La barba e i capelli, che gli scendevano giù fino alla cintola, erano colore zafferano. Portava stivali di Cordova, calzoni scuri di Bruges, ed una veste di stoffa orientale che costava parecchie genovine[4].

Sapeva con ugual destrezza dar la caccia al cervo nella selva, e agli uccelli acquatici, cavalcando lungo il fiume col falco grigio appollaiato sopra una mano. Era inoltre un eccellente arciere, e senza rivali quando si trattava di disputarsi un montone alla lotta.

Più d’una bella, nella propria cameretta, spasimava d’amore per lui invece di dormire. Ma Ser Thopas non era un damerino: era un’anima casta e gentile come il fior di spino dalle bacche rosse.

Un giorno egli ebbe desio di uscire fuori a cavallo, e inforcato il suo destriero grigio, uscì con una lunga lancia in mano ed uno sciabolone al fianco.

Si avviò, quindi, verso una bella foresta ricca di daini, lepri, ed altra selvaggina; e mentre girava, attraversandola tutta da un capo all’altro, fu preso da un senso di profonda tristezza.

Pel bosco germogliavano, dovunque, erbe e piante d’ogni specie: la liquirizia, la valeriana, il garofano, la noce moscada che si mette nella birra quando è nuova o un po’ stantia, e si conserva anche nel cassettone[5].

Dovunque era un allegro cinguettare di uccelli: qua lo sparviero e il pappagallo, là cantava la sua canzone il tordo; ed il colombo mandava di sulla frasca un canto limpido e sonoro.

I primi accenti del tordo destarono nell’animo di Ser Thopas un forte desio d’amore, il quale si fece, ad un tratto, così prepotente, che il cavaliere si diè come un pazzo a menar di sprone. E il suo bel cavallo nella corsa sfrenata grondava di sudore[6] e filava sangue dai fianchi.

La foga del prode Ser Thopas era tanta, che anch’egli fu presto stanco del suo veloce cavalcare sulla molle erbetta del bosco; e si mise a riposare, lì in quel luogo stesso, lasciando che il cavallo, al quale dette del buon foraggio, riprendesse un po’ di fiato.