Il: «ha... fat... bon... viag...» del vecchio servitore, e nient'altro.

— Teo! Teo! — Quel povero Teo! Quanta festa gli faceva e con quanta sincerità! Come gli riempiva il cuore e la casa di affetto e di allegria.

— Sta fermo, dunque! Giù, giù! Basta, Teo! Adesso basta!

... Ma le labbra sorridono, come continuano a sorridere gli occhi del vecchio Prospero che ripete sotto voce:

— Teo! Povero Teo! Ha conosciuto subito la voce!

— Ma se quando sono partito per Roma era un cucciolo di tre o quattro mesi appena?... Davvero! Io non mi ricordavo nemmeno più d'averlo!

— La povera bestiola no, invece!... Quando io mettevo mano agli abiti del signor padrone, Teo vi si sdraiava vicino, vi metteva il muso sopra... e mi guardava come se volesse domandarmi qualche cosa.

Teo capisce che si parla di lui: fermo, attento, fissa il padrone con gli occhi lucentissimi e piegando un po' la testina in atto di dolcezza affettuosa.

Il servo è andato a chiudere il rubinetto del bagno.

— Pronto!