I due Tebani si scontrarono più d’una volta ferendosi, e per due volte l’uno gettò l’altro giù di sella. Una tigre della valle di Galafa, cui il cacciatore avesse rubato il tigrotto, non si scaglierebbe con la ferocia con cui la gelosia spinge Arcita contro Palemone; non c’è leone in Belmaria che stimolato dal cacciatore o acciecato dalla fame, si inferocisca ed abbia sete di sangue, quanto Palemone desidera uccidere il suo avversario. Cadono su gli elmi loro tremendi colpi, ed il sangue sgorga rosso dai fianchi.
Ma tutto finisce in questo mondo: il forte re Emetrio, prima che il sole cadesse, attaccò Palemone mentre si batteva con Arcita, e con la spada gli fece una profonda ferita. Il disgraziato non voleva cedere, ma a forza venne trascinato da una ventina d’uomini fuori di combattimento, dentro lo steccato laterale. Il forte re Licurgo che era accorso in aiuto di Palemone fu pure rovesciato; ma anche Emetrio, nonostante la sua grande forza, fu gettato di sella, alla distanza di una spada, da un colpo che Palemone gli vibrò prima di essere preso.
Tuttavia, malgrado i suoi sforzi, Palemone dovè uscire dalla lizza; il suo coraggio non gli valse: una volta preso, dovè ad ogni costo restare là, secondo i patti stabiliti prima.
Chi, in questo mondo, ha provato il dolore di Palemone, costretto ad abbandonare il combattimento? Teseo veduto l’esito di quello scontro gridò alla moltitudine che ancora combatteva: «Olà, basta! Il torneo è finito: io non rappresento nessuna delle due parti, e sono qui giudice imparziale. Il tebano Arcita avrà Emilia, poichè egli ha avuto la fortuna di conquistare, con le armi, la sua bellezza».
A queste parole si levò tra la folla un grido di gioia così potente, che per un momento parve che il gran teatro franasse.
Intanto, che diceva su in cielo la bella Venere? Che cosa faceva la regina dell’amore? Si disfaceva in lacrime perchè il suo volere non era stato compiuto, e diceva: «Io mi vergogno, in verità, di quanto è accaduto».
Allora Saturno, per consolarla, le rispose: «Figlia mia, non ti disperare. Marte, è vero, ha ottenuto ciò che voleva: il suo cavaliere ha conquistato il premio, ma tu per mezzo mio sarai presto consolata».
I trombettieri davano nelle trombe, e gli araldi gridavano a squarcia gola, pieni di gioia per la fortuna toccata al signor loro Arcita. Ma abbiate la bontà di fare un po’ di silenzio, e state a sentire che razza di miracolo avvenne lì per lì.
Il fiero Arcita si tolse l’elmo ed a cavallo attraversò tutta la pianura per mostrarsi a tutti, guardando e cercando con gli occhi la sua Emilia, la quale gli volse un affettuoso sguardo (le donne, si sa, facilmente si accomodano ai capricci della fortuna), ed era ormai tutta di lui non solo apparentemente, ma anche nel cuore. In questo mentre sbucò fuori dalla terra una furia infernale mandata da Plutone per volere di Saturno; e il cavallo di Arcita, spaventato, cominciò ad impennarsi, e saltando bruscamente da una parte cadde. E prima che Arcita avesse il tempo di liberarsi lo lanciò giù di sella a capo fitto, lasciandolo come morto, con uno squarcio nel petto che gli aveva fatto, nel cadere, l’arcione. Mentre giaceva lì per terra, il sangue gli era affluito alla testa con tanta veemenza, che egli aveva la faccia nera come il carbone o come l’ala del corvo.