Nell'attraversare la strada per passare dall'albergo alla casa del curato, tutt'e tre avvertirono che il vento si era fatto ancor più forte e più freddo, ed appena posto piede nella piccola anticamera, Felicita provò un senso di tepore e di conforto che dissipò quasi le cattive prevenzioni. L'aria in quella specie di cassa di tavole d'abete e di larice, era poca infatti, ma aveva lo stesso profumo della pineta.
Il cuculo, mettendo fuori la testina dal vecchio oriolo sospeso in un angolo dava il benvenuto agli ospiti co' suoi dieci dan-cucù, quasi festosi... La vecchia Perpetua, ch'era accorsa con la lucernetta, si faceva in quattro per sbarazzare i nuovi arrivati dei mantelli e di tutto quanto avevano in mano, ed un cagnolino bianco, brutto, ma con un'aria buona e ospitale, s'era messo a scodinzolare, curvo e festoso dinanzi alla marchesa.... Alle sollecitazioni del curato, Felicita si fece innanzi nel breve corridoio, a mezzo del quale brillava lo spiraglio di luce di un uscio socchiuso: spinse ed entrò. La prima cosa che le colpì lo sguardo nel salottino lindo e gaio, fu un harmonium di legno nero, aperto in un angolo, e fasci di musica tutt'intorno, sui mobili e per terra.... Felicita ad un lieve grido, come un singulto, si volse e scorse un giovane prete, il nipote del signor curato.
Questi entrando e scostando le seggiole perchè gli ospiti sedessero, fece in fretta e con molta disinvoltura un po' di presentazione.
— Questi signori... tutti di Milano, e don Arcangelo, mio nipote e mio coadiutore alla parrocchia, un po' milanese anche lui... come ho già spiegato.
Don Arcangelo era lì, ritto presso la tavola, fissando la marchesa, in atto quasi di tenderle le mani, e nel suo sguardo spirava la sorpresa, la soggezione, il timore, ma più ancora una gioia, una grande gioia, quasi infantile.
Era un giovine di media statura, esile, dal volto pallido e un po' scarno, dagli occhi grandi e azzurri, dall'espressione dignitosa e nobile. Sulla fronte ampia, pallida, un gran disordine di capelli castagni; una selva. Quelle due mani protese per un momento verso di lei erano pure apparse a Felicita esili e nobili, come tutta la sua figura e bianche poi come i tasti dell'harmonium: in quell'atto, avevano tremato nelle ampie maniche della veste nera....
Durava fra loro un silenzio imbarazzante. Il curato disponeva sulla tavola un grande piatto di fragole di monte, odorosissime e piccine, e faceva star ritto, in un curioso vaso di terra bruna, un bel mazzo di ciclamini smorti, ma essi pure, profumatissimi.
La vecchia fantesca aveva recato anche una bottiglia di vecchio vino di Valtellina, rosso come il rubino, ed il signor curato ne riempiva certi bicchieri dipinti a rabeschi, insistendo perchè tutti bevessero, ma bevendo lui per primo, a piccoli sorsi, da vecchio innamorato. La marchesa, per non fissare il pretino, si guardava intorno, esaminava tutte le strane cose accumulate in quel piccolo salotto, dall'immensa stufa di muro che ne occupava la quarta parte al piccolo nido appiccicato sopra lo stipite dell'uscio e che — spiegava il curato — da sette anni le rondini venivano a rifare, proprio lì dentro, entrando or dalla finestra or dal corridoio, come se fossero in casa loro
Dopo aver riempito e vuotato più volte il bicchiere, il curato giovialone chiese il permesso di ritirarsi.
Il dì dopo era domenica, e per le sei egli doveva salire a dir la prima messa nell'oratorio dei pastori; quasi un'ora di sentiero erto, faticoso... un luogo da capre. Ma durante l'estate, una messa anche per quei poveretti confinati lassù, almeno alla domenica bisognava pur dirla!