Olandesi, i quali alla loro volta inferiori per numero e per energia, sopratutto per istituzioni, più atte ad ostacolare che a favorire la colonizzazione, a quel vigoroso elemento inglese, che li serra come in una morsa da nord a sud, terminano coll'essere vinti ed assorbiti da questo. La colonizzazione inglese si diffonde così rigogliosa per quanto lenta su tutta la costa atlantica, costretta dal suo carattere essenzialmente agricolo a spezzare col ferro e col piombo la resistenza degli Indiani spogliati delle loro terre. Nel secolo XVIII, occupato ormai il territorio fra l'Atlantico e gli Allegani, i coloni inglesi s'apprestano a valicare questa catena per entrare nel cuore del continente; ma vi trovano un ostacolo insormontabile in quei Francesi, che nel frattempo, oltrepassati i Grandi Laghi canadesi, si erano spinti sino al golfo del Messico, ed, in grado per il carattere esclusivamente commerciale della loro colonizzazione di accarezzare anzichè distruggere la razza indigena, avevano potuto col favore di questa estendere il loro controllo militare e politico su tutto il bacino del Mississippi.
Nella lotta per la terra, che necessariamente ne consegue, la colonizzazione di razza degli Inglesi, sorretta efficacemente dalla madrepatria, finisce col prevalere su quella ecclesiastico-feudale dei Francesi, il cui impero nord-americano cade tutto in mano dell'Inghilterra, se ne eccettui le foci del Mississippi, passate alla Spagna. Signora di così vasto dominio, la Gran Bretagna vorrebbe ridurlo tutto quanto sotto il suo impero assoluto; ma se non trova in ciò difficoltà alcuna nel Canadà, nato e cresciuto sotto il dispotismo accentratore della Francia, vede sollevarsi le sue antiche colonie, le quali, sfruttate sino allora nel campo economico ma rispettate fino ad un certo punto nelle loro autonomie locali e nelle loro libertà politiche, approfittano dell'occasione favorevole, offerta loro ciecamente dalla madrepatria, per rivendicare quell'indipendenza cui le aveva rese mature lo sviluppo prodigioso della vita economica e sociale.
Al termine dell'epica lotta l'Inghilterra non conserva più del Nord-America che la parte posta a settentrione dei Grandi Laghi, vale a dire il Canadà; mentre il resto del continente, diviso fra gli Anglo-Americani, che si estendono dal Maine alla Georgia e dall'Atlantico al Mississippi, e gli Spagnuoli, che occupano con la Florida la costa del Golfo del Messico ed avanzano le loro pretese sulle terre d'oltre Mississippi, rimane aperto alla colonizzazione interna dei primi, troppo superiori materialmente e socialmente agli Spagnuoli ed ai Francesi, che per qualche anno sostituiranno i primi nella Luigiana, per non soppiantare gli uni e gli altri entro pochi decenni in tutto l'immenso territorio, parco di caccia, violabile a piacimento, d'un pugno d'indiani.
Le tredici colonie inglesi non si sono unite insieme però se non per resistere con più successo al comune nemico; cosicchè, acquistata l'indipendenza, il particolarismo frutto necessario d'una storia secolare torna a prevalere nella forma più cruda, minacciando di travolgere l'opera della Rivoluzione. La nuova costituzione federale, la quale mentre assicura ai singoli Stati quella completa autonomia, ch'era sacro retaggio delle vecchie colonie, permette loro di costituire una sola nazione, arresta il dissolvimento palese della nuova società e le garantisce nella forma politica federale, l'unica capace di tener insieme nonchè le vecchie colonie troppo gelose della propria indipendenza le decine e decine di Stati che sarebbero sorti accanto ad esse in mezzo un continente, lo svolgimento di quelle autonomie locali e di quelle libertà individuali in nome delle quali, sbocciate e fortificate nella serra calda del periodo coloniale, l'America era sorta a nazione. Il 1790 raccoglie tutte le sparse collettività all'ombra d'una comune bandiera, sotto l'egida d'una legge comune di libertà e d'uguaglianza per esse e pei cittadini loro, inaugurando colla presidenza dell'uomo, al cui valore ed alla cui saggezza si doveva in parte non piccola l'esito fortunato della guerra d'indipendenza, Giorgio Washington, eletto l'anno innanzi, la storia nazionale degli Stati Uniti d'America.