—Toccato, alt!—gridarono a un tratto e insieme i due secondi, che si tenevano vicinissimi e cogli occhi fissi ai duellanti. Questi si fermarono subito, e intanto apparve sull'avambraccio di Andrea una sottile striscia di sangue.

Chiamati tosto i medici, essi dovettero dichiarare sul loro onore che la ferita non era di tale entità da impedire il proseguimento del duello.

Gli avversari furono nuovamente messi di fronte, fu dato di nuovo il segnale dell'attacco, e cominciò un secondo assalto.

Il Santasillia, sempre freddo e compassato, badava a riparare; Francesco Parabiano attaccava con un gioco vivo e serrato, ma si vedeva bene che non c'era odio fra i giovani combattenti, quantunque gareggiassero fra loro in valore e bravura.

L'assalto continuava già da vari minuti, senza che nè l'uno nè l'altro rimanesse toccato. A poco a poco il Parabiano vinto, attratto dall'emozione stessa della lotta, vi si riscaldò: il suo attacco divenne ancora più vivo, più rapido, più minaccioso; il sudore gli colava a grossi goccioloni dalla fronte sulle guance accese. Il petto aveva anelante, e a volte prorompeva in esclamazioni improvvise di sfida per isconcertare l'avversario, il quale continuava a parare, solamente a parare, sempre calmo, sempre impassibile.

A un tratto il Parabiano, sconcertato da così forte sicurezza, mutò gioco e volle tentare un colpo suo di riserva e che fino allora gli era sempre riescito. Si chinò allungandosi con una finta maravigliosa, poi avanzò d'un passo e uscì arditamente in spaccata; ma la sua sciabola non incontrò quella dell'avversario, barcollò scivolando sul terreno umidiccio e precipitò da sè medesimo contro la sciabola di Andrea.

Non il Parabiano, ma fu il Santasillia che gettò un grido terribile: i secondi, i testimoni, i medici accorsero prestamente per sollevare il ferito, già tutto sparso di sangue. Egli si era fatto bianco in viso, ma pure sorrideva; colla voce fioca balbettava ancora qualche parola di scherzo coi medici affaccendati e coi padrini, e quando fu medicato volle stringere la mano al suo avversario che lo guardava muto, colla più cupa disperazione impressa sul volto.

—E così?—domandarono premurosamente i padrini ad uno dei medici, appena il Parabiano fu adagiato nella vettura che dovea ricondurlo in città.

—È un affare grave, molto grave: la punta gli è penetrata assai nell'addome… Staremo a vedere.

Poi il medico scosse la testa e non aggiunse altro. Nessuno più fiatò per tutta la strada.