C’era anche una monaca, una madre superiora, che aveva un aspetto semplice e modesto; il suo più gran giuramento era per S. Luigi. Si chiamava suora Eglantina. Cantava molto bene la messa, intonandola dolcemente col naso; parlava benissimo e con garbo il francese che parla il popolo di Stratford, a Bowe[11]: ma non conosceva affatto quello di Parigi. Stava a tavola con tutte le regole: non c’era caso che le cascasse qualche cosa di bocca o che si ungesse le dita con la salsa. Portava il boccone alla bocca con tanta attenzione, che non le cadeva mai una briciola sul petto. Si compiaceva molto ad essere bene educata. Ogni volta che beveva, si asciugava, prima di bere, il labbro superiore; il quale non lasciava nel bicchiere la più piccola macchia d’unto. Insomma cercava di mangiare con tutta l’eleganza e la correttezza possibile. La sua compagnia era molto divertente e piacevole; aveva un modo di fare che la rendeva amabile. Si studiava, con ogni cura, di imitare le maniere che usano a corte, e di avere modi gentili; poichè ambiva d’essere stimata una signora degna di riguardo.

Vi dirò delle qualità dell’animo suo: era così caritatevole e pietosa, che piangeva, solamente a vedere un topo preso in trappola, morto, o ferito. Aveva dei cagnolini che ingrassava a carne arrosto, latte, e schiacciata. E piangeva a calde lacrime se per caso uno di loro moriva, o buscava per la strada una bastonata un po’ forte. Era una donna piena di sincerità e di cuore. Il fisciù che portava al collo era appuntato con molto garbo. Aveva il naso lungo ma ben fatto; gli occhi grigi come il vetro, la bocca molto piccola con labbra morbide e rosse come una rosa; bellissima fronte, larga quasi un palmo. Era piuttosto bassa; e raggiungeva a fatica la statura ordinaria di una donna.

Il mantello che aveva indosso era, per quello che ne posso giudicare io, fatto con gusto. Attorno al braccio portava una doppia corona di piccoli coralli, tutta guarnita di verde, dalla quale pendeva un bel medaglione d’oro. Sul medaglione era incisa un’A con sopra una corona; e dopo il motto: Amor vincit omnia. Aveva con sè un’altra monaca che le faceva da cappellano, e tre preti[12].

C’era anche un monaco, un gran brav’uomo in verità: appassionato per andare a cavallo e per la caccia, di aspetto florido e degno proprio di un abate. Aveva nella stalla dei cavalli bellissimi; e quando passava col suo cavallo, si sentiva da lontano il rumore dei sonagli ben distinto; e qualche volta suonavano forte come la campana della cappella nella quale egli aveva la sua dimora religiosa.

Il buon monaco amava il progresso: la regola di S. Marco e di S. Benedetto, un po’ troppo rigorosa, a dire il vero, era roba vecchia; meglio, quindi, lasciarla stare, e seguire le pratiche del mondo nuovo. Del testo il quale dice: che chi va a caccia non può essere un sant’uomo, e che un monaco senza regola[13] è un pesce fuor d’acqua, cioè un monaco senza monastero, non glie ne importava proprio un’acca[14]. Un testo che dice queste cose, secondo lui, non valeva un soldo[15].

E, badate, non la pensava mica male: perchè rinchiudersi in un chiostro a logorarsi il cervello con lo studio, sempre col naso sul libro? O perchè, come vorrebbe S. Agostino, fare i calli alle mani lavorando dalla mattina alla sera? Se tutti dovessero fare così, dove anderebbe a finire il mondo? Lasciamo pure a S. Agostino, se gli preme, il diritto di lavorare. Però era un forte ed abile cavaliere, ed aveva dei levrieri che volavano come uccelli. Per lui il cavallo e la caccia della lepre erano una vera passione; non ci avrebbe rinunziato a nessun costo.

Vidi, se ben ricordo, che aveva le maniche della veste, vicino alla mano, guarnite di pelliccia, della qualità più fina che si trovasse nel suo paese. Per fermare il cappuccio sotto il mento portava uno spillo, molto curioso, lavorato in oro, che nella parte più grossa aveva un nodo d’amore[16]. Era interamente calvo, e aveva un cranio lucido come uno specchio.

