NOVELLA

DEL MERCANTE DI INDULGENZE

Signori (cominciò egli a dire), dovete sapere, prima di tutto, che io, quando predico in chiesa, cerco di farmi sentire più che posso, e la mia parola vibra piena e sonora, come una campana; perchè oramai quello che dico lo so tutto a memoria. L’argomento delle mie prediche è, ed è sempre stato, questo qui: radix malorum est cupiditas.

Appena salito il pulpito, comincio col dire ai miei fedeli da qual luogo vengo: poi faccio vedere che ho tutte le mie carte in regola, e che la mia patente porta il bollo del nostro augusto sovrano. Lo faccio, s’intende, per salvarmi le spalle, caso mai qualche chierico si credesse di potermi disturbare nella sacra funzione di Cristo. Quindi vuoto il sacco delle mie solite storielle. Tiro fuori bolle di papi, di cardinali, di patriarchi e di vescovi, borbottando ogni tanto qualche parola in latino, perchè la mia predica sia più saporita, e induca più facilmente gli uomini alla devozione. Poi metto fuori i miei scatoloni di vetro pieni di stracci e d’ossa, che passano per reliquie. Prendo in mano un mozzicone di metallo a forma di scapola, e battezzandolo per la spalla di una pecora che appartenne ad un giudeo divenuto santo, comincio a dire: «Buona gente, fate attenzione alle mie parole. Vedete quest’osso? Chiunque di voi ha una vacca, un vitello, una pecora, un bue, con la pancia gonfia per aver mangiato, nell’erba, qualche verme velenoso o per esserne stato morso, basta che tuffi quest’osso in una fonte e lavi la lingua alla sua bestia con un po’ di quell’acqua, e la bestia è bell’e guarita. Ma questo è poco: qualunque persona beverà a quella fonte, guarirà subito del vaiolo, della tigna, e di ogni altra malattia. State bene attenti, che non è mica finito!