Comincio dunque col chiedere alla vostra cortesia, lettori carissimi, di non volervela prendere con me e tacciarmi di ignorante, se io vi parlo alla buona, e vi racconto i discorsi e gli scherzi dei miei compagni di viaggio, con le loro precise parole. D’altronde, lo sapete meglio di me, chi racconta, deve cercare, fin dove gli è possibile, di riferire scrupolosamente quello che ha sentito, senza badare a come deve parlare. Altrimenti finisce per non dire la verità, ed è costretto quindi a inventare o a lambiccarsi il cervello dietro alla metafora. Quand’anche si trattasse di raccontar qualche cosa che si riferisse, faccio per dire, a un fratello, siamo sempre lì: non bisogna badare a una parola piuttosto che a un’altra. Guardate un po’ Cristo: nella sacra scrittura egli parla apertis verbis, e dice sempre le cose come sono; eppure nessuno ci ha trovato mai nulla di male. E Platone, signori miei, che cosa dice a questo proposito? Dice, a chi lo sa leggere, che le parole debbono essere parenti dei fatti[62].

Vi prego anche di perdonarmi se qui nel mio racconto non ho dato a ciascuno dei miei compagni di viaggio il debito posto, secondo la propria condizione, come avrei dovuto fare. D’altronde il mio ingegno, lo vedrete bene, è un po’ corto.

Il nostro oste, dunque, fece festa e buon viso a tutti, e ci mise a tavola in un momento, servendoci delle ottime vivande. Il vino era piuttosto generoso, e andava giù che era un piacere. L’oste, dicevo, il quale era stato maggiordomo di palazzo, ci trattò con molta cortesia. Egli era piuttosto grosso, ed aveva gli occhi infossati. In Chepe non c’era un tipo più simpatico di lui: franco savio e pieno di accortezza, uomo nel vero senso della parola, e per di più sempre di umore allegrissimo. Dopo cena si mise subito a scherzare con noi, e ci tenne un po’ allegri co’ suoi discorsi; poi saldati i conti disse: «Signori miei, siate di cuore i ben venuti; sulla mia parola io non ho mai avuto in questo albergo una così geniale brigata. Se mi riuscisse, vorrei trovare il modo di farvi sembrare il lungo cammino che dovete fare, meno noioso che fosse possibile. E credo proprio di aver trovato un mezzo molto semplice, e che non vi costerà nulla. Voi andate tutti a Canterbury, non è vero? Il signore v’accompagni, e il beato martire vi ricompensi. Or bene, io m’immagino che lungo la strada cercherete di chiacchierare e di scherzare; perchè il viaggio non offre, davvero, nulla di bello e di divertente, a chi abbia intenzione di starsene sul suo cavallo come un pezzo di marmo. In questo caso, signori miei, mi propongo io, come vi dicevo, di farvi passare il tempo più presto e con meno noia. Se vorrete avere la gentilezza di seguire tutti il mio consiglio, e se domani quando sarete a cavallo vi piacerà fare quello che vi dirò io, vi giuro su l’anima di mio padre, il quale è morto, che farete un viaggio piacevolissimo. Quando non fosse vero, tagliatemi la testa con un colpo. Ma senza tante chiacchiere, su la mano, ai voti!»

La nostra approvazione non si fece aspettare tanto: ci parve che non fosse il caso di discutere la proposta dell’oste; e senz’altro accettammo, pregandolo di esporre il suo disegno.

«Signori, diss’egli, fate del vostro meglio per ascoltarmi, e non ve ne abbiate a male, vi prego, se la mia proposta non vi piace. Ecco, in sostanza, di che cosa si tratta. Ciascuno di voi, per ingannare la lunga strada, dovrà raccontare due novelle nell’andare e altre due al ritorno; s’intende che ognuno è padrone di raccontare fatti avvenuti quando che sia. Chi di voi si porterà meglio, cioè chi racconterà cose più belle e più divertenti, dovrà avere una cena, qui in questo albergo, a questa stessa tavola, pagata da tutti gli altri al vostro ritorno da Canterbury. E perchè possiate fare un po’ più di allegria, verrò anch’io con voi, a mie spese bene inteso, e vi farò da guida; proponendo, fino da ora, per chi lungo il cammino non farà quello che dico io, la punizione seguente: pagare le spese, di viaggio per tutti. Se l’idea vi piace, ditelo senza tanti complimenti, che io domattina mi farò trovare pronto per tempo.»

L’idea dell’oste piacque, e tutti demmo di buon animo la nostra parola, pregandolo non solo a voler fare davvero quanto ci aveva proposto, ma a volere essere il nostro capo, e nello stesso tempo giudice e relatore delle nostre novelle. E fino da quel momento fu stabilita, a un dipresso, la spesa della cena da farsi al nostro ritorno. Così da quanti eravamo li presenti, senza distinzione di grado, fu convenuto di affidarsi all’oste come guida, e di sottomettersi, di comune accordo, al suo giudizio di relatore. Egli allora ci portò del vino, e dopo aver bevuto ce ne andammo tutti a letto senza altro.

La mattina, appena giorno, il nostro oste si alzò prima di tutti, e fu così il gallo che ci cantò la sveglia. Messici tutti in rango, e montati a cavallo, c’incamminammo, di passo per la strada che conduce all’abbeveratoio detto di S. Tommaso[63]. Qui l’oste fermò il suo cavallo, e disse: «Signori, vi prego di ricordarvi della vostra promessa; se il canto della sera va d’accordo con quello della mattina, vediamo chi è che deve raccontare la prima novella. Ch’io non possa bere più, in vita mia, una goccia di birra e una goccia di vino, se chi si rifiuta di obbedirmi non farà per tutti le spese del viaggio!

Signor cavaliere, mio padrone, qua anche voi a fare al conto,[64] poichè ho stabilito che decida la sorte chi deve essere il primo a raccontare. Anche voi, sora Madre priora, venite qua; e voi signor chierico, siete pregato d’essere un po’ più svelto, e di non pensare ora ai libri. Avanti, giù la mano tutti».

In un momento tutte le mani si schierarono, e per non farla tanto lunga (fosse fatalità o caso, o quel che si voglia), la sorte cadde sul cavaliere, con gran piacere di tutta la brigata. E così gli toccò a raccontare pel primo la sua novella, secondo quello che di comune accordo era stato stabilito, come già sapete. Quel buon diavolo del cavaliere, in fine, quando vide che toccava a lui, da uomo savio, e sempre pronto a mantenere la sua parola, disse: «Ebbene, se devo essere io il primo, tanto meglio: sia lodato Dio, che è toccato proprio a me! Mettiamoci, dunque, in cammino, e fate attenzione a quello che dico.»