Una sera, appunto in questa stagione, mentre me ne stavo all’osteria del Tabarro, in Southwerk, aspettando la mattina per mettermi divotamente in viaggio verso Canterbury, capitò all’improvviso una brigata di ventinove persone di varia condizione: tutti pellegrini, che si erano trovati, per caso, lì al Tabarro, per andare a Canterbury, come me. Le camere, e le stalle pei nostri cavalli, erano per fortuna abbastanza grandi, e ci accomodammo tutti alla meglio.
In un attimo (il sole era appena andato sotto) barattai una parola con ciascuno di loro, e senz’altro fui della brigata anch’io, colla promessa di esser su per tempo la mattina, pronto a prender la strada di Canterbury con loro.
Ma prima di cominciare il mio racconto, giacchè non ho fretta e il tempo non mi manca, mi pare molto naturale ch’io debba dirvi di questi miei compagni di viaggio, quello che potei raccapezzare: chi fossero, di che condizione, e come vestiti. Comincerò, per primo, da un cavaliere.
C’era, dunque, un cavaliere, una degna persona, il quale fin da quando montò la prima volta a cavallo, ebbe in alto rispetto la cavalleria, la lealtà e l’onore, la libertà e la cortesia. Si era segnalato in prodezza combattendo pel suo signore e non c’era fra i cristiani e gl’infedeli uno che avesse cavalcato quanto lui, sempre onorato per la sua dignità di valoroso cavaliere.
S’era trovato alla presa di Alessandria[3]; e in tutte le città della Prussia era stato più di una volta capo tavola[4]. Nessun altro cristiano della sua condizione aveva mai viaggiato quanto lui in Lituania e in Russia. Fu all’assedio di Algezir a Granata; combattè a Belmaria[5]; vide cadere in mano dei Turchi Layas e Satalia[6], e nel mare Grande[7] fece parte di molte illustri armate. Ben quindici volte si era trovato a ferali conflitti, e a Tremissen[8], per la nostra fede, era sceso tre volte in lizza, uccidendo sempre l’avversario.
Questo prode cavaliere una volta, col signore di Palathia[9], combattè contro un pagano di Turchia, e anche allora si segnalò. Sebbene fosse così valoroso, era tuttavia molto prudente; ed aveva un modo di fare modesto e semplice come quello di una fanciulla. Un atto sgarbato, una parola scortese, non gli sfuggì mai, in tutta la sua vita, neppure trattando con l’essere più volgare di questo mondo. Insomma era veramente un compìto cavaliere. Perchè sappiate, ora, in quale arnese egli cavalcava, vi dirò che aveva un bel cavallo, ma di poco brio. Portava una casacca di fustagno tutta macchiata dalla ruggine della corazza, poichè era di ritorno da un lungo viaggio per andare a Canterbury.
Aveva portato con sè suo figlio, un giovine scudiero, innamorato, di sangue molto caldo, coi capelli tutti ricci, che parevano arricciati artificialmente[10]. Poteva avere, tirando a indovinare, una ventina di anni. Era di corporatura piuttosto snella, di un’agilità meravigliosa, e fortissimo. Una volta era stato in Fiandra, in Artois e in Piccardia, facendo parte di una spedizione militare, e si era portato valorosamente, sebbene così giovane, con la speranza di entrare in grazia alla sua bella.
Era di una carnagione così fina, che il suo viso si sarebbe potuto paragonare a un prato coperto di fiori, bianchi e rossi. Cantava, o suonava il flauto, tutto il giorno; aveva, in somma, tutta la freschezza giovanile del mese di Maggio. Portava una tunica corta con maniche lunghe e larghe; stava molto bene a cavallo, ed era un bel cavaliere. Componeva canzoni, era buon parlatore, valente giostratore, bravo ballerino, e sapeva dipingere e scrivere assai bene. La notte, per fare all’amore, dormiva meno di un rosignolo.
Aveva modi molto cortesi, ed era modesto, e pronto a prestarsi in qualunque cosa: a tavola col padre era lui che tagliava e faceva da scalco.
Dei servitori, il nostro cavaliere non aveva portato con sè che un valletto, il quale aveva una veste verde, e un cappuccio dello stesso colore. Dalla sua cintola pendeva, con molta semplicità, un fascio di frecce adorne di penne di pavone, lucide e appuntate; che egli sapeva scagliare dritte e veloci da pari suo. In mano teneva un poderoso arco. Aveva la testa rapata e il colorito bruno. Conosceva molto bene il mestiere del boscaiuolo. Al braccio portava un lucido bracciale; a un fianco una spada e uno scudo, all’altro un bel pugnale ben montato, con la punta aguzza come quella di una lancia. Sul petto gli brillava un S. Cristoforo di argento. Portava a tracolla un corno, appeso ad un nastro verde. Se non m’inganno, doveva essere proprio un guardaboschi.