L'albergo era pieno infatti, pur nondimeno quieto e silenzioso. Finiva la cena. Uomini enormi, dai piedi enormi, dalle mani enormi, signore e signorine che sembravano uomini, tutti dall'aria stanca e severa, occupavano sino all'ultimo posto della table d'hôte e sbucciavano gravemente delle mele e delle pere, senza quasi guardarsi l'un l'altro, scambiando appena qualche parola.

Scialli, plaid, zaini, binoccoli e Bädeker dappertutto; in ogni angolo fasci di alpenstok giganteschi, delle piccozze nelle custodie di cuoio, e sopra ogni mobile mazzi di edelweiss e di alpen-rose. L'irruzione rumorosa della bella marchesa e dei due amici, la disinvoltura con la quale i tre italiani sedettero ad un tavolino d'angolo e assediarono di domande in tutte le lingue il maître d'hôtel e i camerieri, per la cena e per le camere, parvero scandalizzare quegli sbarbati indigeni delle rive del Michigan.

Dopo qualche minuto, come spinti da una molla si alzarono tutt'insieme uomini e donne, e presa la loro roba, quasi furtivamente, con un lieve abbassar del capo, uno dopo l'altro, infilarono l'uscio e sparirono come ombre. Non rimasero a tavola, sparsi qua e là, che due o tre commensali, in smoking e in cravatta bianca.

Mentre la marchesa, Rinetto e Febo finivano di cenare, comparve sull'uscio un bel pretone, forte, tarchiato, dal viso rubicondo, con grossi riccioli bianchi alle tempie ed un fare, fra il furbo ed il gioviale, da prete italiano che finì d'indisporre, con la volgarità, i suoi ospiti forzati.

Il prete però non era affatto italiano: svizzero puro sangue e precisamente, grigione, dell'Oberalpstein, da oltre trent'anni curato fra quelle casupole, «l'ultima tappa verso il Paradiso». Il brav'uomo, del quale ogni gesto, ogni parola, rivelava l'atavismo forse dell'albergatore anzichè la vocazione ecclesiastica, s'era presentato da sè, parlando mezzo francese e mezzo romancio con qualche storpiatura, qua e là, d'italiano. Si era già molto bene informato: qualche cosa sul conto dei signori risultava dalla dichiarazione scritta da Job sul Fremdenbuch; quanto al resto, il prete furbo lo aveva indovinato, e pareva arcicontento di poter dar ricetto nella sua povera casetta a «così nobile compagnia».

— Anzi se la signora vuol favorire anche subito, mi permetterò di presentarle mio nipote, don Arcangelo, il quale parla molto bene l'italiano perchè ha studiato teologia per quattro anni, nel Seminario di Milano, ed è stato ordinato prete dall'arcivescovo che c'era allora, monsignor Calabiana!

Febo e la marchesa non rispondevano, sempre più infastiditi, e Rinetto dovette pur mettere fuori qualche parola, per tutti.

— Come mai, un suo nipote, svizzero m'immagino... è andato a farsi prete a Milano?

— Sa, è un antico privilegio della nostra diocesi di Coira, di poter mandare venticinque chierici per gli ordini, al loro insigne Seminario di Milano. Una concessione che risale al medio evo!

***