Non pensa più ad altro, nemmeno a mettersi la falda. Va difilato da Rosana, continuando a brontolare ad alta voce contro il caldo esagerato.

— Un marito di spirito deve sempre annunziare il proprio arrivo, — pensa sogghignando, mentre alza la portiera del salottino. — Disturbo?... Prendo soltanto un po' di sigarette e me ne vado!

— Lì, nel mio cestino! — indica Rosana che ripiglia subito con Lelio a parlare di musica.

Ottavio, imbronciato, riempie il proprio astuccio di sigarette: la voce di sua moglie, il suo entusiasmo pel teatro di Wagner, gli urtano i nervi terribilmente.

— Wagner! Ma che Wagner! — barbotta fra sè. — Questa è una commedia! Un improvviso cambiamento di scena in mio onore! Ah! Ah! Benissimo! La donna perfetta! La donna sincera!

E sempre più si sente rodere dalla bile; tutta bile contro sua moglie, non già contro Lelio. È sua moglie, la civetta! Sua moglie, con quegli occhi di fuoco... spento, che sembrano due pallottole di vetro nero infisse in una faccia scialba, di midolla di pane! È sua moglie la colpevole! Lelio è nel suo pieno diritto. Lui, se si fosse trovato nei panni di Lelio, sente che avrebbe fatto altrettanto. E come, vivaddio!

— Oh! Oh! Che salti acrobatici! — esclama dopo un momento ridendo forte, ma rivolgendosi a Lelio, senza guardare Rosana. — L'anno scorso, quando mia moglie si faceva far la corte dal Tosti, altro che Maestri Cantori! Andava in estasi per l'Ideale!

Rosana, trasalendo, diventa subito serissima: — Io non mi sono mai fatta fare la corte nè dal Tosti, nè da nessuno; avverto!

— Tutto il santo giorno — continua Ottavio sempre sogghignando e sempre rivolto a Lelio, — non avevo nelle orecchie altro che la sua voce, languida e stonata:

«Io ti seguii com'iride di pace...»