— Buono il pranzo? — domanda dopo un momento, tanto per dire qualche cosa.
— Squisito! — Ottavio slaccia, adagio, un altro bottoncino.
— E les Escargots?
— Ne ho mangiato quattro dozzine!
Soffia, brontola, poi, di colpo, corre a spalancare la finestra.
— È un inferno! Si soffoca!
— Diventi matto! — Il Vigodarzo balza in piedi, ma pur riceve con piacere sulle gote ardenti quella folata improvvisa di aria diaccia e frizzante.
— Vi prego, Lelio, chiudete! — esclama Rosana senza muoversi, senza scomporsi. Tutta la sua arguta vendetta di donna è in quel nome «Lelio» e in quel tono di affettuosa intimità.
Il giovinotto, preso così fra marito e moglie, sorride all'una e all'altro per restar d'accordo con tutt'e due e va lentamente a chiudere i vetri. Egli spera che il marito se ne vada; ma Ottavio, non si muove. Cantarellando, con odiosa insistenza, la solita arietta dell'Ideale, va prima a sedere sul canapè, accanto a Lelio, ci si trova incomodo; è troppo basso; non può allungar le gambe. Prova allora a mettersi sopra una seggiolina di faccia: ha la fiamma della lampada proprio negli occhi! Finalmente, trova una poltrona mezzo al buio, dall'altra parte del camino e vi si sdraia, sempre soffiando, brontolando e sbottonandosi e riabbottonandosi la sottoveste.
— Uff! Maledetto pranzo!