E comincia lui stesso a cantare e a stonare davvero, maledettamente.
— Basta! Finiscila! — ribatte Rosana.
— Ma che! Finiscila tu, di darti l'aria di donna perfetta, così sarai, se non altro... più divertente! — Ottavio fa un'altra risataccia. — Sincerità! Sincerità! Tutti i tuoi cento cappellini, i tuoi abbigliamenti, le tue acconciature, — certe volte sei bardata più di una cavalla del Gondrand! — Per chi li metti?... Per me, no! Per piacere! Per farti far la corte!
— Finiscila!
Ottavio nota il pallore di sua moglie, ma geloso e rabbioso, con la testa accesa dal troppo caldo e dal vino rosso del Falcone e con lo stomaco gonfio degli escargots, continua a sfogarsi, diventando sempre più sguaiato e più incivile.
— Non è per piacere a me, ma per far effetto in pubblico, per piacere agli altri, per trovare chi ti faccia la corte, che stai chiusa ore e ore a miniarti, e cincischiarti nel tuo gabinetto di toilette; a farti i ricciolini, a stringerti da una parte, a gonfiarti dall'altra, a strapazzar la sarta e far piangere la cameriera! — Non ho ragione, Lelio? Gli inganni di questo genere non son per il marito; si sa che il marito, in questo, non si può ingannare! Perchè fai quella faccia?... Perchè ti arrabbi tanto?... Non sei tu la sola! Tutt'altro! Sei anche tu come le altre! Come tutte le altre!
Dopo un'altra sghignazzata, ricomincia da capo con l'Ideale:
«Io ti seguii com'iride di pace...»
Questa volta non può continuare. Si sente troppo gonfio, troppo oppresso: allarga altri due occhielli. Uff! che caldo!
Rosana, con gli occhi fissi, torvi, non dice più una parola: Lelio è sulle spine.