II.

— Viene anche il Teo, all'Abetone?

— Il Teo?

L'onorevole Parvis guarda Prospero con aria stupita e la bestiola capisce che si parla di lei. Teo, seduto sulle gambe di dietro e ritto su quelle davanti, corte e storte, a roncolo, con gli occhi gialli, d'ambra lucida, fissi, guarda a sua volta il padrone ed il servitore, piega, ora verso l'uno, ora verso l'altro, la testolina con un'espressione d'ansia, con un atto fra interrogativo e supplichevole.

— Prendere anche il Teo, con noi? Diventi matto?

— Perchè?

— Un cane? In viaggio? Figurati che seccatura!

— Durante tutto il viaggio lo terrò con me. Lei non ci pensi; non se ne accorgerà neppure!

Teo, che per quanto inglese puro sangue, capisce benissimo l'italiano di Prospero, gli si avvicina, rizzandosi, tenendosi appoggiato con le grosse zampe alla gamba del suo protettore e leccandogli la mano.

— In viaggio, sta bene... — continua il Parvis. — Ma poi lassù, all'Abetone, all'albergo? Con tanta gente, con tanti forestieri?... No, no, è impossibile! Diventi matto, ti ripeto!