Quel giorno tutta Atene era in festa, e Maggio stesso colla sua leggiadria rallegrò così vivamente l’animo di tutti, che la Domenica passò in giostre e danze e fu dedicata agli alti onori di Venere. La notte però tutti andarono a letto, perchè la mattina si dovevano alzare presto per andare ad assistere al combattimento. L’indomani allo spuntare del giorno dappertutto, nei vicini alberghi, era uno strepito di cavalli e d’armi; e numerose schiere di cavalieri su i loro destrieri e i loro palafreni se ne andarono al palazzo di Teseo.
Si vedevano armature d’ogni sorta, belle e riccamente lavorate in oro e in acciaio con fregi, scudi luccicanti al sole, elmi e bardature, elmetti lavorati in oro, loriche e cotte d’armi. Si vedevano cavalieri in splendidi costumi, col loro seguito e i loro scudieri, dei quali chi rinforzava le lance con dei chiodi, chi metteva le fibbie agli elmi, chi era intento a lucidare gli scudi e ad adattarvi le corregge. Insemina dovunque c’era da fare qualche cosa, nessuno stava con le mani in mano. Vedevi qua e là destrieri con la schiuma alla bocca che rodevano il morso sotto le briglie d’oro, ed armaiuoli che correvano d’ogni parte con lime e martelli. Era un via vai di gente che veniva a piedi dalla campagna, di plebaglia armata di bastoni, così affollata per le vie che non c’era posto dove mettere i piedi; e tutti avevano zufoli, trombe, tamburi e clarinetti, chè durante il combattimento mandavano suoni di sanguinosa battaglia. Il palazzo di Teseo era pieno di gente: qua c’era un gruppo di tre persone, là ve n’erano una diecina che questionavano e scommettevano pel vincitore dei due cavalieri tebani. Chi diceva che la battaglia sarebbe andata in un modo e chi nell’altro; alcuni tenevano per quello con la barba nera, altri per quello che era un po’ calvo, altri invece per quello che aveva i capelli così folti, ed osservavano che aveva l’aspetto di un guerriero feroce e che si batterebbe fortemente, e soggiungevano: «Ha in mano un’alabarda che peserà almeno una ventina di libbre».
Per un bel pezzo, fin dal levar del sole, nel palazzo fu una continua questione, per cercare di indovinare chi sarebbe stato il vincitore. Il gran Teseo svegliato dalla musica e dal frastuono della gente, rimase in camera, nel suo ricco palazzo, finchè i due cavalieri tebani furono condotti, con uguali onori, al palazzo.
Teseo se ne stava ad una finestra, in gran tenuta, che pareva un Dio sul trono; allora la gente si affollò improvvisamente da quella parte per vederlo e fargli atto di riverenza, e per sentire i suoi ordini e le sue disposizioni.
Un araldo montato sopra un palco di legno diè cenno che tutti facessero silenzio, e cessato ogni rumore, manifestò così il volere del potente loro Duca:
«Il signor nostro, col suo saggio consiglio, ha pensato che sarebbe un inutile spargimento di nobile sangue il combattere in questo torneo come si combatterebbe in fiera battaglia; quindi per impedire che molti cadano morti, egli ha modificato il suo primo proposito. Nessuno, pena la testa, può scagliare o portare dentro la lizza dardi di qualsivoglia specie, nè alabarde, nè lancie. Nessuno deve adoperare o portare al fianco spade corte ed aguzze; nessun cavaliere potrà assalire il compagno con la lancia affilata se non andando di corsa. Per difendersi, se crede, il cavaliere può balzare a terra. Colui che sarà còlto in fallo, sarà preso e non ucciso, ma verrà portato in un recinto appositamente preparato ai due lati della lizza, e quivi dovrà per forza rimanere fuori di combattimento. Appena sarà fatto prigioniero uno dei due capi, o l’un d’essi cada morto, il torneo sarà immediatamente finito. Dio sia con voi, andate e mettetevi presto in ordine. Combattete con le lunghe spade a vostro talento, e finchè ne avete voglia. Andate, dunque; questo è il volere del Duca».
Le voci del popolo arrivavano fino alle stelle, allorchè tutti con quanto n’avevano in gola si misero a gridare pieni di gioia: «Dio salvi il nostro buon signore, il quale non vuole che si sparga inutilmente del sangue».
Fra i suoni delle trombe e i canti la schiera dei combattenti si avviò ordinatamente alla lizza, attraversando la vasta città che era tappezzata non con panni di lana ma con drappi d’oro. Teseo, il nobile Duca, cavalcava con signorile portamento in mezzo ai due Tebani, e dietro a lui venivano a cavallo la regina ed Emilia, seguite dalla rispettiva compagnia d’onore, secondo il loro diverso grado. Così attraversarono la città, e giunsero alla lizza che non era ancora giorno fatto.
Quando Teseo, nel suo splendido costume, la regina Ippolita, Emilia, e tutte le altre signore del seguito ebbero preso il loro posto, tutta la schiera dei combattenti si riversò nel circolo. Arcita entrò difilato, coi suoi cavalieri e la bandiera rossa, dalla porta ad occidente, dov’era il tempio di Marte; contemporaneamente dalla porta che guardava ad oriente entrava in lizza, sotto la scorta di Venere, Palemone insieme con i suoi portando baldanzoso la bandiera bianca. A cercarle in tutto il mondo non si troverebbero più due schiere di così uguale valore sotto ogni rispetto. Nessuno per quanto accorto avrebbe potuto dire che uno solo fosse superiore a gli altri per dignità, per condizione, e neppure per età, così uguali in tutto e per tutto erano stati scelti coloro che dovevano provarsi nel torneo. Intanto i cavalieri si erano schierati su due righe in bel modo; e quando, fatta la chiama, si vide che nessuno mancava, furono chiuse le porte dell’anfiteatro, ed una voce gridò: «Giovani e prodi cavalieri, fate ora il dovere vostro».
Gli araldi allora fermarono i loro cavalli che avevano spinto con lo sprone qua e là per la lizza, e le trombe e i claroni incominciarono a suonare forte. E quì, senz’altro, le lancie vanno in resta, e li sproni entrano nei fianchi dei cavalli: alcuni diedero prova di essere abili giostratori, altri abili cavalieri. Le lancie vibrano su i forti scudi, e qualcuno si sente passare il petto dalla punta; le scheggie delle aste volano all’altezza di parecchi piedi, le spade luccicanti vanno in frantumi, e gli elmi spaccati cadono a pezzi, mentre il sangue sgorga orribilmente a fiotti rossi, e le ossa scricchiolano sotto i fieri colpi delle poderose mazze. Qua vedi uno cacciarsi dove più ferve la mischia, e menare colpi orrendi; là i forti destrieri inciampare e cadere per terra, mentre un cavaliere ruzzola come una palla tra le gambe del cavallo. Uno si difende a colpi di bastone, un altro getta di sella l’avversario urtandolo col suo cavallo. Si vede uno ferito nel corpo, trascinato a forza dentro lo steccato laterale e costretto, secondo era stato convenuto, a restare là, mentre ad un altro tocca la stessa sorte dall’altra parte. Ogni tanto Teseo fa riposare i combattenti perchè prendano nuova lena e bevano se ne hanno voglia.