Una mattina essa dovea uscire col Baldi, col Damonte e col Santasillia: andavano tutti insieme in Piazza d'Armi per veder correre certi cavalli, che la Castelguelfo voleva comperare. Gli amici attendevano nel salotto, e non volendo farli aspettare più del necessario, ella si presentò non del tutto abbigliata, allacciandosi ancora i nastri del cappellino; poi diede i suoi guanti al Damonte, perchè glieli mettesse…—Era questa una grazia speciale che la Baby concedeva per turno.

Il giovinotto le si inginocchiò dinanzi, come era di rito, le prese la manina, la baciò, e principiò a infilarle adagio il primo guanto.

—Guarda come stringe, quel mortale fortunato!—esclamò Marco Baldi.

Ma quasi subito la Castelguelfo strappò l'altro guanto che il Damonte aveva in mano e gli sfiorò con esso la guancia graziosamente, avviandosi sollecita per uscire.

—È troppo lento lei—esclamò—e si fa tardi: andiamo! chi mi ama, mi segua!

Mentre il Damonte le calzava il guanto, Andrea fattosi pallido, aveva guardato la Baby in modo tale da mettere paura.

Tuttavia, s'ella non sapeva ribellarsi interamente al predominio di Andrea, se ne vendicava poi, come Marco Baldi, mettendolo in ridicolo e burlandosi di lui. La Baby con quel musetto piacevole imitava la faccia trista e i sospiri di Andrea quando «la opprimeva» col solito racconto delle sue tragiche vicende. Tutti ne facevano le più matte risate, e persino il malinconico Damonte, se adesso tossiva, non tossiva altro che per il troppo ridere. La Baby, colla voce grossa, si metteva a descrivere le tenebre alte, il silenzio pauroso della notte, il lumicino piccolo che si vedeva in lontananza e il Santasillia inginocchiato «sotto le verdi piante» che recitava preghiere e si torturava col cilicio.

—È un espediente assai ingenuo,—esclamava il Baldi, toccandosi la punta dei baffi con fare altezzoso,—quello di voler rendersi interessanti coi piagnistei! Occorre ben altro per poter avere chanz colle signore!

Andrea non sospettava certo di servir da zimbello ad una leggerezza così perfida e crudele, ma pure sentiva di non essere più inteso, di non aver più il compianto, l'effusione sincera della cugina, e ciò gli dava al cuore uno strazio indicibile. Il suo viso pallido dimagrava, egli aveva la febbre; era misero, disperato; straziato insieme dai rimorsi e dalla gelosia. Dove trovare un conforto? La stessa sua fede lo impauriva con terribili minaccie… Il pensiero dell'Adele?… Egli l'aveva tradita…—Non era stato fedele a' suoi giuramenti d'amore: non aveva saputo compiere i suoi propositi di espiazione…—Sì, egli era perduto; egli era dannato… Ma forse poteva essere ancora meritevole di perdono, perchè non era più padrone di sè stesso!… Diventava matto: ed era lei, sua cugina, che lo voleva proprio matto ad ogni costo!… Perchè, adesso, ritornava ad essere amabile e a lusingare tutti quei cretini? Pareva come presa da una mania!… Era sempre in moto; sempre in mezzo ai divertimenti e al frastuono!…

—Ma come mai il Castelguelfo la lascia sempre sola?—domandò al Baldi in uno dei suoi impeti d'ira, che non riusciva più a poter frenare.