Trovava subito la causa di qualunque malattia, sia che provenisse dal freddo, sia dal caldo, o dall’umidità o dalla siccità dell’aria; con un’occhiata, vedeva dov’era il germe del male e come si era formato. Era in verità un ottimo pratico. Conosciuta la causa e trovato il germe della malattia, lasciava la sua ricetta, e c’erano subito pronti gli speziali, che mandavano droghe e pillole, d’accordo con lui, da buoni e vecchi amici, nel cavar sangue al prossimo. Aveva studiato a fondo il vecchio Esculapio, Dioscoride, Rufo, il vecchio Ippocrate, Hali e Galene, Serapion, Rasis, e Aviceno, Averrois, Damasceno e Costantino, Bernardo, Gatisdeno e Gilbertino[40].
Mangiava poco, ma cercava che quel poco fosse roba nutritiva e facile a digerirsi. Sulla Bibbia non ci perdeva molto tempo; aveva un vestito rosso-sangue e celeste, foderato di taffetà e di seta piuttosto fina. Quando si trattava di spendere, andava molto adagio, e in questo modo s’era messo da parte tutto quello che aveva guadagnato nell’anno, in cui ci fu quella famosa pestilenza[41]. Poichè l’oro è il cordiale del medico, egli lo preferiva, naturalmente, a qualunque altra cosa.
C’era anche una buona donna di un paese vicino a Bath, la quale, per sua disgrazia, era un po’ sorda. Lavorava così bene il panno, che le sue stoffe superavano quelle di Ipres e di Ghent[42]. In tutta la parrocchia nessuna donna si sarebbe arrischiata di andare prima di lei a offrir l’obolo all’altare; e se qualcuna si provava a passarle innanzi, ne avea tanta rabbia, che tutta la sua devozione andava in fumo. I fazzoletti che la Domenica portava attorno, sul capo, per vendere, erano di un tessuto bello doppio: ci scommetto che pesavano almeno una diecina di libbre[43]. Aveva le calze rosse scarlatto, ben tirate su al ginocchio, e un bel paio di scarpe nuove. Era una bella donna; un po’ provocante con quel suo viso colorito: ma in fondo era stata sempre onesta. Tant’è vero che aveva salito cinque volte l’altare[44] per andare a marito, e da giovane non aveva avuto mai tresche; ma lasciamo stare il passato, chè ora non è il caso di andarlo a rivangare. Era stata tre volte a Gerusalemme, e aveva passato molti fiumi stranieri, e visto Roma, Bologna, S. Jacopo in Galizia, e Colonia, cosicchè non le mancava davvero la pratica di viaggiare. Per dire la verità era piuttosto ghiotta[45]. Cavalcava con disinvoltura un buon cavallo; aveva il collo ben coperto, e in capo portava un cappello largo come uno scudo o una targa. Era avvolta in un gran mantello che le scendeva, stretto ai fianchi, fino ai piedi, e alle scarpe aveva un bel paio di sproni appuntati. In compagnia rideva e chiacchierava che era un piacere; conosceva tutti i filtri dell’amore, poichè nell’arte di questo vecchio giuoco era provetta[46].
C’era anche un buon prete, un povero parroco di una piccola città, il quale era proprio un sant’uomo; aveva molta dottrina, e predicava, sinceramente, il vangelo di Cristo, educando, con gran devozione, i suoi parrocchiani. Faceva molta carità, si occupava con grandissima premura del suo gregge, e più d’una volta aveva dato prova di molta rassegnazione nella sventura.
