Egli, intanto, sopportava ogni capriccio della Baby; era sola in villa, e ciò lo confortava di tutto.

E infine quelle durezze non attestavano la piena innocenza della sua amicizia?… Come dovevano essere diverse le soavi espansioni e gli incanti dell'amore! Si era ingannato quando aveva creduto che gli occhi della cugina somigliassero a quelli della povera Adele…—Avevano tutt'altra espressione!—No, no; egli non veniva meno alla sua fede, nè alle sue promesse recandosi sovente a Castelguelfo. La Baby (avevano ragione di chiamarla in tal modo: alle volte, era proprio un baby) non gli addolciva punto la vita; ed egli continuava a rimanerle amico, perchè quella testolina sventata gli faceva paura. Essa, circondata com'era da mille pericoli, aveva bisogno di consiglio, di guida, e si sentiva in dovere di non abbandonarla.

Ingannandosi in tal modo nel giudicare i propri sentimenti, Andrea rimaneva assiduo presso la bimba crudele, vivendo della vita sua, e respirando del respiro suo; divorandola cogli occhi, adorandola coll'abbandono più appassionato dell'anima e soffrendo spasimi ineffabili, che soltanto una parola buona o un atto cortese di lei riuscivano a mutare in altrettanta felicità. A poco a poco egli aveva talmente rinchiusa la propria esistenza in quella della Castelguelfo, da perdere persino il giusto criterio delle cose. Un oggetto che apparteneva alla Contessina gli era sacro, e Andrea provava un senso di dispetto e di gelosia quando il Baldi prendeva nelle sue mani o il cestino da lavoro, o l'astuccio delle spagnolette, o lo sciallettino che ella si faceva portare sotto la tenda. Quegli oggetti erano cari al suo occhio e al suo cuore. Voleva essere lui solo quello che li presentava a Baby; ed essa, che aveva indovinata la strana gelosia del cugino, affidava volentieri lo sciallettino a Marco Baldi, e da lui si faceva offrire e accendere la spagnoletta. E come il cuore di Andrea avea raggiunto tanta finezza, così anche la sensibilità di lui si era fatta maravigliosa.

Il tic tac dei piccoli passi della Castelguelfo, il fruscìo leggiero della sua veste lo facevano impallidire, e la sera, aspettava con ansia il momento in cui, abbandonando il picco della quercia e ritornando verso la villa, essa usava appoggiarsi al braccio di uno dei suoi amici. Quando la vedeva alzarsi, egli era inquieto, agitato…—Avrebbe preso il suo braccio o quello di Marco Baldi?… E le si metteva vicino vicino, ma non osava mai offrirsi per il primo, impacciato e intimidito da uno strano turbamento.

Ma pure quelle belle sere di settembre erano tutte un incanto. Il lago tranquillo sotto le stelle scintillanti; il profilo cupo delle colline e dei monti lontani, che chiudevano l'orizzonte con immagini strane e diverse: l'armonia quieta e uniforme della notte, solo interrotta dallo schiocco echeggiante della frusta e dal cigolìo de' carri che salivano la strada erta della riviera, tutto ciò rendeva più deliziosa al Santasillia, in quella pace serena, la muta contemplazione del fumo della spagnoletta, che usciva lento come il respiro, fra le labbra socchiuse della Baby.

Certe volte, quando il rapimento di Andrea sembrava più intenso, la Contessina lo interrompeva a un tratto, mormorando con un piccolo sbadiglio:—Dio, Dio! com'è seccante la campagna! Ha proprio ragione il mio Giuliano di rimanersene a Vienna!—Andrea, allora, la guardava addolorato; ma mentre il Baldi protestava galantemente «che se fosse stato lui nel suo Giuliano, sarebbe rimasto sempre a Castelguelfo», lo sbadiglio della Baby pareva mutarsi in un sospiro di tenerezza, in un saluto, in un invito misterioso del cuore a un'immagine cara e lontana.

Dal picco della quercia si dominava bene tutto il palazzotto, e ogni sera, quando erano vicine le dieci, si vedeva rischiararsi una camera del primo piano.

—Ecco la Gege—era il nome della cameriera—che accende la veilleuse!—aveva esclamato una volta Marco Baldi.—Ah, Contessina, come io la manderei al diavolo la… la diplomazia!

—Andremo a dormire… a sognare!—mormorò la Baby stringendosi con un fremito nello scialletto e facendo un po' la ninna nanna colla poltrona di vimini.

Andrea s'era messo a guardare quella finestra lontana, rischiarata, senza più dire una parola.