E proseguiva a parlare, fissando quasi sempre Felicita con dignitosa tenerezza, e magnificava i conforti della sua vita, la gratitudine di quella povera gente, la gioia del sentirsi così vicino anche materialmente a Dio, in un piccolo mondo fatto tutto di umili e di buoni, e di pregarlo, di onorarlo, in quella chiesuola, la più alta forse di tutte le Alpi.
— E... la montagna, la selva e la musica.... Vede? Quante cose, quante ricchezze, nella nostra povertà!... Anzi, per me, la montagna, la foresta e la musica sono ormai una cosa sola, una felicità sola, che io amo, amando il Signore che me le ha concesse. Mi capisce? Sente, non è vero, ciò che io le voglio dire, con queste mie parole? La montagna è come una religione, una poesia, una musica per sè stessa... Beato chi riesce a capirla! Ma forse non basta passarvi qualche settimana, così di sfuggita, come hanno fatto loro. È d'uopo viverci, farsi degli amici negli alberi, nei sassi, negli insetti. Da questa finestra, io scorgo forse un centinaio di vette di pini... e li conosco quasi tutti, anzi potrei quasi mettere un nome a ciascuno di loro, come alle cime dei monti; e così, proprio soli, non si è mai... mai.
Ad un tratto, si accorse che parlava da troppo tempo e si alzò, tutto in soggezione, chiedendo scusa della sua grande indiscretezza. Ma aveva ancora sul cuore troppe cose per lei... per lei sola.
Nel trasmestìo, allorchè furono tutti in piedi, impacciandosi a vicenda nell'angustia della saletta, egli si trovò vicino alla marchesa e prendendole la mano fra le sue, che non tremavano più le chiese sommessamente:
Ella sorrise e scosse il capo.
— Ha bambini?
Ella accennò di no, scotendo ancora la testa.
— Non importa.... Deve essere felice lo stesso, signora.... Ella lo può; deve esserlo!
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