E verso le dieci, la larga strada fiancheggiata ai due lati, dalla locanda e dalla Succursale, formicolava di villeggianti incuriositi.

Quando, sullo stradone, allo svolto ove finiva il bosco d'abeti, spuntò la carrozza, vi fu un mormorìo.

— È venuto col Narducci!

Il Narducci era il più bravo vetturale, quello che aveva il più bel landò e i migliori cavalli, dell'Abetone e di tutto Boscolungo.

Poi, quando il landò fu vicino alla locanda, chi attirò l'attenzione generale fu Teo, sempre appoggiato colle zampe allo sportello, Teo che guardava a sua volta e fiutava curiosamente quei signori e quelle signore.

Al Parvis la vista di quella folla, il «bel mondo» di Firenze, di Napoli, di Palermo, riunita dalla indiscrezione e dalla smania del pettegolezzo intorno alla sua carrozza, dà un senso di uggia invincibile. Addio buon umore, addio serenità di spirito, addio godimento ingenuo e profondo della campagna, della montagna! Egli ha sperato invano in un altro paese; il paese è sempre quello! L'uomo, come la formica, s'illude inutilmente di trovare la solitudine: gira e rigira, quando meno se lo crede, si trova di nuovo in mezzo al formicaio.

— Piccolo caaro!

L'albergatore accorre, tutto ossequioso, apre lo sportello della carrozza e il Parvis sta per scendere, quando lo scuote il «piccolo caaro» pronunciato con voce tenera e armoniosa, il languore del doppio a, strascicato. Mette piede a terra e si volge.

È uno splendore di ragazza, tutta vestita di bianco, ritta in mezzo ad un gruppo di altre signorine, ma di tutte più alta, più bella, più viva.

Sotto l'enorme cappellone di trine e di nastri rosa, le si avvolge confusamente la massa ondulata dei capelli neri, e luccicano gli occhi pure neri, nerissimi, di un nero lucente: di fuoco.