Io non mi curo della gloria delle armi, nè ti chiedo di concedermi domani la vittoria e l’onor del torneo. Io non cerco la vana gloria del premio conquistato con le armi perchè il mio nome sia strombazzato a destra e a sinistra; ma voglio che Emilia sia mia, e voglio morire al suo servizio; trova tu il modo ch’io possa ottenere questo. Non voglio sapere se per me sia meglio riuscire vincitore su i miei avversari o che essi vincano me, purchè io possa aver lei tra le braccia. Per quanto Marte sia il Dio delle armi, la tua potenza è così grande su nel cielo, che se tu vorrai, potrò avere, finalmente, l’amor mio. Io adorerò sempre il tuo tempio, ed ogni volta che monterò a cavallo o uscirò a passeggiare, ti farò i debiti sacrifici ed accenderò il fuoco in tuo onore.
Chè se tu non vorrai aiutarmi, o mia dolce signora, ti prego allora di far sì che Arcita domani mi passi il cuore con la sua lancia. Poichè una volta che io abbia perduta la vita, non mi potrà dispiacere che Arcita, rimasto vincitore, si abbia in moglie la donna. Di questo io ti prego, e quì finisce la mia preghiera: signora benedetta e cara, fa’ che io m’abbia l’amor mio».
Dopo questa preghiera Palemone, con l’animo pieno di compunzione, fece subito i sacrifici; ma io non starò a raccontarvi tutti i particolari e tutte le pratiche ch’egli osservò. Dirò solamente che, finito il sacrificio, la statua di Venere fece un segno dal quale Palemone si accorse che la sua preghiera era stata, quel giorno, accolta con favore. Il segno della Dea significava, veramente, che doveva aspettare: ma egli capì bene che la ricompensa gli era concessa. Perciò se ne tornò subito a casa con la gioia nel cuore.
Tre ore dopo[22] che Palemone se ne era andato al tempio di Venere, il sole si levò, e anche Emilia lasciò il letto, e se ne andò al tempio di Diana seguita dalle sue ancelle, con l’incenso, le vesti e tutto l’occorrente pei sacrifici, pei quali non mancavano, secondo l’uso, nemmeno i corni pieni di miele.
Mentre il tempio fumava, tutto adorno di bei drappi, Emilia, col cuore pieno di giubilo, lavò e purificò il corpo ad una fonte. Ma non vi sto a dire nulla del modo con cui essa compiè il rito; poichè anche a volere accennare solamente le cose in generale, non sarebbe una faccenda da poco stare a sentirle tutte. Capisco che con un po’ di buona volontà non sarebbe poi una fatica dell’altro mondo, ma è meglio che nessuno resti sacrificato. I biondi capelli, dunque, le cadevano sciolti sulle spalle, e sul capo aveva una bella corona di foglie di quercia ancora fresche, accomodata con molta grazia. Se ne andò all’altare e accesi due fuochi compiè i sacrifici della Dea, di cui vi risparmio la descrizione, perchè ognuno può leggerla da sè nella Tebaide di Stazio[23] e negli altri antichi libri che ne parlano.
Quando il fuoco cominciò ad ardere su l’altare, Emilia con aria mesta e supplichevole parlò a Diana in questo modo.
«O casta dea dei verdi boschi, che contempli il cielo la terra e il mare, regina del regno tetro e profondo di Plutone, dea delle vergini, che da molti anni conosci il mio cuore, e sai quale sia il mio pensiero, proteggimi tu stessa dalla tua vendetta e dall’ira tua, per la quale Atteone soffrì orribilmente. O casta Dea, tu sai bene che io desidero di rimanere vergine per tutta la vita, e che non voglio innamorarmi e divenire moglie. Io sono (tu lo sai) una fanciulla del tuo seguito, ed amo la caccia e i boschi selvaggi, e non voglio divenire donna ed avere figli; e perciò appunto fuggo la compagnia degli uomini. Tu dunque aiutami, signora, poichè lo puoi, te ne scongiuro per la tua triplice forma. Di questa grazia io ti prego: fa che Palemone il quale ha per me tanto amore, ed Arcita che mi ama così caldamente, stiano d’accordo, e distogli il loro cuore da me, in modo che tutto l’amor loro, ogni loro desio, tutte le loro sofferenze, tutto il loro ardore, si spenga, o sia rivolto altrove. Chè se non vuoi farmi questa grazia, e se è mio destino che io debba avere per marito uno di loro due, fa allora che io sia di colui che più mi desidera.
Guarda, o Dea della pura castità, le lacrime che mi scendono sulle guancie. Poichè tu sei vergine e protettrice di tutte le vergini, proteggi e conserva la mia verginità, e per tutta la mia vita io starò al tuo servizio».
I fuochi ardevano sullo splendido altare, mentre Emilia faceva questa preghiera; quando ad un tratto essa ebbe una strana visione. Improvvisamente uno dei due fuochi si spense, e subito si riaccese, mentre si spengeva l’altro, e cigolando come un tizzo ardente bagnato nell’acqua mandava fuori dall’uno dei capi un fiotto di sangue. Emilia ne rimase così spaventata, che per poco non divenne pazza; e non sapendo che cosa questa visione significasse, cominciò a disperarsi, e per la paura gridava e piangeva in modo da far pietà.
Intanto, mentre piangeva così, ecco comparire Diana con l’arco in mano, in arnese da caccia, la quale voltasi ad Emilia le disse: «Figlia, cessa dal tuo affanno; gli eccelsi Dei hanno ormai stabilito, e scritto, e confermato, con eterna parola, che tu debba sposare uno dei due giovani tebani che per te soffrono tanti affanni e tanto dolore: quale dei due, però, tu dovrai sposare, non te lo so dire. Addio, dunque, poichè io non posso più a lungo trattenermi. I fuochi che ardono sul mio altare ti faranno capire, prima che tu esca di qua, quale sia la fine di questa tua avventura amorosa».