Quando Felicita e Febo furono di nuovo sulla strada, era già sera. Il discorso cadeva. Ascoltavano, entrambi, le mille voci di quel silenzio più profondo e più canoro ad un tempo, d'ogni silenzio udito mai.
Ma si levava il vento freddo delle vette, e Felicita, anche pel contrasto col tepore del focherello presso il quale si era indugiata parlando, rabbrividiva e cercava di ravvilupparsi quanto era possibile nel plaid. Febo, un po' preoccupato di quel vento rigido e dell'ora tarda, preso come da una smania stizzosa d'arrivare, le serrava il braccio sotto il suo, affrettava il passo, la trascinava quasi, sempre tacendo, fissando i fuochi del villaggetto ch'erano comparsi ad uno svolto della strada, che ora si avvicinavano, ora sembravano allontanarsi, quasi burlandosi delle sue ansie, ma che brillavano sempre come un dolce richiamo, come un invito, come una promessa... Giunsero alle prime case del paese, quasi senza avvedersene.
Tutto silenzioso, tutto cheto... Qualche lume dietro i doppi vetri delle solite finestruole, delle solite casette, qualche lieve rumore appena...
Ad un tratto si udì la voce di Rinetto e quasi subito un fascio di luce si precipitò sulla strada.
Rinetto veniva loro incontro, in compagnia di Job che aveva staccato il lampione dell'automobile.
— Amici! — gridò Rinetto con enfasi, ancor da lontano — Siamo fritti! L'unico albergo del paese, pieno come un ovo!
E avvicinandosi, scrutando un po' inquieto i volti della marchesa e di Febo, continuò:
— Non un letto a pagarlo un milione! Sembra una casa presa d'assalto! Ci si è fermata mezza Boston e mezza Filadelfia! Una specie d'invasione di quaccheri, che salgono domani ai ghiacciai...
— Possibile? Neppure qualche camera?
— Ma che! Sarà molto se ci avranno avanzato un po' di cena! Vi sono letti anche nella sala da biliardo, nei tre camerini da bagno dell'albergo, dappertutto!