— E allora? — fece quasi con ansia Felicita, avvicinandosi.
Egli la guardò, così alta, così bella nel chiarore della lucernetta che ardeva ancora sull'harmonium ed ebbe di nuovo una fiamma alla fronte ed un tremito ai polsi. Ma proseguì con la voce pacata:
— Allora qui si lavora, si pensa. Molta gente migra lontano. Io tengo la scuola. — Dove? Qui, a casa?
— No! No! È un po' lontana, la scuola; oltre la chiesa. E quando la neve è alta si pena un po' ad andarvi. Ma è anche nel posto più sicuro pei ragazzi.
— Sicuro per che cosa?
— Per la valanga.
E in questa sola parola, detta con la consueta semplicità, c'era tutta una evocazione di memorie lugubri, di tragici casi.
Stretto dalle domande, don Arcangelo dovette pur dire della sua vita di stenti e di fatiche in quegli eterni mesi d'inverno.
Ma poi, come temendo di sembrarle pusillanime, soggiunse:
— Una volta all'anno però, prima delle nevi, scendo al nostro paese, nella vallata dell'Albula, oltre Thusis, dove c'è ancora la mamma....