Fu subito raccolto da quel luogo, e portato, con lo strazio nel cuore, al palazzo di Teseo. Per far presto gli fu tagliata indosso l’armatura, e con molta cura fu messo subito a letto, poichè era ancora vivo, e non faceva che piangere per la sua Emilia.

Intanto il duca Teseo se ne ritornava con tutto il suo seguito a casa, attraversando con gran festa e gran pompa tutta la città. Nonostante la disgrazia accaduta, egli volle che tutti stessero allegri, molto più che i medici dicevano che Arcita non correva pericolo e presto sarebbe guarito. E ciò che accresceva la gioia generale, era il fatto che di quanti avevano preso parte al torneo, nessuno era morto, sebbene fossero tutti conciati in malo modo, uno specialmente, al quale una lancia aveva forato lo sterno. Ognuno aveva i suoi rimedi e i suoi incantesimi per curarsi le ferite, e rimettere al posto le braccia rotte; e pur di salvare la pelle ricorrevano ad ogni sorta di medicine, e d’erbe, e bevevano perfino l’acqua di salvia. Il nostro nobile duca confortava tutti e a tutti faceva onore, e dava ai cavalieri che avevano preso parte al torneo trattenimenti notturni, come a lui si conveniva, poichè trattandosi di una giostra non c’era ragione che i vinti si affliggessero. D’altronde non era mica una sconfitta: il cascare da cavallo è una disgrazia che in un torneo può capitare ad ogni cavaliere. E l’essere preso, come toccò a Palemone, e trascinato per forza fuori di combattimento da venti cavalieri che lo spingevano per le gambe e pei piedi, mentre staffieri, mozzi, e servitori, cacciavano fuori dalla lizza anche il suo cavallo, a furia di bastonate, non era reputato cosa disonorevole e molto meno una vigliaccheria. Perciò Teseo, perchè non ci fossero rancori ed invidie, fece spargere subito la notizia che a tutti i cavalieri di ciascuna schiera sarebbe stato distribuito il debito premio, come si trattasse di premiare due soli fratelli.

Ed infatti ad ognuno egli dette il premio che gli spettava secondo il suo grado, e fece una festa che durò tre giorni. I re che avevano preso parte al torneo li fece partire da Atene tutti insieme nello stesso giorno, accompagnati con i dovuti onori; gli altri cavalieri se ne ritornarono alle case loro ognuno per la sua strada, e dappertutto era un gridare: «Addio, state bene». Ed ora che ho finito di raccontarvi del torneo, torniamo a Palemone e ad Arcita.

Il petto del povero Arcita incominciò a gonfiare, e il male cresceva sempre più nel cuor suo. Il sangue che per effetto del colpo si era aggrumato nell’interno, nonostante tutte le arti del medico, si corruppe dentro il corpo, e non giovavano più nè salassi nè ventose nè bevande di qualunque erba. La forza espulsiva o animale, detta appunto per questo forza naturale, non riusciva a cacciar fuori il veleno e ad espellerlo dal corpo. I lobi polmonari cominciarono a gonfiarsi, e il sangue guasto dal male ammorbava ogni muscolo nel suo petto. Non gli valsero, a salvare la vita, gli emetici e le purghe; il suo corpo intero era in dissoluzione, e la natura non aveva più alcun potere sopra di lui. E quando la natura non può fare più nulla, addio medicina: portate pure il malato in chiesa. La conclusione, insomma, è questa: Arcita era condannato a morte; e poichè egli lo sentiva, mandò a chiamare Emilia e il suo diletto cugino Palemone, e disse così: «Il mio spirito addolorato non può manifestarti la millesima parte di quello che io soffro, o mia signora, che io amo immensamente; e poichè io sento che la mia vita non può durare a lungo, lascio a te, più che a ogni altro, la cura dell’anima mia, quando sarò morto. Ahimè! quanto dolore, quali pene ho sofferto per te, e per quanto tempo! Ahi! dura cosa, Emilia mia, dover morire, e lasciarti per sempre! Ahimè, regina del mio cuore, moglie mia, unico scopo della mia vita! Che cosa è dunque questo mondo? Che giova all’uomo il desiderare? Egli vive felice con l’amor suo, e ad un tratto eccolo là nella fredda tomba, solo, senza nessuno. Addio, mia cara, addio, Emilia mia, sollevami dolcemente fra le tue braccia, e ascolta ciò che ti dico.

Per molto tempo io ho combattuto e odiato il mio cugino Palemone, per amor tuo, perchè ero geloso di te. Ma Giove voglia essere guida all’anima mia, come è vero che io non ho mai conosciuto al mondo un uomo degno di essere amato come Palemone: lealtà, onore, valore, virtù, modestia, condizione, casata, libertà, tutte insomma, egli possiede le qualità di buon cavaliere. Giove salvi l’anima mia, se è vero questo che io dico di lui, il quale è tuo servitore, e lo sarà per tutta la vita. Perciò se un giorno tu dovrai riprendere marito, non dimenticare Palemone il gentile cavaliere».

Detto questo la parola gli cominciò a mancare, e il freddo della morte che già gli era addosso, lo avvolse tutto dai piedi fino al petto. Anche alle braccia venne meno la forza, e la vita a poco a poco scomparve. L’intelletto che era rimasto sempre lucido, si offuscò solo quando anche il cuore addolorato sentì la morte: allora gli si velarono gli occhi, e gli mancò il respiro. In quell’istante volgendo un ultimo sguardo alla sua donna, disse queste ultime parole: «Pietà di me, Emilia». E l’anima sua cambiò di casa. Dove andasse precisamente non ve lo saprei dire, perchè andò in un luogo dove io non sono stato mai; e poichè non sono un indovino e non mi intendo del viaggio delle anime, non aggiungo una parola di più, non avendo l’intenzione di riferire l’opinione di coloro che ne sanno qualche cosa. Il fatto è che Arcita è stecchito sul letto: Marte accompagni l’anima sua, chè io ritorno ad Emilia.

Palemone singhiozzava, Emilia era disperata, e Teseo dovette sostenerla, svenuta, fra le braccia, e strapparla via dal cadavere di Arcita. Ma è inutile che io stia a perdere il tempo per dirvi che la disgraziata non faceva che piangere dalla mattina alla sera. Le donne quando il marito se ne è andato all’altro mondo, chi più chi meno, si disperano tutte a questo modo; altrimenti fanno una malattia tale che finiscono per andarsene anche loro.

Le lacrime e i lamenti dei vecchi e dei giovani, per la morte di questo Tebano, furono infiniti per la città, poichè tutti lo piangevano. Non fu versato sì largo pianto neppure quando il cadavere di Ettore fu portato a Troia. Le donne graffiandosi il volto e strappandosi i capelli, gridavano pietosamente: «Perchè sei morto, tu che avevi conquistato tante ricchezze e la tua Emilia?»