Gerardo parla spedito, con la voce sicura, con tono risoluto. La sua faccia è la solita, di tutti gli altri giorni. Soltanto ha le labbra pallide, stirate e in mezzo alla fronte è apparsa una piccola ruga: una ruga diritta, dura e fonda, che non c'era prima.

Fa le scale tranquillamente, ma poi entrato in camera richiude l'uscio con un impeto di collera. Rapidamente, quasi macchinalmente, prende la piccola valigia a mano e la riempie di lettere, di carte, di libri: vi caccia dentro la scatola delle sigarette, i danari, le spazzole, il berretto da viaggio, l'orario. — E il portafogli? Dov'è? — Non ricorda se lo ha messo nella valigia... Lo cerca con la mano.

— Eccolo.

— Ma invece del portafogli è l'astuccio di pelle con il ritratto di Flaviana.

Lo guarda, ma senza commuoversi: freddamente.

— Sei vendicata! Come sei vendicata!

Ripone il ritratto e non pensa più al portafogli, continuando invece a cacciar roba nella valigia, tutta la roba che gli capita sotto le mani.

A un tratto si riscuote, trasalisce: qualche cosa di fresco, di umido è passato sopra la sua faccia; è il nasino nero di Teo; è Teo che è saltato sul tavolo.

— Via! Va via!

Lo caccia giù dal tavolo, d'un colpo, ma Teo ritorna all'assalto, gli corre fra le gambe, lo fa inciampare!