— Andiamo? — mormora appena, sottovoce.

Lelio s'inchina senza parlare, e passo passo attraversa tutte le sale seguendo l'ombra bianca e avvolto dall'onda profumata.

Don Ottavio non si sveglia; continua a fischiettare e a russare: Fabrizio ha ricevuto l'ordine dalla padrona, di lasciarlo dormire.

— Che cos'hai, stasera?... Non ti senti bene — domanda più tardi la zia a donna Rosana.

— Non è nulla. Un po' di emicrania; passerà! Ma l'emicrania ha durato un pezzo, e donna Rosana ha proprio cominciato quella sera a soffrire, ad essere infelice e a piangere tutte le lacrime che sgorgano calde come il sangue da una ferita, da quella ferita atroce dell'anima che cambia la vita in dolore e che non si rimargina più!

Lelio, in carrozza, l'ha baciata sugli occhi, sulla bocca e le ha detto che non sarebbe più partito, che ormai non voleva partir più!

... Che cosa fare? Che cosa doveva fare? Ella si sente molto, profondamente scontenta e infelice... Ma che cosa può fare?... Che cosa doveva fare?... Anche Lelio è tanto infelice e infelice per lei, per cagion sua!

Invece il conte Lelio di Vigodarzo, appena giunto al Club, offre lo Champagne agli amici e discutendo sulla virtù delle donne dichiara, col fondamento della propria esperienza, e fra le più matte risate, che tutte le donne sono conquistabili: per quelle facili, basta saper ridere; per le difficili, — per le virtuose, — basta saper piangere!

A rovescio!...
COMMEDIA DI UN ATTO