L’economo, persona molto gentile, era al servizio di un collegio di avvocati[52], e da lui tutte le serve avrebbero potuto imparare a far la spesa. Perchè era così accorto, che, anche se la roba che comprava non la pagava subito, ma la prendeva a credenza, trovava sempre il modo di portar via di bottega quel che c’era di meglio, e di intascare qualche soldo[53]. Siamo giusti, domineddio gli aveva dato un bel dono: vi pare poco, che un uomo, il quale in fondo era un pezzo d’ignorante, avesse l’abilità di rivendere tanti dottori?
I suoi padroni, gli avvocati del collegio, erano più di una trentina, e in fatto di legge ne sapevano tutti di molto, ed erano valentissimi. Immaginatevi che ce n’era una dozzina, i quali sarebbero stati capaci di amministrare il patrimonio e i terreni di qualunque Lord inglese. E con la sua rendita (salvo che non avessero dovuto combattere con un matto) gli avrebbero fatto fare la figura del gran signore, senza un centesimo di debito, se pure non avesse preferito menare una vita semplice e modesta. Erano amministratori così abili, che avrebbero saputo rimettere in gambe le finanze di qualunque provincia, per quanto malandata; eppure il nostro economo, quando si trattava della spesa, li metteva tutti nel sacco.
Il fattore era un uomo magro e collerico; si faceva radere la barba fino alla pelle, e intorno all’orecchio voleva sempre ben tagliati i capelli. Davanti aveva il cocuzzolo spelato come un prete. Aveva un paio di gambe lunghe e secche come due bastoni, senza un’oncia di carne. Per tenere in ordine un granaio o un magazzino era valentissimo; e non c’era revisore che potesse trovare da ridire su i conti fatti da lui. Dalla siccità e dalla umidità della stagione ti sapeva dire, senza sbagliare, come sarebbe andata la raccolta. Le pecore, il bestiame, il latte e il burro, i maiali, il cavallo, le provviste, e i polli del suo padrone, erano tutti affidati alla sua custodia e direzione; e per contratto faceva il rendiconto annuale, fin da quando il suo padrone aveva vent’anni. Nel suo libro non c’erano arretrati: i conti erano sempre in regola. Fattori, contadini e pastori, conoscevano tutti la sua furberia e le sue astuzie, e avevano di lui una paura indiavolata. Abitava in un luogo amenissimo, ombreggiato dal verde degli alberi. Zitto e cheto s’era messo da parte un bel gruzzolo, poichè sapeva spendere il denaro meglio del suo padrone, del quale cercava, furbo matricolato, di entrare nelle grazie, prestandogli, all’occorrenza, del suo, e guadagnandoci qualche volta, insieme ai ringraziamenti, anche un vestito o un cappello. Da giovane aveva imparato il mestiere del legnaiuolo, ed era riuscito un valente artigiano. Cavalcava un bellissimo stallone grigio pomellato, ed era vestito di una lunga cappa turchina, con una spada arrugginita al fianco. Questo fattore si chiamava Scot, ed era nato a Norfolk, vicino ad una città chiamata Baldeswell. Aveva la cappa legata alla vita come un frate, e cavalcava sempre in coda alla brigata.,
C’era, con noi, anche un usciere del tribunale ecclesiastico, con una faccia da cherubino, rossa come il fuoco per uno sfogo che gli era venuto fuori. Aveva gli occhi piccolissimi, ed era caldo e lascivo come un passerotto. Le ciglia spelate e la barba mezza spelacchiata lo faceano sì brutto, che i bambini ne avevano un gran terrore. Mercurio, piombo bianco, zolfo, borace, biacca, tintura di tartaro, unguenti, tutto era inutile: non era possibile trovare una medicina, che gli facesse sparire dal viso tutte quelle pustole bianche, e gli spianasse i bernoccoli che aveva sulle gote. Faceva delle gran mangiate d’aglio, di cipolla, di porri, e ci trincava sopra del vino generoso e rosso come il sangue, chiacchierando e gridando come un ossesso. Quando poi aveva bevuto ben bene, allora cominciava a parlare in latino. Stando tutto il giorno al tribunale in mezzo alle sentenze e ai decreti, niente di più naturale che qualche frase latina gli fosse rimasta in mente: del resto, ognuno sa che anche una gazza impara a discorrere bene come il papa[54]. Se qualcuno poi per divertirsi col suo latino lo faceva discorrere un poco, tirava fuori tutta la sua dottrina, e si metteva a gridare: Questio quid juris[55].