Sentiva una certa ripugnanza ad angustiarsi per gl’interessi suoi[47], e preferiva pensare a gli altri; infatti era sempre in mezzo ai suoi poveretti, per dividere con loro quello che ricavava dalle offerte, e qualche volta anche il frutto di quel po’ di roba che aveva. Per lui ce n’era d’avanzo: si contentava di poco. La sua parrocchia era molto grande, e si stendeva fino a certe case lontanissime dalla città; nonostante, anche con l’acqua e coi tuoni, egli non abbandonava mai i suoi afflitti: prendeva su il suo bastone, e via, a piedi, a trovarli. In tutte le cose dava per il primo il buon esempio, e poi predicava agli altri. Ricorreva sempre alle parole del vangelo, e finiva spesso con questo paragone: «Se l’oro fa la ruggine, che cosa farà mai il ferro? Se un prete, al quale noi ci affidiamo, è il primo a dare il cattivo esempio, che cosa dovrà fare un povero ignorante?... È una cosa vergognosa, se uno ci pensa bene, vedere un cattivo pastore in mezzo a delle buone pecore. Perciò è dovere di ogni buon prete insegnare con l’esempio al suo gregge, come bisogna vivere in questo mondo.»
Questo buon parroco non era uno di quei tali, che riducono il beneficio un mercato, e lasciano marcire nel fango il loro gregge. Non correva a S. Paolo in Londra, per farsi una prebenda pregando per l’anima dei morti, o con la speranza di trovare un posticino in qualche confraternita. Se ne stava sempre a casa, e badava con molta cura alle sue pecore, sempre attento che il lupo non glie ne portasse via qualcuna. Insomma, faceva il pastore, non faceva il mercante. Sebbene avesse un animo così retto e virtuoso, non trattava mai con asprezza quelli che peccavano; nè parlava loro severamente, ma li ammoniva sempre con la sua solita bontà. La sua vita non aveva altro fine che quello di mostrare alle anime la via del paradiso. Però se qualcuno si ostinava nel male, e non la voleva intendere con le buone (fosse un signore o uno del popolo, era lo stesso), sapeva trattarlo come si meritava. Vi dico che era proprio il più buon prete del mondo. Nemico di ogni pompa e di ogni lusso, non si dava pensiero di condire le sue prediche con belle frasi[48]: predicava la dottrina di Cristo e dei suoi dodici apostoli, ed era il primo a seguirla.
Con lui era venuto anche un suo fratello, contadino, che aveva caricato, in vita sua, molti carri di letame; ed era un uomo laborioso e dabbene, di indole tranquilla, e molto caritatevole. Venerava Iddio con tutto il cuore, e, bene o male che gli andassero gli affari, il suo primo pensiero era sempre rivolto a lui; poi pensava al prossimo, che egli amava come sè stesso. Quando aveva tempo, batteva il grano, zappava, e vangava la terra, per quei poveri contadini che non si potevano permettere il lusso di pagare le opere; e lavorava sempre per amore di Dio, senza prendere un centesimo da nessuno. Pagava puntualmente le sue decime, su ciò che guadagnava con le sue fatiche, e su quel po’ di roba che aveva. Cavalcava una cavalla, avvolto in un tabarro.
C’erano anche un mugnaio, un economo, un fattore, un cursore un mercante d’indulgenze[49], e per ultimo c’ero io.
Il mugnaio era un tocco di villano, coi muscoli d’acciaio e le ossa così robuste, che non ce la poteva nessuno; infatti nella lotta riusciva sempre vincitore, e guadagnava il montone. Era tarchiato, e duro come un nodo d’albero: con un colpo di testa sgangherava o sfondava qualunque porta. Aveva la barba rossiccia come le setole della scrofa e il pelo della volpe, e la portava piatta come una pala. Proprio sulla punta del naso ci aveva un bernoccolo con un ciuffo di peli, rossi come le setole delle orecchie di una scrofa, e le narici erano larghe e nere. Al fianco portava una sciabola e uno scudo. La bocca pareva un forno. Era un famoso chiacchierone, un goliardo che passava la vita nel vizio e nel vitupero, ed aveva un’abilità straordinaria per farsi la parte sul grano che gli portavano a macinare, facendosi pagare, per giunta, tre volte invece d’una[50]. Nondimeno, per Dio, aveva anche lui, il suo pollice d’oro[51]. Era vestito di bianco, con un cappuccio celeste in capo; e siccome suonava molto bene la cornamusa, ci fece camminare a suon di musica fino fuori della città.