I due amici erano seri e impacciati: l'arma scelta era la sciabola; ma avevano dovuto accettare condizioni gravissime. L'insulto era stato pubblico, tutti ne parlavano; era il solo argomento della giornata, e il Parabiano pareva non volersi accontentare di una graffiatura.

—Sta bene,—rispose Andrea seccamente.

—Ed ora,—aggiunse il Renzanico,—dobbiamo farti una strana ambasciata, per conto, figurati, del tuo avversario!

Andrea guardò i due amici facendo atto di maraviglia.

—Egli vorrebbe ottenere un favore, per il quale si raccomanda al tuo cuore e alla tua cortesia.

—E quale?—chiese Andrea premurosamente.

—Che lo scontro abbia luogo oggi stesso; subito. Egli deve avere una sorella un po' malata (Andrea arrossì, poi si fe' pallido), e vorrebbe evitare,—continuò il Renzanico,—che le chiacchiere, già messe in giro a proposito di questo duello, potessero giungere al suo orecchio, prima che lo scontro avesse avuto luogo. Vorrebbe risparmiarle l'angoscia, l'inquietudine di sapere che suo fratello deve battersi,—e non ha torto. Dopo… si sa bene, quel ch'è stato è stato!

—Sono subito a disposizione del signor Francesco Parabiano,—rispose il Santasillia assai vivamente.

E infatti, prima ancora delle quattro, e presto assai per tutti i preparativi che c'erano stati da fare, i due avversari si trovarono di fronte in una piccola spianata, vicino al forte di Bosco Mantico.

D'ambo le parti si erano prese anche le ultime disposizioni con quella scrupolosa imparzialità, e insieme con quella squisita gentilezza di forme, che provava quanto fossero la stima e il rispetto reciproci. Tutti e due i combattenti si mostravano composti, tranquilli: il loro giuoco era calmo, misurato, di scuola. Meglio che ad un duello, pareva di assistere ad un assalto accademico in una sala di scherma.