Scapestrato sì, ma in fondo aveva il core buono, e non c’era più buon diavolo di lui; se un amico gli pagava un quartuccio di vino, era padrone di tenersi, magari per un anno intero, una concubina: egli lo compativa, e chiudeva un occhio volentieri. Quando qualche merlo gli capitava sotto, se lo pelava, piano piano, senza che questi se ne accorgesse[56]. Tutte le volte che s’imbatteva in qualcuno dei suoi buoni amici gli insegnava a non aver paura dei fulmini dell’arcidiacono, dicendo: «l’anima nostra non è mica rinchiusa dentro la nostra borsa. Perciò niente paura, perchè l’arcidiacono colpisce lì, lì dentro è l’inferno per lui». Ma egli mentiva per la gola: il colpevole dovrebbe temere sempre la scomunica, poichè questa perde l’uomo, come l’assoluzione lo salva; e dovrebbe, ognuno, guardarsi dal significavit[57].
Aveva sotto la giurisdizione del suo ufficio tutta la gioventù[58] della diocesi, e con tutti era largo di consigli, con tutti si trovava sempre d’amore e d’accordo. S’era messo in capo una ghirlanda di fiori come quelle che si vedono appese per insegna alle birrerie, e invece di scudo portava una focaccia.
Insieme a lui cavalcava un simpatico mercante d’indulgenze, di Roncisvalle, suo degno amico e compare, il quale era ritornato proprio allora da Roma. Non faceva altro che cantare con quanto ne aveva in gola: «Amor mio vien qui da me[59]»; mentre l’usciere con una voce che sonava più di un trombone, gli faceva il basso accompagnandolo. Questo mercante di indulgenze aveva i capelli biondi come la cera, e morbidi come fiocchi di lana, che gli cascavano giù per le spalle, un ciuffo qua e un ciuffo là, molto radi; nonostante, per fare il chiasso stava senza il cappuccio, e lo teneva chiuso in fondo alla sacca. Pretendeva di cavalcare secondo l’ultima moda, e se ne andava, coi capelli svolazzanti per le spalle, con una semplice berretta in testa, mentre gli occhi gli luccicavano come quelli di una lepre. Sulla berretta aveva cucito una piccola immagine di Cristo, e si teneva davanti la sua sacca, piena zeppa d’indulgenze che venivano belle calde da Roma. Parlava con una vocina così curiosa, che pareva di sentir belare una capra. Era senza un pelo di barba, e ormai, credo, aveva perduto la speranza di averne: con quella faccia così pulita e liscia, sembrava sempre uscito dalla bottega del barbiere. Non mi ricordo bene se montava un cavallo o una cavalla.
Da Berwike a Ware non c’era un mercante d’indulgenze bravo come lui. In fondo alla sua sacca c’erano dei veri tesori: c’era una federa, che era fatta, niente di meno, col velo di Maria Vergine; c’era un pezzo della vela che portò S. Pietro pel mare, quando incontrò Gesù che lo raccolse e lo salvò. C’era una croce di metallo con pietre preziose, e degli ossi di porco dentro un bicchiere. Con queste reliquie quando trovava qualche povero curato di campagna, in un giorno solo gli rimediava più di quello che il poveretto non guadagnava in due mesi. E così lisciando e scherzando egli si giocava il curato e tutta la sua gente. Però bisogna dire la verità, in chiesa era un gran bravo prete. Leggeva molto bene l’epistola, e qualunque altra parte della messa;[60] ma era proprio inarrivabile nel cantare un offertorio. Siccome sapeva che subito dopo c’era la predica, e bisognava scioglier la lingua[61] per intascare quattrini con la sua solita abilità, cantava con maggior lena, e gridava con quanto ne aveva in gola.
E così, eccovi, in poche parole, la condizione, l’abbigliamento, il numero di tutta quella brava gente, e l’occasione in cui l’allegra brigata si trovò riunita a Southwork nella simpatica osteria del Tabarro presso Belle. Bisogna ora che vi racconti, come ce la passammo quella notte lì all’osteria; poi vi dirò qualche cosa della nostra cavalcata, e saprete tutto il resto del nostro pellegrinaggio.