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PROLOGO.
Finito il racconto di questo miracolo[1] fecero tutti un viso così serio, che il nostro oste cominciò a scherzare, e si rivolse subito a me[2], dicendo: «Ma che fai? Sogni forse d’essere alla caccia del lepre? Ti vedo cercare per terra con tanto d’occhi, che pare proprio che tu lo voglia scovare.
Vieni qua, allegro! Signori fate attenzione, e lasciategli un po’ di posto. Guardatelo: non faccio per vantarmi, ma ha una vitina proprio ben fatta come la mia. Con quel bel visetto chi sa quante donne lo prenderebbero volentieri in braccio come una bambola! A giudicarlo dal suo modo di fare par che sia un po’ scontrosetto: vedete, non scherza con nessuno?
Via raccontaci qualche cosa anche tu, come hanno fatto gli altri. Vogliamo subito una novella che ci metta di buon umore.» «Mio caro oste, risposi, io non vi renderò certo pan per focaccia, poichè novelle non ne so, e non posso dirvi altro che un cantare, che ho imparato molti anni fa.» «Benissimo, tu m’hai l’aria di volerci far sentire proprio qualche gran bella cosa.»