E a queste parole le freccie che la Dea aveva nella faretra risuonarono, ed essa scomparve. Emilia stupefatta disse: «Che vuoi mai dire questo? Ahimè! Io mi metto sotto la tua protezione, o Diana, e a te mi affido». Quindi per la via più breve se ne ritornò a casa. Così finì ed io non ho altro da dire.
Nell’ora sacra a Marte che seguì a questo fatto, Arcita se ne andò al tempio del feroce Dio della guerra, per sacrificare in onor suo secondo il rito pagano. E pieno di umiltà e di devozione fece a Marte questa preghiera.
«O forte Dio, che sei onorato nei freddi regni della Tracia di cui sei signore, tu che maneggi a tuo talento le armi d’ogni terra, e dispensi agli uomini buona o cattiva fortuna, accetta da me questo pietoso sacrificio. Se tu credi che la mia giovinezza ne sia degna, e che io sia in grado di servire il tuo nume, sì ch’io possa essere dei tuoi, abbi pietà delle pene mie, te ne prego, per gli affanni che hai sofferti, per quel fuoco che t’arse tutto, quando godesti le grazie di Venere giovane e bella, e la stringesti, fin che ti piacque, fra le tue braccia. Abbi compassione delle mie pene atroci, te lo chiedo pel dolore che provasti (una volta t’andò male anche a te), quando Vulcano, ahimè, ti prese nei suoi lacci, e ti colse mentre giacevi con sua moglie.
Io sono, come ben sai, giovane ed inesperto, e colpito, s’io non m’inganno, da Amore, come mai anima viva fu ferita al mondo: poichè la donna per la quale io soffro tutte queste pene, non si cura affatto di me, e poco le importa che io affoghi o mi salvi nuotando. Io debbo, prima che essa si muova a pietà, conquistarla con la forza sul luogo della lotta; e so, pur troppo, che senza il tuo aiuto e il tuo favore la mia forza non varrà a nulla: perciò domani sul campo di battaglia aiutami, signor mio, pel fuoco che ti arse e che ora arde me, e fa che domani io mi abbia la vittoria. A me lascia la fatica, e la gloria sia tua; ch’io, poi, penserò ad onorare l’eccelso tuo tempio più d’ogni altro luogo, e sempre faticherò nel tuo duro mestiere per farti cosa grata. Appenderò nel tuo tempio la mia insegna e tutte le armi della mia schiera, e sempre, fino al giorno della mia morte, arderà sul tuo altare eterno fuoco. Anche questo voto io faccio: ti sacrificherò la mia barba e la mia lunga chioma non toccate mai, fino ad ora, dal rasoio e dalle forbici; e fino alla morte sarò sempre tuo servitore. Tu ora abbi pietà dei miei cocenti dolori, e dammi la vittoria, chè altro non ti chiedo».
Quando il forte Tebano ebbe finita la sua preghiera, i cardini della porta del tempio e le porte stesse tremarono così fortemente, che Arcita rimase stupefatto. I fuochi ardevano sull’altare fiammeggiante, che illuminò ad un tratto tutto il tempio, e dal suolo si levò improvvisamente un dolce profumo; allora Arcita, levando in alto la mano gettò sul fuoco nuovo incenso e compiè altri riti, dopo i quali la statua di Marte cominciò a far risuonare l’armatura di ferro. E insieme al suono delle armi Arcita sentì una voce bassa e cupa che mormorò: «Vittoria». Perciò egli onorò e glorificò Marte.
Quindi con la gioia e la speranza nell’animo Arcita se ne ritornò a casa in fretta come un daino che fugge la luce del sole.
A questo punto su in cielo cominciò, per tutte queste promesse, un tale battibecco fra Venere Dea dell’amore e Marte il fiero e potente Dio delle armi, che Giove si affannava inutilmente per rimettere la pace. Finalmente però il pallido e freddo Saturno, che sapeva tante e così vecchie storie, trovò il modo, con la sua antica esperienza e la sua grande pratica del mondo, di mettere d’accordo le due parti in quattro e quattr’otto. È proprio vero che la vecchiaia ha molte risorse: i vecchi hanno sempre senno ed esperienza. Si può vincere un vecchio con le gambe, ma con la testa no.
Saturno, dunque, contro il suo modo di pensare, si indusse a cercare un rimedio per far cessare il dissidio fra i due Dei.
«Venere, mia cara figlia, egli disse, sappi che il mio corso il quale compie un giro così vasto per la volta celeste, ha più potenza di quello che gli uomini non pensano. Sotto l’influenza mia la gente affoga là nel grigio mare, per me s’apre agli uomini la buia prigione, e li strangola il capestro; sono opera mia il grido e la ribellione delle plebi, il rancore e il nascosto veneficio. Quando mi trovo nella costellazione del leone, io vendico e correggo tutti i torti. Pel mio influsso rovinano gli alti castelli, cadono le torri e le mura sulla testa del minatore e del falegname; per opera mia morì Sansone sotto il peso della colonna, e nacquero sempre le tristi malattie, i turpi tradimenti, e le congiure. Il mio apparire è foriero di pestilenza. Ora, dunque, non pianger più; penserò io a fare sì che Palemone, che è il tuo cavaliere, ottenga la sua donna come tu gli hai promesso, quantunque Marte aiuti il suo protetto. Voi due avete preso a proteggere un cavaliere ben diverso, e per questo tutto il giorno siete alle prese: ma è ora di farla finita, e che ritorni fra voi la pace. Io sono tuo nonno, e mi avrai sempre pronto ad ogni tuo desiderio; non piangere più, che sarà fatto quello che tu vuoi».
Ma lasciamo ora Marte e Venere, dea dell’amore, su nel cielo, poichè io voglio raccontarvi in poche parole la fine della mia storia.