Anche la faccia era senza un pelo, e liscia come se gli ci avessero passato una mano d’olio, tanto egli era grasso e ben pasciuto. Aveva gli occhi infossati, e li stralunava come un matto, mentre la testa gli fumava come il camino d’una fornace[17]. Calzava un bel paio di stivaloni di pelle molto fine, e aveva il cavallo bardato con lusso; insomma era un gran bel prelato. Non era pallido, nè pareva che avesse l’animo tormentato; e per lui un buon papero, bello grasso, era il migliore arrosto del mondo. Cavalcava un palafreno scuro come una bacca di cipresso.

C’era anche un cercatore, un fratacchiotto svelto e d’umore allegro, il quale viveva d’elemosina: l’avresti detto un sant’uomo. In tutti e quattro gli ordini di quei frati non c’era un altro che sapesse scherzare e chiacchierare come lui. Più di una volta aveva combinato, a spese sue, il matrimonio di qualche bella ragazza. Tra i frati del suo ordine era un pezzo grosso. Ben veduto da tutti, bazzicava dappertutto, ed era accolto famigliarmente dai signorotti di campagna, non solo, ma anche dalle signore più cospicue della città: perchè, com’egli stesso diceva, avendo la licenza del suo ordine, egli poteva confessare meglio di un curato. Ascoltava con molto amore la confessione, ed era molto indulgente nel dare l’assoluzione. Quando sapeva che c’era da buscare qualche cosa andava molto adagio con la penitenza: chi era pronto a fare un po’ di elemosina a un povero ordine di frati, non poteva avere macchia nella coscienza, e l’assoluzione l’aveva in saccoccia prima di confessarsi. Uno che fa l’elemosina, diceva egli, quasi vantandosi della scoperta, è già pentito dei suoi peccati. Non c’è mica bisogno di piangere: c’è della gente che ha il cuore così duro, che non sa tirare una lacrima neppure se è ferita a sangue. Quindi fa molto meglio chi senza tanti piagnistei e senza tanti paternostri, lascia guadagnare qualche cosa ai poveri frati.

Dentro il cappuccio portava sempre una quantità di piccoli coltelli[18] e di spilli, per offrirli alle belle donne che ne avessero bisogno. Aveva un bel timbro di voce, e sapeva cantare e suonare a memoria. C’era una specie di canto, poi, nella quale era insuperabile.[19] Il suo viso era bianco come un giglio. Da valoroso campione conosceva a menadito le bettole di tutte le città dove era stato, ed era amico di tutti gli osti e di tutti i più allegri cantinieri, come un lazzarone o uno straccione qualunque. Se non che, ad una persona come lui non stava bene, almeno fin dove gli era possibile farne a meno, trattare con simile canaglia. Quella non era davvero una compagnia che gli facesse onore, e potesse giovargli; perciò era meglio accompagnarsi con chi aveva soldi, e grazia di Dio da vendere. Quando sapeva che c’era da beccare qualche cosa, correva subito, tutto gentilezza, e pronto a rendere qualunque servizio. Non c’era al mondo un uomo che avesse le sue virtù: in tutta la confraternita non era possibile trovare un altro frate più bravo di lui per domandare l’elemosina[20]. Poichè anche se andava da una povera vedova, che non avesse da dargli, per modo di dire, un paio di scarpe rotte[21], qualche cosina, prima di andar via, buscava sempre; con tanta dolcezza sapeva dire il suo: In principio. Era, poi, così accorto nel comprare e rivendere, che rimediava più col suo piccolo commercio che con la tonaca. Quando una cosa non andava a modo suo, abbaiava come un cane cucciolo; perciò quando c’era da comporre qualche questione poteva prestare un valido aiuto. Non credete che avesse l’aria di uno di quei poveri diavoli, che vanno in giro con una tonaca frusta frusta: pareva un canonico, anzi un papa addirittura. Portava una mezza cappa di lana filata a doppio, tonda e tutta d’un pezzo come una campana[22]. Quando parlava, faceva sentire, per vezzo, un po’ di lisca, affinchè la lingua inglese in bocca sua suonasse più dolce. Allorchè, finito il canto, toccava l’arpa, gli occhi gli brillavano come due stelle in una serena notte d’inverno. Questo rispettabile frate si chiamava Uberto.